BARRY EISLER.
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PIOGGIA NERA SU TOKYO.
Ciclo John Rain - 1.
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Titolo originale: Rain fall.
Traduzione di: Gianni Pannofino.
2010. Garzanti Editore, MILANO.
Collezione: Elefanti bestseller.
ISBN 978-88-11-67950-9. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Madre americana e padre giapponese, John Rain si  operato agli occhi per assomigliare ancora di pi a un orientale. Durante la guerra del Vietnam ha lavorato per la CIA: le memorie di quegli anni popolano ancora i suoi incubi. Tornato in Giappone,  diventato un killer. Lavora su commissione. Non importa chi lo paga, la sola cosa che conta  andare a segno. La sua specialit: omicidi che sembrano morti naturali utilizzando tecnologie d'avanguardia. Vive al di l del bene e del male, non si fida di nessuno, segue solo tre regole: non uccidere donne e bambini, non colpire bersagli innocenti, e soprattutto mantenere l'anonimato.
Riceve l'incarico di eliminare Yasuhito Kawamura, un corrotto funzionario governativo: lo segue in metropolitana e grazie a un sofisticato sistema elettronico gli provoca un arresto cardiaco e la morte. La settimana successiva incontra per caso la figlia della sua vittima, Midori, una giovane e bella pianista jazz. Ma nel frattempo qualcuno sta iniziando a cercarlo: Kawamura possedeva un dischetto che pu far cadere il governo.
Ambientato in una metropoli imprevedibile e notturna, tra jazz club, whisky bar e hotel dell'amore, Pioggia nera su Tokyo regala al lettore emozioni forti. Iperadrenalinico e atmo-sferico, esotico e violento,  un thriller elettrizzante e originale, che cattura e sorprende pagina dopo pagina. Il suo protagonista John Rain, a met tra l'agente segreto e il samurai, insieme preda e cacciatore,  un personaggio che inquieta e affascina.
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L'AUTORE.
Barry Eisler (New Jersey, 1964)  uno scrittore statunitense. 
Laureato in legge alla Cornell Law School nel 1989, fino al 1992 collabora con la CIA. Ha studiato le leggi internazionali e collaborato a Tokyo con la societ nipponica Hamada & Matsumoto. A Osaka collabora con la compagnia elettrica Matsushima.  cintura nera di judo e ha praticato anche l'aikido e il jiu jitsu brasiliano. 
Nel 2005 riceve il Premio Barry per il miglior thriller con Rain Storm. 
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PIOGGIA NERA SU TOKYO.
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PARTE PRIMA,
Nel mutare dei tempi, essi erano come lampi d'autunno: fenomeni fuori stagione, vuota promessa di pioggia che sarebbe caduta inosservata su campi ormai nudi.
Shosaburo Abe, sui samurai del periodo Meiji
Chi  il terzo che sempre ti cammina accanto?
Se conto, siamo soltanto tu e io insieme.
Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca C' sempre un altro che ti cammina accanto.
Che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato Io non so se sia un uomo o una donna
- Ma chi  che ti sta sull'altro fianco?
T.S. Eliot, La terra desolata.
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1.
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Harry fendeva la folla dell'ora di punta mattutina come la pinna dello squalo fa con l'acqua del
mare. Io lo seguivo a una ventina di metri di distanza, sull'altro lato della strada, madido di sudore
come tutti, a Tokyo, in quell'ottobre insolitamente caldo, e non potevo che compiacermi per il modo in
cui il ragazzo metteva in pratica i miei insegnamenti. Con incredibile fluidit riusciva a occupare ogni
spazio che si apriva sul suo cammino e a spostarsi di lato per evitare potenziali ingorghi.
Le variazioni di velocit nel movimento di Harry erano di una scioltezza tale da non dare in
alcun modo l'impressione di essere dovuti alla necessit di avvicinarsi al nostro obiettivo, che
procedeva con malcelata fretta lungo la Dogenzaka diretto alla stazione Shibuya.
L'obiettivo si chiamava Yasuhiro Kawamura. Era un burocrate del partito liberal-democratico,
la coalizione politica che ha governato il Giappone, praticamente senza interruzioni, dalla fine della
seconda guerra mondiale a oggi. Rivestiva, al momento, la carica di vice ministro con delega al
territorio e alle infrastrutture presso il Kokudokotsusho, organismo che ha so-stituito il vecchio
ministero dei lavori pubblici e dei trasporti, e doveva aver compiuto qualche atto gravemente offensivo
nei confronti di qualcuno, perch solo in caso di offese gravi un cliente pu richiedere il mio
intervento.
Nell'auricolare sentii Harry che diceva: Sta entrando da Higashimura, il fruttivendolo. Mi
apposto poco pi avanti. Eravamo entrambi dotati di un ricevitore di fabbricazione danese, controllato
da un microprocessore e abbastanza piccolo da poter essere collocato all'interno dell'orecchio e da
richiedere una otoscopio per individuarlo. Il microfono, invece, era sistemato sotto il bavero della
giacca. La trasmissione avviene a frequenza ultraelevata ed  perci assai difficile da captare, se non si
sa ha un'idea precisa di quello che si sta cercando; in pi, anche se qualcuno ci riuscisse, la
trasmissione  criptata. Con questi strumenti non era pi necessario tenersi in contatto visivo, e
potevamo continuare a muoverci per un po' anche quando il nostro obiettivo si fermava o cambiava
direzione. Di conseguenza, nonostante fossi rimasto piuttosto indietro per assistere alla scena, venni
tempestivamente informato del cambiamento di strada di Kawamura e potei procedere per un breve
tratto prima di fermarmi e rimanere, cos, dietro di lui. Il pedinamento in solitaria  un compito molto
difficile. Ero felice di avere Harry con me.
A circa venti metri dal negozio di frutta e verdura svoltai a sinistra, infilandomi in una delle
numerosissime strutture completamente aperte sul davanti che si susseguono sulla Dogenzaka,
soddisfacendo l'ossessione dei giapponesi per i rimedi sa-lutisti e la lotta contro i germi. Shibuya
accoglie un gran numero di buzoku, o trib, molte delle quali rappresentate quella mattina per la strada,
unite dal comune bisogno per le bibite energetiche in bottiglia che sono la specialit di quei negozi:
bibite che si dichiarano ricche di ginseng e di altri prodotti eso-tici, ma che fanno al massimo l'effetto
di una banale dose di caffeina. In fila alla cassa c'erano svariati sarariman in completo grigio - i salary
man, i soldati semplici delle imprese - lo sguardo fisso, borse dozzinali penzolanti dalle braccia
stanche, in attesa di darsi la carica per affrontare un'altra giornata uguale alle altre nelle fauci della
macchina-azienda; due ragazze adolescenti dall'aria vacua, i capelli ridotti a setole di lana d'acciaio per
via delle tinte usate per colorarli d'arancione, il naso trafitto da giganteschi anelli, vestite in modo da
proclamare il loro rifiuto della via tradizionale intrapresa dai sarariman, ma incapaci di chiarire quale
fosse, invece, la via scelta da loro; un pensionato dai capelli grigi, la pelle cadente ma insolitamente
luminosa, venuto a Shibuya per usufruire di qualcuno dei ben noti servizi sessuali offerti in zona, da
pagare con i soldi rag-granellati su un conto che lui credeva di essere riuscito a tenere nascosto alla
moglie, mentre lei lo sapeva benissimo e se ne fregava.
Avrei concesso a Kawamura tre minuti, per prendere la sua frutta, dopo di che sarei uscito. Mi
soffermai, dunque, presso un espositore di cerotti che mi permetteva di tenere d'occhio la via antistante.
Da come si era imbucato in quel negozio, lo si sarebbe detto impegnato a seminare qualcuno, e questo
non mi parve un buon segno. Se non ci fossimo organizzati per agire in coppia, Harry avrebbe dovuto
fermarsi bruscamente per mantenere la sua posizione, pi indietro dell'obiettivo. Magari, sarebbe stato
costretto ad adottare qualche espediente ridicolo, tipo chinarsi ad allacciarsi una scarpa o fermarsi a
leggere un'insegna, e Kawamura, sulla soglia del negozio, voltandosi a guardare, avrebbe potuto
individuarlo. Cos, invece, Harry pot proseguire oltre il fruttivendolo, fermarsi una ventina di metri
pi avanti, comunicarmi la sua posizione e aspettare che gli se-gnalassi l'uscita di Kawamura, per farsi
di nuovo raggiungere e superare da lui.
Quel negozio era un buon posto per imboscarsi... Fin troppo, forse, se Kawamura avesse avuto a
che fare con dei dilettanti.
Harry e io, per, non eravamo tipi da farci fregare da un simile espediente da manuale per
squadre antiterrorismo governative.
L'avevo fatto anch'io quell'addestramento, e so quanto pu essere utile.
Uscii dal negozio in cui io mi ero infilato e proseguii lungo la Dogenzaka, anche se pi
lentamente, per dare il tempo a Kawamura di tornare a sua volta in strada. Alcuni pensieri mi
attraversarono in rapida successione la mente: ci sono, tra noi e lui, abbastanza passanti da impedirgli
di adocchiarci se dovesse guardarsi intorno uscendo dal negozio? Davanti a quali negozi sto passando?
Potrei aver bisogno, all'improvviso, di infilarmi in uno di essi. C' per caso qualcuno intento a
osservare chiunque si avvicini alla stazione, magari per aiutare Kawamura a sfuggire a eventuali
inseguitori? Nel caso avessi gi attirato i sospetti di addetti alla controsorveglianza, il mio
comportamento, a quel punto, sarebbe risultato pi che equivoco, dato che in precedenza andavo di
fretta per tenere il passo con il nostro obiettivo, mentre ora tergiversavo: uno che va in giro per i fatti
propri non cambia passo in quel modo. Tuttavia, fino a quel momento, era stato Harry il pi esposto,
quello che aveva incalzato l'obiettivo pi da vicino, mentre io, prima di fermarmi in quel negozio, non
avevo fatto nulla che potesse attirare l'attenzione.
Sentii di nuovo la voce di Harry: Sono al Centonove. Si era fermato, cio, presso il grande
centro commerciale cos denominato, famoso per la sua schiera di centonove esercizi, tra ristoranti e
boutique alla moda.
Male, commentai io. Al pianterreno c' la biancheria intima femminile. Non vorrai
mischiarti a una cinquantina di quindicenni in divisa scolastica impegnate a scegliere un reggi-seno con
le imbottiture?
Stavo appunto pensando di aspettare fuori, rispose Harry, probabilmente arrossendo.
Il marciapiede antistante il Centonove  un noto luogo d'incontro, solitamente affollato da un
assortimento di pedoni poli-glotti. Ah, credevo ti interessasse la biancheria intima, insistetti io,
trattenendo una risata. Tieniti pronto e aspetta il mio segnale quando passiamo l davanti.
D'accordo.
Il fruttivendolo era solo dieci metri pi avanti, ormai, e Kawamura non dava segno di voler
uscire. Avrei dovuto fermarmi di nuovo. Sfilavo accanto a una serie di bar e di ristoranti, ancora tutti
chiusi. Mi trovavo sul lato opposto della strada, rispetto a Kawamura, e probabilmente fuori dal suo
campo di osservazione pi immediato, cosicch potevo anche rischiare di fermarmi, per mettermi
magari a trafficare con il cellulare. Se avesse guardato bene, mi avrebbe visto, ma grazie ai tratti
giapponesi tramandatimi da mio padre non ho particolari problemi a confondermi tra la folla di Tokyo.
Quanto a Harry, che si chiama, in realt, Haruyoshi e ha entrambi i genitori giapponesi, di problemi del
genere non ne ha mai avuti.
All'epoca del mio ritorno a Tokyo, nei primi anni Ottanta, i miei capelli castani - avuti in dote
da mia madre - facevano l'effetto di un giubbotto a motivi floreali addosso a un cacciatore, e avevo
dovuto tingerli di nero per ottenere quel grado di anonimato che tuttora serve a proteggermi. Negli
ultimi anni, poi, in Giappone ha preso piede il chappatsu, ossia la moda di tin-gersi i capelli di castano
scuro, cosicch non devo pi preoccuparmi tanto di camuffarmi. A volte, per ridere, dico a Harry che
forse  il caso che anche lui adotti il chappatsu, ma Harry  troppo un otaku, un geek, un fanatico dei
computer, per darsi pensiero del suo aspetto esteriore. La natura, del resto, non  che lo abbia
particolarmente favorito: il sorriso goffo di chi sembra sempre attendersi un colpo, da un momento
all'altro; la tendenza a sbattere rapidamente le palpebre in situazioni di tensione; una faccia che non ha
mai perso la rotondit infantile, ulteriormente accentuata da una massa di capelli neri e folti che in certi
giorni sembra addirittura sospesa sopra la sua testa.
Tuttavia, le stesse caratteristiche che gli precludevano le coper-tine delle riviste gli conferivano
quella discrezione che  fondamentale nel lavoro di sorveglianza e pedinamento.
Non appena raggiunsi il punto esatto in cui avevo deciso che mi sarei fermato, Kawamura sbuc
dal negozio e torn a im-mergersi nel flusso della folla. Per lasciare tra me e lui una distanza
sufficiente, mi attardai il pi possibile osservando la sua testa che ora spuntava ora scompariva, mentre
lui procedeva lungo il marciapiede. Era alto per essere un giapponese, e questo facilitava il nostro
compito, ma indossava un completo scuro come il 90 per cento delle persone presenti in quel luogo - e
Harry e io eravamo tra questi - di modo che non era il caso di farsi staccare troppo.
Avevo appena ristabilito la giusta distanza quando Kawamura si ferm di colpo e si volt per
accendersi una sigaretta. Io continuai a muovermi lentamente, nascosto dalla gente che si trovava tra
me e lui, ben sapendo che non sarebbe riuscito a in-dividuarmi se mi fossi spostato al ritmo della folla.
Concentrai il mio sguardo sulla schiena di chi mi precedeva, come uno dei tanti, annoiati pendolari del
mattino. Un attimo dopo, Kawamura si volt di nuovo e riprese a camminare.
Mi concessi un abbozzo di sorriso soddisfatto. I giapponesi non si fermano mai per accendersi
la sigaretta: se lo facessero, butterebbero via intere settimane della loro vita adulta. Oltre-tutto, non
c'era neanche un vento tale da giustificare quel gesto.
Con quell'evidente tentativo di sorprendere eventuali pedinatori, Kawamura aveva
semplicemente confermato di essere colpevole.
Colpevole di che cosa non lo so: non  mia abitudine infor-marmene. Mi limito a poche
domande: l'obiettivo  di sesso maschile? Nel mio lavoro non tratto donne e bambini. Ci sono altre
persone all'opera per risolvere il vostro problema? Non mi piace l'idea di trovarmi tra i piedi
collaboratori indesiderati: se volete me, dovete affidarmi la questione in esclusiva. L'obiettivo  un
pesce grosso? Io risolvo problemi direttamente da soldato qual ero, e non come un terrorista, che invia
messaggi trasversali ammazzando persone innocenti. Le preoccupazioni implicite in quest'ultima
domanda spiegano perch io preferisca, comunque, trovare da me la prova della colpevolezza: per
avere la conferma del fatto che il mio obiettivo  davvero un pesce grosso e non un povero innocente
ignaro di tutto.
Per due volte, in diciotto anni, la mancanza di una simile prova aveva frenato la mia mano. In
un caso, si trattava di eliminare il fratello dell'editore di un giornale che stava dando spazio ad articoli
sulla corruzione nella regione natale di un certo personaggio politico. Nel secondo caso, l'obiettivo era
il padre di un revisore dei conti che usava uno zelo eccessivo nel verificare la natura e le dimensioni dei
debiti contratti da una certa banca. Avrei accettato senza batter ciglio se mi avessero chiesto di colpire
direttamente l'editore e il revisore dei conti, ma i committenti in questione avevano deciso, per ragioni
loro, di seguire una via pi tortuosa che prevedeva anche un inganno ai miei danni. Questi, ovviamente,
non sono pi miei clienti. E
di nessun altro.
Non sono un mercenario, anche se non posso negare di es-serlo stato, per un certo periodo. E
sebbene io viva, in un certo senso, una vita di servizio, non sono pi neppure un samurai.
L'essenza del samurai non si esaurisce nell'etica del servizio, bens  fatta anche di lealt al
proprio signore, a una causa superiore all'individuo. C' stato un tempo in cui ardevo di lealt, un'epoca
in cui - intriso dell'etica del samurai che avevo assorbito da ragazzo, in Giappone, leggendo romanzi e
fumetti di evasione - mi ero disposto a morire al servizio del signore che avevo scelto: gli Stati Uniti.
Amori tanto acritici e incondizio-nati, per, sono destinati a concludersi, e la loro fine, in genere, 
delle pi traumatiche, come anche il mio caso dimostra. Ora sono pi realista.
Giunto all'altezza del Centonove, dissi: Sto passando.
Senza chinare la testa sul bavero o altre stupidaggini del genere: le trasmittenti sono abbastanza
sensibili da consentire di evitare movimenti che, per quanto lievi, sono come segnali lu-minosi per
gente addestrata alla controsorveglianza. Non che l ce ne fosse, ma  sempre meglio prendere tutte le
precauzioni.
Harry, a quel punto, senza dare nell'occhio, si rimise in movimento.
In realt, l'incredibile diffusione dei telefoni cellulari con auricolare rende questo lavoro pi
semplice di quanto non fosse un tempo. Fino a poco fa, se uno camminava da solo parlando sottovoce
tra s faceva la figura dello scemo o dell'agente segreto. Oggi, invece, questo comportamento 
comunissimo, in Giappone, tra la generazione del keitai, o telefono cellulare.
Il semaforo in fondo alla Dogenzaka era rosso, e nei pressi dell'incrocio a cinque diramazioni,
situato davanti alla stazione ferroviaria, la folla cominciava ad addensarsi. Sgargianti insegne al neon
ed enormi monitor proiettavano riflessi sugli edifici circostanti. Un camion diesel al centro dell'incrocio
cambi marcia, lento come un barcone su un fiume fangoso, sparando, attraverso i suoi altoparlanti,
distorti inni patriottici di destra che sopraffecero momentaneamente i campanelli usati dai ci-clisti per
chiedere strada. Un barbone spingeva un carrello della spesa tra la folla, con il sudore che gli colava sul
viso, portandosi dietro come una scia un odore di riso e pesce lessi. Un senzatetto di et imprecisata, ex
sarariman che doveva aver perso il lavoro e mollato gli ormeggi in coincidenza con lo scoppio della
bolla finanziaria nei tardi anni Ottanta, dormiva con la schiena appoggiata alla base di un lampione,
insensibile, per via dell'alcol o della disperazione, al trambusto che lo circondava.
L'incrocio della Dogenzaka  sempre cos, giorno e notte, e all'ora di punta, quando il semaforo
diventa verde, oltre trecento persone scendono ogni volta, contemporaneamente, dai mar-ciapiedi,
mentre altre venticinquemila si accalcano per prepa-rarsi a passare. Da quel punto in avanti, sarei stato
costretto a procedere pochi centimetri alla volta, stretto nella massa delle altre persone. Mi sarei tenuto
a non pi di cinque metri da Kawamura, e a dividerci sarebbero rimaste all'incirca duecento persone.
Sapevo che possedeva un tesserino e che non sarebbe dovuto passare a fare il biglietto. Anche Harry e
io ci eravamo dotati di biglietto, cos da poterlo seguire senza intoppi al di l del mezzanino. Non che i
controllori fossero cos attenti: all'ora di punta vengono praticamente travolti dalle orde di pendolari, e
ci sono buone probabilit di passare inosservati anche mostrando la figurina di un giocatore di baseball.
Scatt il semaforo, e i gruppi di persone fermi sui marciapie-di opposti si mischiarono come in
un'epica scena di battaglia medievale. Gli abitanti di Tokyo sono dotati di un radar invisibile che
consente loro di evitare, in queste circostanze, una miriade di collisioni al centro della strada. Vidi
Kawamura che tagliava in diagonale verso la stazione e mi accodai. C'erano solo cinque persone tra me
e lui al momento di superare il mezzanino. Dovevo stargli molto vicino, ora. All'arrivo del treno
sarebbe stato il caos: cinquemila persone ne sarebbero tra-boccate, con altre cinquemila, ammassate a
file di quindici, a premere per salirvi, sgomitando per conquistare le migliori posizioni di partenza. Gli
stranieri che credono alla fola del giapponese gentile non hanno mai preso la Yamanote all'ora di punta.
La fiumana di gente si rovesci gi per le scale dilagando sulla banchina, mentre i rumori e gli
odori della stazione sembravano accrescere, nella folla in attesa, il senso di urgenza.
Nuotavamo controcorrente: la gente appena scesa dal metr frenava il nostro procedere, e
quando raggiungemmo la banchina le porte del convoglio si stavano gi richiudendo sulle borse e sui
gomiti sporgenti. Quando fummo davanti al gab-biotto situato a met della banchina, l'ultimo vagone
stava gi sfrecciandoci accanto, e pochi attimi dopo scomparve. Il metr successivo sarebbe arrivato
nel giro di due minuti.
Kawamura prosegu per un tratto, e io continuai a tenergli dietro, ma senza avvicinarmi ai binari
ed evitando accurata-mente di mettermi nella sua scia. Guardava da una parte e dall'altra della
banchina, e posto che, in precedenza, avesse gi inquadrato Harry o me, il fatto di vederci non parve
innervosir-lo. Met della gente che era l ad aspettare aveva appena percorso la Dogenzaka.
Sentii il rombo del treno in arrivo, proprio mentre davanti a me passava Harry che, come un
cacciabombardiere intento a sorvolare la torre di controllo di una portaerei, si limit a rivol-germi un
cenno quasi impercettibile con la testa, a significare che, da quel momento in poi, sarebbe toccato a me.
Gli avevo chiesto di aiutarmi solo finch Kawamura non fosse salito sul metr, come aveva sempre
fatto in tutte le precedenti occasioni in cui l'avevamo pedinato. Harry aveva fatto un ottimo lavoro: mi
aveva aiutato a tener dietro al mio obiettivo e, secondo co-pione, si apprestava a uscire di scena. Mi
sarei messo in contatto con lui in seguito, una volta concluso l'assolo previsto da quel lavoro.
Harry  convinto che io sia un investigatore privato e che il mio lavoro consista nel pedinare le
persone per raccogliere informazioni. Per distogliere la sua attenzione dal tasso di morta-lit un po'
troppo elevato tra gli obiettivi dei nostri pedinamenti, gli chiedo di seguire, a volte, persone scelte a
caso, che mi aiutano a coprire le mie operazioni pur continuando a vivere ignare e felici la loro vita.
Quando  possibile, poi, evito di metterlo a parte del nome degli obiettivi delle mie operazioni, per
scongiurare il rischio che, sfogliando le pagine dei necrologi sui quotidiani, si insospettisca.
Ciononostante, i nostri obiettivi, al termine dei pedinamenti, finiscono spesso per lasciarci le penne, e
io so che Harry  una persona attenta e curiosa. Finora non ha fatto domande, e ci mi rallegra. Mi
piace pensare a Harry come a una risorsa, e non vorrei che si trasformasse in un handicap.
Mi avvicinai a Kawamura da dietro, come un pendolare tra i tanti in cerca di una posizione
favorevole per salire sul metr.
Ora veniva la parte pi delicata del lavoro. Se avessi commesso errori, Kawamura mi avrebbe
individuato, e sarebbe stato difficile, poi, riavvicinarsi a lui per un secondo tentativo.
Affondai la mano destra nella tasca dei pantaloni e strinsi un magnete, grosso e pesante come
un quarto di dollaro, controllato da un microprocessore. Su un lato, il magnete era ricoperto da un
tessuto pettinato blu identico a quello dell'abito indossato quel giorno da Kawamura. In caso di
necessit, avrei potuto strappare lo strato blu, sotto il quale vi era uno strato di tessuto grigio, l'altro
colore prediletto da Kawamura. Sulla faccia opposta del magnete c'era un supporto adesivo.
Estrassi il magnete dalla tasca tenendolo nascosto nella ma-no. Avrei dovuto approfittare del
primo momento di distrazione, anche lieve, di Kawamura. Magari proprio nell'atto di salire a bordo del
metr. Tolsi la carta plastificata che copriva il supporto adesivo e la appallottolai, infilandola nella
tasca dei pantaloni.
Il treno sbuc all'estremit della banchina, sferragliando e stridendo. Kawamura prese dal
taschino della giacca un telefonino e si mise a comporre un numero.
" il momento di agire", pensai. Gli passai accanto e gli applicai il magnete sulla giacca, appena
sotto la scapola sinistra, per poi allontanarmi di qualche passo lungo la banchina.
Kawamura parl al telefono per pochi secondi - a voce troppo bassa perch io potessi sentire le
sue parole, coperte, per giunta, dal frastuono del treno in frenata - e poi se lo rimise in tasca. Mi
domandai chi fosse il suo interlocutore, ma non aveva importanza. Altre due o tre fermate, e tutto
sarebbe finito.
Il treno si arrest e le porte si aprirono, rovesciando sulla banchina un fiume di persone. Quando
il deflusso si fu ridotto a un rivoletto, le schiere in attesa su entrambi i lati delle porte si riversarono
all'interno dei vagoni, come risucchiate da un gi-gantesco aspirapolvere. La gente continuava a
spingere per salire, nonostante gli altoparlanti avessero gi dato l'avviso di chiusura delle porte, e i
passeggeri all'interno del vagone conti-nuarono ad aumentare finch non ci fu pi neppure bisogno di
reggersi ai sostegni, dato che non c'era pi posto per cadere. Le porte, a quel punto, si richiusero, e il
treno ripart.
Espirai lentamente e, ruotando la testa da una parte e dall'altra, sentii scrocchiare le ossa del
collo: le ultime tracce di ner-vosismo stavano svanendo con l'avvicinarsi del momento decisivo. 
sempre stato cos. Da ragazzo avevo vissuto per un periodo nei dintorni di una citt attraversata da un
intrico di gole, dove era possibile, in alcuni punti, gettarsi dalle rupi nelle acque profonde sottostanti.
Alcuni ragazzi lo facevano spesso: l'altezza non sembrava proibitiva. La prima volta che ero salito in
cima alla rupe, per, avevo guardato gi ed ero restato para-lizzato nel vedere quanto fosse diversa la
prospettiva dall'alto.
Gli altri mi stavano osservando, e a quel punto mi ero reso conto che, nonostante la paura,
indipendentemente da quel che sarebbe potuto accadere, mi sarei lanciato: un che di istintivo in me
aveva neutralizzato la coscienza, consentendomi di concentrarmi sulla sola azione muscolare della
corsa. Non avevo altra percezione, altra cognizione del futuro se non quella dei rapidi passi precedenti
il salto. Ricordo di aver pensato che se anche fossi morto non avrebbe avuto alcuna importanza.
Kawamura era in piedi davanti alla porta a un'estremit del vagone, a circa un metro da me, e si
reggeva con la mano destra al sostegno orizzontale sopra la sua testa. Dovevo stargli addosso.
Mi avevano chiesto che la cosa sembrasse naturale. D'altronde,  la mia specialit: per questo i
miei servizi sono sempre cos richiesti. Alla clinica universitaria Jikei, Harry era riuscito a procurarsi la
cartella clinica di Kawamura, dalla quale risultava che, a seguito di un arresto cardiaco, sopravviveva
solo grazie a un pacemaker installato cinque anni prima.
Mi girai in modo da rivolgere le spalle alla porta, commet-tendo una piccola infrazione
all'etichetta metropolitana giapponese: volevo assicurarmi che nessuno potesse leggere i sugge-rimenti
(in inglese) che sarebbero comparsi sul display del PDA che avevo in mano: avevo caricato un
programma di verifica della funzionalit cardiaca, come quelli utilizzati dai car-diologi per regolare i
pacemaker applicati ai loro pazienti. E
l'avevo configurato in modo che il computer inviasse segnali a infrarossi al magnete di
controllo. L'unica differenza tra me e un cardiologo stava nel fatto che la mia apparecchiatura era
miniaturizzata e senza fili. E che io non avevo fatto il giura-mento ippocratico.
Il PDA, gi acceso in modalit risparmio energetico, si illumin all'istante. Sul display
lampeggiava la scritta parametri del ritmo cardiaco. Premetti il tasto di invio e mi si presentarono
due diverse opzioni: test di soglia e test di sensibilit.
Selezionai la prima opzione e ne ottenni un elenco di parametri: frequenza, ampiezza della
pulsazione, differenza di potenziale. Selezionai frequenza e regolai il pacemaker al livello di
frequenza minimo di quaranta battiti al minuto; quindi tornai alla schermata precedente e selezionai
ampiezza della pulsazione. Il display indicava che il pacemaker era configurato in modo da fornire
impulsi elettrici della durata di 0,48 millise-condi ciascuno. Abbassai al minimo l'ampiezza della
pulsazione e passai, poi, a modificare la differenza di potenziale. L'apparecchio era stato regolato sugli
8,5 volt, e io cominciai a ridurre questo valore a scatti di mezzo volt ciascuno. A 6,5 volt il display
cominci a lampeggiare: "Hai gi ridotto di 2 volt la differenza di potenziale. Vuoi continuare?" Digitai
un "s" e continuai, inviando un "s" dopo ogni diminuzione di due volt.
Alla stazione Yoyogi, Kawamura scese dal metr. Non era previsto. E sarebbe stato un bel
problema continuare a trafficare con l'unit a infrarossi, che aveva un raggio d'azione limitato, cercando
al contempo di non perdere di vista Kawamura.
"Merda! Pochi secondi ancora...", pensai, facendomi largo tra i passeggeri per non perdere il
contatto. Kawamura, per, era sceso solo per facilitare il deflusso di altre persone e si ferm appena
oltre le porte del treno, pronto a risalire. Tirai un sospi-ro di sollievo. Quando chi doveva scendere ebbe
finito di scia-mare, Kawamura risal a bordo, seguito da coloro che avevano atteso il metr a Yoyogi.
Le porte si richiusero e il treno ripart.
Quando scesi a due soli volt, il display avvert che mi stavo ormai avvicinando ai valori di
output minimi e che un'ulteriore diminuzione sarebbe stata pericolosa. Trascurai l'avvertimento e scesi
di altro mezzo volt, alzando simultaneamente gli occhi su Kawamura, che nel frattempo non si era
mosso.
Giunto a un solo volt, cercai di scendere ancora, ma sul display vidi comparire la scritta
lampeggiante: "Questo comando porter l'apparecchio ai valori di output minimi. Vuoi continuare?"
Digitai ancora "s". Per sicurezza, il sistema torn a domandarmi: "Hai configurato questa unit ai
valori di output minimi. Conferma o annulla". Confermai, e dopo un secondo di pausa, sul display
cominci a lampeggiare la scritta: "Valori di output errati... Valori di output errati".
Richiusi il display del PDA, ma senza spegnerlo. Si sarebbe resettato automaticamente. Era
sempre possibile che la prima sequenza non funzionasse a dovere, e io volevo avere il tempo di
riprovare, se fosse stato necessario.
Non ce ne fu bisogno. Quando il treno si ferm a Shinjuku, Kawamura urt una donna che gli
era accanto. Le porte si aprirono, e molti passeggeri scesero dal metr. Non Kawamura, pe-r, che
rimase aggrappato con la destra a un sostegno verticale presso la porta, reggendo con l'altra mano il
sacchetto della frutta. A quel punto, lo vidi ruotare in senso antiorario, per appoggiarsi di schiena a lato
della porta. Aveva la bocca aperta e un'espressione vagamente sorpresa. Lentamente, quasi con grazia,
scivol a terra. Uno dei passeggeri che avevo visto salire a Yoyogi si chin per soccorrerlo: un
occidentale tra i quaranta e i cinquant'anni, cos alto e magro da farmi pensare a un giavel-lotto, i
capelli in fase di diradamento e di passaggio dal biondo al grigio, l'aria nobilitata dagli occhialini.
Prov a scuotere per le spalle Kawamura, il quale per neppure si rendeva conto degli sforzi compiuti
da quello straniero per soccorrerlo.
Daijoubu desu ha? domandai, accosciandomi a mia volta per sorreggere la schiena di
Kawamura. Che cos'ha? Mi ero rivolto a quello straniero in giapponese per ridurre al minimo la nostra
interazione: era improbabile che lo parlasse.
Wakaranai, borbott lo straniero. Non lo so. Prese a schiaffeggiare le guance sempre pi
cianotiche di Kawamura e lo scosse di nuovo: un po' troppo forte, mi parve. Dunque, un po' di
giapponese lo masticava. Ma non aveva importanza.
Staccai il magnete dalla giacca di Kawamura, e il gioco fu fatto.
Li scavalcai e scesi sulla banchina, dopo di che il flusso di passeggeri in salita invase il treno.
Sbirciando dall'esterno attraverso il finestrino del vagone pi vicino alla porta, notai con stupore che lo
straniero stava frugando nelle tasche di Kawamura. Dapprima pensai che lo stesse derubando. Mi
avvicinai al finestrino per guardare meglio, ma i passeggeri che si accal-cavano all'interno mi
impedirono di vedere.
Ebbi l'impulso di risalire sul metr, ma sarebbe stata una sciocchezza. E poi era troppo tardi. Le
porte si stavano gi chiudendo. Trovando un ostacolo - un piede, forse, o una borsa
- si riaprirono leggermente, ma subito si richiusero. A bloccarle era stata una mela che, quando
il treno ripart, rotol sui binari.
2
Da Shinjuku presi la Maranouchi fino a Ogikubo, all'estrema periferia occidentale della citt,
all'esterno della metropoli vera e propria. Volevo essere sicuro di non avere nessuno alle calcagna,
prima di riferire al mio cliente sull'esito dell'operazione Kawamura, e scelsi di dirigermi a ovest per
muovermi in senso opposto all'imponente flusso di traffico dell'ora di punta e faci-litarmi cos il
compito di individuare eventuali pedinatori.
Era una procedura di controsorveglianza codificata sotto la sigla SDR, o surveillance detection
run: si sceglie un percorso particolare per individuare eventuali pedinatori. Sulla strada per Shibuya,
quella mattina, Harry e io avevamo preso tutte le precauzioni del caso, ma se in precedenza nessuno ci
aveva seguito, qualcuno, a un certo punto, poteva anche aver cominciato a farlo. A Shinjuku c' una
calca tale che si pu avere alle costole una squadra di dieci pedinatori senza potersene rendere conto.
Invece, pedinare una persona senza mai dare nell'occhio lungo banchine deserte dotate di molteplici
accessi e uscite  quasi impossibile, e il tragitto fino a Ogikubo offriva esattamente il genere di
atmosfera tranquilla che faceva al caso mio.
Un tempo, quando un agente segreto voleva comunicare con una persona che si trovava in una
posizione tanto delicata da rendere impossibile qualsiasi incontro, si ricorreva al dead drop, o deposito
al buio: la persona in questione, ad esempio, nascondeva nel cavo di un albero, o tra le pagine di un
libro poco noto della biblioteca pubblica, una microfiche che l'agente segreto sarebbe poi passato a
recuperare. Mai e poi mai i due avrebbero pensato di darsi appuntamento da qualche parte.
Con Internet la cosa  diventata pi semplice, e pi sicura. Il cliente pubblica un messaggio
criptato su una certa bacheca elettronica, che  l'equivalente informatico dell'albero cavo. Io lo scarico
da una linea telefonica pubblica e lo decritto quando e come mi pare. E viceversa.
Il traffico di messaggi ha un contenuto estremamente semplice. Un nome, una fotografia,
informazioni personali e di lavoro. Un numero di conto corrente bancario, istruzioni per il bonifico. Un
promemoria sui miei tre no: no a missioni contro donne e bambini; no a omicidi trasversali; no a
impegni senza esclusiva. Il telefono si usa con cautela, solo a cose fatte, ed era proprio questa la
ragione di quel mio viaggio a Ogikubo.
Utilizzai uno degli apparecchi pubblici installati sulla banchina della stazione per telefonare al
mio contatto all'interno del partito liberal-democratico, un funzionario di cui so soltanto che si chiama
Benny: un diminutivo di Benihana, forse. Da come parla l'inglese, si capisce che Benny deve aver
trascorso del tempo all'estero. Credo che preferisca usare l'inglese, con me, perch in certi contesti ha
un suono pi duro, e Benny ama credersi un duro. Probabilmente, ha imparato il gergo al cine-ma,
guardando i gangster movies hollywoodiani.
Non ci eravamo mai incontrati, ma le sole conversazioni telefoniche erano bastate a far nascere
in me una decisa antipatia per Benny. Me lo immaginavo come il classico scalda-poltrone da
sottobosco governativo; uno che provava a risolvere i suoi problemi di adipe correndo per tre volte alla
settimana su un tapis roulant, in una sgargiante e costosissima tuta da ginnasti-ca, con l'aria
condizionata e l'audio di un televisore ad alleviare qualsiasi inutile disagio; uno che si gingillava con
hair-gel da designer per farsi il riporto, perch in fondo quelle piccole cose costavano pochi dollari, e
risparmiava indossando camicie e cravatte da non stirare - le cui etichette dichiaravano: Vera se-ta
italiana! - che aveva comprato in uno dei suoi viaggi all'estero scegliendole su un bancone di roba
scontata in qualche grande magazzino, congratulandosi con s stesso per aver pagato cos poco capi
tanto pregiati. Uno che, probabilmente, sfoggiava qualche stravagante accessorio occidentale, tipo
sti-lografica Montblanc, come un talismano, che serviva a rassicu-rarlo di essere pi cosmopolita di chi
gli impartiva gli ordini.
S, me lo immaginavo bene, questo Benny: era un piccolo por-taborse, un galoppino, uno
sfigato che non si era mai sporcato le mani in tutta la sua vita, uno che non avrebbe saputo distin-guere
un vero sorriso dal divertito rictus adottato dalle hostess che lo alleggerivano dei suoi yen in cambio di
scotch annac-quati, mentre lui le tediava alludendo alle Grandi Cose in cui era coinvolto ma di cui,
com' ovvio, non poteva parlare apertamente.
Dopo il consueto scambio di segnali in codice, gli dissi: Ho fatto tutto.
Ah, mi fa piacere, disse lui, con il suo tono leccato da falso duro. Hai avuto problemi?
Nulla di significativo, risposi io dopo una breve pausa, durante la quale pensai al tizio che sul
metr si era avvicinato a Kawamura.
Siamo sicuri?
Sapevo che sarebbe stato inutile parlargliene. Meglio tacere.
E lasciai cadere il discorso.
Okay, fece lui, rompendo il ghiaccio. Se hai bisogno di qualcosa, sai come rintracciarmi.
Per qualsiasi cosa, eh?
Benny credeva di gestirmi come un suo uomo. Una volta era giunto persino a propormi un
incontro a quattr'occhi. Io gli avevo risposto che ci saremmo visiti di persona solo nel caso io avessi
dovuto ucciderlo, e che, quindi, sarebbe stato nel suo interesse rimandare. Lui aveva riso, ma
dell'incontro, poi, non se n'era pi fatto niente.
C' una sola cosa di cui ho bisogno, dissi, alludendo ai soldi.
Domani li avrai, come sempre.
Bene. Riagganciai, ripulendo automaticamente il ricevitore e i pulsanti per evitare - nella
remota eventualit che avessero intercettato la chiamata - che qualcuno potesse arrivare l a rilevare le
impronte. Se, come presumevo, avevano accesso agli archivi dell'epoca del Vietnam, avrebbero trovato
che le impronte corrispondevano a quelle di John Rain, e io non volevo che associassero quel tale, che
avevano conosciuto pi di venti anni prima, quando era arrivato in Giappone, al killer misterioso.
A quei tempi lavoravo per la CIA - un retaggio dei miei contatti in Vietnam - con il compito di
assicurarmi che gli aiuti
distribuiti dall'agenzia raggiungessero i destinatari all'interno del partito liberal-democratico, gi
allora al governo. La CIA gestiva un programma di finanziamenti occulti a favore di politici
conservatori - nell'ambito delle abituali politiche anticomu-niste dell'amministrazione statunitense e
come naturale esten-sione delle relazioni sviluppatesi nel dopoguerra, durante l'occupazione - e il
partito liberal-democratico era felicissimo di assumersi quella responsabilit in cambio del denaro.
Io ero soltanto l'addetto alle consegne, ma avevo instaurato un buon rapporto con uno dei
beneficiari dei doni dello zio Sam, un certo Miyamoto. Uno dei soci di Miyamoto, irritato perch gli
pareva di ricevere una fetta troppo piccola della torta, aveva minacciato di cantare se non gli avessero
dato di pi.
Miyamoto era esasperato: gi in precedenza il suo socio aveva usato quella tattica, ricavandone
un aumento della quota. Stava diventando un po' troppo avido. Miyamoto mi aveva domandato se, per
50.000 dollari, non potessi fare qualcosa con quel tizio senza altre domande.
L'offerta mi era parsa interessante, ma volevo prima assicurarmi una copertura. Perci, avevo
detto a Miyamoto che non avrei potuto occuparmene di persona, ma che l'avrei messo in contatto con
qualcuno che probabilmente lo avrebbe aiutato.
Questo qualcuno era diventato il mio alter ego e, con il passare del tempo, mi ero dato sempre
pi da fare per cancellare le tracce del vero John Rain. Tra gli accorgimenti che ho adottato, non uso
pi il mio nome vero e mi sono sottoposto a chirurgia plastica per dare ai miei stentati epicanti un
aspetto pi com-piutamente giapponese. Porto anche i capelli pi lunghi, ora, al posto del taglio a
spazzola che prediligevo a quei tempi. E gli occhialini dalla montatura sottile - una concessione all'et e
ai suoi effetti - mi conferiscono un'aria da intellettuale che  quanto di pi distante dal mio antico
contegno da soldato rin-ghioso. Oggi assomiglio pi a un accademico giapponese e meno al vecchio
guerriero mezzosangue che ero stato. Da pi di vent'anni ho perso di vista i miei contatti dei vecchi
tempi e mi tengo scrupolosamente alla larga dalla CIA. Dopo lo scherzo che avevano fatto a me e a
Crazy Jake in quel di Bu Dop, ero stato ben felice di non dover mai pi avere a che fare con loro.
Miyamoto mi aveva messo in contatto con Benny, che nel partito si occupava di aiutare gente
con problemi analoghi a quelli di Miyamoto. Problemi che io potevo risolvere. Per un po' avevo
lavorato per entrambi, ma una decina di anni fa Miyamoto and in pensione e poco dopo mor in pace
nel suo letto. Da quel momento Benny  sempre stato il mio miglior cliente. Per lui, per qualunque
membro del partito lui rappresenti, faccio tre o quattro lavoretti all'anno, per una cifra, in yen,
equivalente a un centinaio di migliaia di dollari l'uno. Pu sembrare tanto, lo so, ma ci sono anche
molte spese: equipaggiamento, doppie residenze, un vero studio di consulenza, perennemente in
perdita, che mi serve da copertura.
Benny... Mi domandai se sapesse che cosa era avvenuto sul metr. L'immagine di quello
straniero che frugava nelle tasche di Kawamura era fastidiosa come un piccolo residuo di cibo
in-castrato tra i denti, e io continuavo a tornarci su, in cerca di un'illuminazione. Poteva essere una
coincidenza? Forse quel tizio cercava solo un elemento per identificarlo... Non  certo la cura pi
indicata cui sottoporre uno che stia diventando viola per mancanza di ossigeno, ma le persone inesperte
non sempre si comportano razionalmente sotto stress, e la prima volta che si vede qualcuno morire
sotto i propri occhi  senza dubbio stressante. Quell'uomo poteva per essere il contatto di Kawamura e
si trovava su quel treno in vista di una qualche transa-zione con la vittima. Forse si erano accordati per
una rapida consegna di materiale su un affollato vagone del metr. Kawamura, appena prima di salire
sul convoglio a Shibuya, poteva aver telefonato al suo contatto dicendo: Sono sul terzulti-mo vagone e
il metr sta per ripartire, per consentire al suo uomo di prendere posizione sulla banchina di Yoyogi e
di salire a sua volta, all'arrivo del treno.
In realt, di piccole coincidenze ne capitano spesso nel mio campo. Iniziano automaticamente
non appena ci si mette a studiare il comportamento umano, quando si comincia a seguire l'individuo
medio nel corso di una sua giornata media, ascoltando le sue conversazioni e venendo a conoscenza
delle sue abitudini. Le forme che da lontano ci appaiono senz'altro levi-gate possono risultare assai
scabre e sconnesse se osservate pi da vicino, come accade se si esamina un tessuto al microsco-pio.
Alcune delle persone di cui mi occupo nel mio lavoro sono implicate in traffici occulti, e il
fattore coincidenza  praticamente una costante. Ho seguito persone che poi scoprivo essere sorvegliate
anche dalla polizia: per questo la mia abilit nel campo della controsorveglianza dev'essere tanto
raffinata. Le donne sono un motivo ricorrente, e a volte anche le seconde famiglie. Un tale che stavo
per eliminare, mentre lo seguivo sulla banchina di una stazione del metr, mi lasci di stucco
gettandosi di sua spontanea volont sotto il treno in arrivo, ri-sparmiandomi cos la fatica. Il mio cliente
ne fu deliziato e re-st ammirato per come ero riuscito a farlo sembrare un suicidio.
Avevo l'impressione, per, che Benny sapesse qualcosa, e quell'impressione mi impediva di
ignorare questa piccola coincidenza. Se avessi scoperto che aveva infranto una delle mie tre regole,
affiancandomi un'altra squadra nell'operazione Kawamura, sarei andato a prenderlo e gliel'avrei fatta
pagare. Ma non c'era un modo semplice e diretto per scoprirlo.
L'indomani, come Benny aveva promesso, arrivarono i soldi, e nei nove giorni successivi tutto
fil liscio.
Il decimo giorno ricevetti una telefonata da Harry. Disse di essere il mio amico Koichiro e mi
invit ad andare, il marted successivo, verso le otto di sera, alla Galerie Coupe Chou di Shinjuku, dove
lui aveva appuntamento con alcuni amici. Risposi che mi sembrava un'ottima idea e che avrei fatto il
possibile per esserci. Sapevo di dover tornare indietro di cinque no-mi, nell'elenco dei ristoranti sulle
Pagine gialle di Tokyo, per individuare il vero luogo dell'appuntamento (che risult essere il Las
Chicas), e dovevo anche sottrarre cinque giorni e cinque ore per ottenere il vero giorno e la vera ora
dell'incontro.
Mi piace il Las Chicas, come luogo d'incontro, perch quasi tutti ci arrivano dalla Aoyama-dori,
consentendo a coloro che provengono dalla direzione opposta di osservare tutto con comodo, e perch
chiunque voglia entrare deve percorrere, per raggiungere l'ingresso, un piccolo vialetto allo scoperto. Il
locale  circondato da viuzze tortuose che si dipanano in una decina di direzioni diverse, senza punti di
passaggio obbligati dove qualcuno possa appostarsi in attesa. Le conosco bene quelle stradine, cos
come mi premuro di conoscere a fondo cigni zo-na che mi capiti di dover frequentare assiduamente.
Sarebbe stato di certo molto difficile per chiunque avvicinarmi in quel luogo contro la mia volont.
Si mangia bene, e anche l'ambiente  carino. Il men e la gente sono una mescolanza di oriente
e occidente: riso jeera indiano e cioccolato belga; una bellezza dagli alti zigomi e dai capelli corvini, di
antiche origini mongole, accanto a una bion-da dei fiordi, esperta di lingue e di accenti. Chiss come il
Las Chicas riesce a essere perennemente di moda e, insieme, perfettamente originale.
Arrivai sul posto con due ore di anticipo e aspettai, sorseg-giando il t al latte per cui quel
ristorante  giustamente famoso. Non conviene arrivare per ultimi a un appuntamento.  po-co educato.
E le possibilit di andarsene con le proprie gambe si riducono.
Poco prima delle tre vidi Harry spuntare in fondo alla via.
Lui, invece, mi vide solo quando fu all'interno.
Sempre seduto con le spalle coperte, eh? disse avvicinan-dosi.
Mi piace il panorama, risposi, ostentando la mia faccia tosta. La gente, in genere, non fa caso
a queste cose, ma io gli avevo insegnato che conviene sempre tenerne conto, quando si entra in un
locale. Le persone che rivolgono le spalle alla porta sono normali civili; quelle sedute nei posti
strategici potrebbero avere un senso della posizione particolarmente spiccato o, magari, un particolare
addestramento.
Avevo conosciuto Harry circa cinque anni prima, a Roppongi: nel bar in cui io ingannavo il
tempo prima di un appuntamento, lui aveva avuto un contrasto con alcuni marines americani in libera
uscita che avevano alzato un po' troppo il gomito.
Harry pu sembrare un tipo un po' stravagante: i vestiti, a volte, gli cascano addosso cos male
da far supporre che li abbia ru-bati a casaccio senza controllare la misura; e se qualcosa attira la sua
attenzione, ha il vizio di mettersi a fissare senza neppure rendersene conto. Era stato proprio il suo
sguardo insistito a suscitare l'ira dei militari: uno, in particolare, aveva minacciato di ficcargli quegli
occhiali spessi su per il suo culo giallo, se non si fosse deciso a guardare altrove. Harry aveva obbedito
all'istante, ma questo apparente segno di debolezza aveva avuto come unico effetto quello di eccitare
ancor di pi i marines.
Quando lo avevano seguito all'esterno, mi ero accorto che lui non se n'era neppure reso conto e
avevo deciso di uscire anch'i-o. I bulli mi sono sempre stati antipatici... sin da quando ero bambino.
I militari, quindi, avevano dovuto vedersela con me, invece che con Harry, e le cose erano
andate diversamente da come avevano previsto. Harry me ne fu grato.
Solo in seguito avrei scoperto che possedeva una serie di caratteristiche assai utili. Era nato
negli Stati Uniti da genitori giapponesi ed era perfettamente bilingue, avendo sempre trascorso l'estate
con i nonni nei dintorni di Tokyo. Aveva frequentato il college e la graduate school in America
guada-gnandosi una laurea in matematica applicata e crittografia. Ai tempi della graduate school era
finito nei guai per aver aperto alcuni file riservati che uno dei suoi docenti di crittografia si vantava di
aver messo al sicuro dagli hacker. Aveva avuto qualche piccolo problema anche con l'FBI, che era
riuscita a ricondurre a lui una serie di infrazioni contro la Savings & Lo-an Administration e altre
istituzioni finanziarie nazionali. Alcuni uomini d'onore insediati nel cuore della National Security
Agency (NSA), giunti a conoscenza di queste sue gesta, avevano convinto Harry a lavorare a Fort
Meade in cambio del con-dono dei suoi reati informatici.
Harry era rimasto alla NSA per alcuni anni, introducendo i suoi datori di lavoro nei pi sicuri
sistemi informatici di governi e imprese di tutto il mondo e imparando, tutti i pi torbidi segreti della
magia nera informatica della NSA. Era tornato definitivamente in Giappone intorno alla met degli
anni Novanta, mettendosi a lavorare come consulente per la sicurezza informatica presso una delle pi
grandi aziende globali del settore. I suoi nuovi datori di lavoro avevano svolto, ovviamente, indagini
approfondite, ma la fedina pulita di Harry e il magico livello di sicurezza top secret garantitogli dalla
NSA li avevano rassicurati.
Harry era per un hacker incallito. Aveva finito per stancarsi della NSA perch, nonostante le
sfide tecniche poste da quel lavoro, tutto era sotto il controllo del governo. Nell'azienda per cui
lavorava, invece, c'erano delle regole, standard etici a cui bisognava in teoria adeguarsi. Harry non
metteva mai in sicurezza un sistema senza lasciare un'entrata segreta da utilizzare nel caso gliene fosse
venuta voglia. Si introduceva illegalmente nella rete della compagnia per scoprire i punti deboli dei
clienti e, poi, approfittarne. Harry univa le abilit di un fabbro a un cuore da scassinatore.
Da quando lo conosco non ho mai smesso di metterlo a parte degli aspetti relativamente
superficiali del mio mestiere.  abbastanza fuori di testa da essere orgoglioso della mia amicizia ed 
pieno di ammirazione per me. La lealt che ne deriva mi  molto utile.
Che cosa succede? gli domandai non appena si fu seduto.
Due cose. Una delle due la sai gi, credo. L'altra, non so.
Ti ascolto.
La prima  che Kawamura ha avuto un attacco cardiaco fa-tale proprio la mattina in cui noi lo
abbiamo pedinato.
Bevvi un sorso del mio t al latte. Lo so: ero l. Una scena allucinante.
Stava scrutandomi in volto pi attentamente del solito? Ho visto il necrologio sul "Daily
Yomiuri", disse Harry. Firmato da sua figlia. Il funerale si  svolto ieri.
Non sei un po' troppo giovane per metterti a leggere i necrologi, Harry? gli domandai
osservandolo da dietro l'orlo della tazza.
Scroll le spalle. Leggo tutto, lo sai. Fa parte del lavoro per cui tu mi paghi.
Questo era vero. Harry aveva il polso della situazione e un particolare talento per cogliere
l'ordine nel caos.
E la seconda cosa qual ?
Durante il funerale, qualcuno si  introdotto nel suo appartamento. Ho pensato che potessi
essere stato tu, ma ho deciso di dirtelo ugualmente.
Rimasi impassibile. Come hai fatto a scoprirlo?
Prese un foglio di carta ripiegato che aveva in tasca e me lo pass. Ho curiosato nel rapporto
del Keisatsucho. Il Keisatsucho  l'equivalente giapponese dell'FBI.
Cristo, Harry! Esiste un sistema in cui tu non riesca a entrare? Sei incredibile.
Fece un gesto con la mano per minimizzare. Sono entrato soltanto nel Sosa, la sezione
investigativa: hanno un sistema di sicurezza ridicolo.
Non sentii alcuna urgenza di dirgli che condividevo la sua opinione sul sistema di sicurezza del
Sosa, e che io stesso da anni ero avido lettore dei suoi file.
Dispiegai il foglio e ne esaminai il contenuto. La prima cosa che notai fu il nome del firmatario
del rapporto: Ishikura Tatsuhiko. Tatsu... Per certi versi, non ne ero affatto sorpreso.
Lo avevo conosciuto in Vietnam, dove lavorava per conto della commissione di pubblica
sicurezza e investigazione giapponese, antenata del Keisatsucho. Vincolato dalle restrizioni imposte ai
militari giapponesi dall'articolo 9 della costituzione post-bellica e costretto a limitarsi all'invio di poche
persone in veste di semplici osservatori, il governo giapponese aveva mandato Tatsu in Vietnam per
sei mesi, con il compito di fornire una mappa precisa delle vie seguite dagli aiuti sovietici ai vietcong.
Dato che parlavo giapponese, gli fui affiancato per aiutarlo a familiarizzarsi con l'ambiente.
Tatsu era il tipico piccoletto tarchiato che gli anni tende a ingrassare e aveva una faccia cordiale
che nascondeva il reale spessore della sua persona, tradito dall'abitudine di protendere il tronco e la
testa in avanti, come fosse trattenuto da una catena invisibile. Nel Giappone disarmato del dopoguerra
Tatsu si sentiva frustrato. Ammirava la strada da guerriero che io avevo scelto. Io, invece, ero intrigato
da una segreta malinconia che mi pareva di cogliere nel suo sguardo: una malinconia che stranamente
si accentuava quando lui sorrideva e, ancor pi, quando rideva. Parlava poco della sua famiglia e delle
due figlie che aveva in Giappone, ma in quei rari casi il suo orgoglio risultava evidente. Anni dopo
avrei saputo da un conoscente comune che Tatsu aveva avuto anche un figlio, l'ultimogenito, morto in
circostanze di cui lui non aveva mai fatto parola con nessuno, e allora avevo capito da dove nascesse
quella sua malinconia.
Quando ero tornato in Giappone eravamo restati per un po' in contatto, ed ero stato io a
distaccarmi, in seguito, quando avevo cominciato a lavorare con Miyamoto e poi con Benny. Non
vedevo Tatsu dai tempi in cui mi ero cambiato i connotati, entrando in clandestinit.
E fu una fortuna, perch dai rapporti che ho consultato illegalmente ho scoperto che Tatsu
aveva una sua teoria secondo cui il partito liberal-democratico aveva un killer sul libro-paga.
Verso la fine degli anni Ottanta, Tatsu era giunto alla conclusione che troppi testimoni chiave in
processi per corruzione, troppi promotori di riforme finanziarie, troppi giovani opposi-tori
dell'establishment politico stavano morendo per cause naturali. Secondo lui, non si trattava di
semplici coincidenze, e aveva tracciato un profilo del misterioso killer che presentava caratteristiche e
abilit molto simili alle mie.
I colleghi di Tatsu ritenevano che quella misteriosa figura fosse solo un fantasma della sua
immaginazione, e la sua ostinazione nell'indagare su una cospirazione che gli altri conside-ravano un
miraggio non lo aveva certo aiutato a fare carriera.
D'altro canto, quella stessa ostinazione gli aveva procurato una certa protezione da parte dei
poteri che lui sperava di minaccia-re, perch nessuno dei cospiratori si sarebbe mai sognato di fornire
una conferma alla sua teoria facendolo morire all'improvviso per cause naturali. Al contrario, ero
convinto che molti dei nemici di Tatsu gli augurassero una vita lunga e serena.
Sapevo anche, per, che questo atteggiamento sarebbe mutato, se solo Tatsu si fosse
pericolosamente avvicinato alla verit.
Per il momento, non destava preoccupazioni, ma io conoscevo Tatsu. In Vietnam aveva
assimilato i fondamenti della controsorveglianza in un'epoca in cui neppure i pezzi grossi dei servizi
segreti erano in grado di definire la struttura di una tipica unit vietcong. Aveva sviluppato capacit
operative nonostante il suo incarico prevedesse un impiego come semplice
osservatore, rifiutando le comodit tipiche dei diplomatici all'estero - che amano scrivere i
rapporti dalle loro fastose residenze - per partecipare, invece, a operazioni sul campo.
Una volta, dopo aver ingurgitato notevoli quantit di sak, mi aveva amaramente confessato che
i suoi superiori erano i-norriditi di fronte alla sua efficacia e che avevano ignorato le informazioni da
lui raccolte. La sua caparbiet e il suo coraggio, insomma, erano andati sprecati. Sperai che l'esperienza
gli avesse insegnato qualcosa.
Ma sapevo che era impossibile. Tatsu era un vero samurai, e avrebbe continuato a servire lo
stesso signore, per quanti abusi questi potesse riservargli. Servire fedelmente era la sua ambi-zione pi
alta.
Non era normale che il Keisatsucho si occupasse di una semplice effrazione. Qualcosa nella
morte di Kawamura, e in ci di cui si stava occupando prima di morire, doveva aver attirato l'attenzione
di Tatsu. Non era la prima volta che mi sentivo addosso gli occhi del mio compagno d'armi - come se
mi os-servasse da dietro un vetro a specchio, ma senza riconoscermi -
e mi rallegrai per aver deciso di scrollarmi di dosso il suo radar svariati anni prima.
Non sei tenuto a dirmi se lo sapevi o no, disse Harry, interrompendo il filo delle mie
riflessioni. Conosco le regole.
Non sapevo fino a che punto spingermi con le rivelazioni. Se avessi voluto scoprire altre cose,
le sue capacit mi sarebbero tornate utili. D'altra parte, non mi piaceva affatto l'idea di metterlo in
condizione di intuire la vera natura del mio lavoro. An-zi, sapeva gi troppo. La firma di Tatsu su quel
rapporto, ad esempio... Ero certo che Harry l'avrebbe seguita come fosse un link su Internet, venendo
magari a conoscenza delle sue teorie sul complotto, per poi trovare, in qualche modo, un legame tra lui
e me. Difficilmente le informazioni reperibili lo avrebbero potuto condurre al di l di un ragionevole
dubbio, ma Harry e Tatsu avrebbero avuto a disposizione un gran numero di tasselli del rompicapo.
Seduto al Las Chicas a sorseggiare il mio t al latte, dovetti riconoscere che Harry poteva
diventare un problema. E questa conclusione ebbe l'effetto di deprimermi. "Cristo!" pensai. "Sto
diventando sentimentale."
Forse, era il momento di togliersi da quella situazione di merda. Forse, l'ora era proprio arrivata.
Non lo sapevo, dissi poi.  un caso strano. Non vidi controindicazioni nel parlargli dello
straniero sul metr, e gli raccontai l'episodio.
Fossimo a New York, potrei pensare a un borseggio, comment lui, quando ebbi concluso.
Ho pensato la stessa cosa, vedendo quella scena, ma quella del borseggiatore sarebbe una
carriera ben sfigata per un giovane occidentale a Tokyo: per fare quel lavoro devi poterti confondere tra
la gente.
Una vittima occasionale?
Scossi la testa. Non sono molte le persone capaci di agire in quel modo, senza vergogna e
mantenendo il sangue freddo. Secondo me, quel tale era un contatto di Kawamura, con cui doveva
incontrarsi per uno scambio di qualche tipo.
Perch, secondo te, il Keisatsucho sta indagando su un semplice caso di effrazione in un
appartamento? mi domand Harry.
Questo non lo so, risposi io, anche se il coinvolgimento di Tatsu mi dava da pensare. Forse
per via della posizione di Kawamura nel governo, o perch la sua morte  tanto recente...
Io mi orienterei verso qualcosa del genere.
Mi guard. Mi stai chiedendo di scavare?
Avrei dovuto lasciar correre, ma altre volte ero stato ingannato. La sensazione che ci fosse
accaduto di nuovo mi avrebbe tenuto sveglio la notte. Benny aveva forse messo qualcun altro, oltre a
me, alle calcagna di Kawamura? Lasciare che Harry raccogliesse qualche informazione non era una
cattiva idea.
Lo farai comunque, vero? gli chiesi.
Harry sbatt le palpebre.  pi forte di me, temo.
E allora scava. Fammi sapere se scopri qualcosa. E guardati sempre le spalle. Capito? Non ti
adagiare.
L'avvertimento valeva anche per me.
3
Nel raccomandare a Harry di guardarsi le spalle, non potei fare a meno di pensare a Jimmy
Calhoun, il mio miglior amico del liceo, o - per meglio dire - alla persona che lui era prima di diventare
Crazy Jake.
Jimmy e io ci eravamo arruolati insieme, quando avevamo a malapena diciassette anni. Ricordo
che il reclutatore ci aveva detto che sarebbe occorso il permesso dei nostri genitori. La vedete quella
donna, l fuori? ci aveva suggerito. Datele questi venti dollari e chiedetele se pu mettervela lei, la
firma.
La signora aveva firmato, e solo in seguito mi sarei reso conto che lei, in quel modo, ci
campava.
In un certo senso, Jimmy e io ci eravamo conosciuti tramite la sua sorella minore Deirdre, un
bellissimo fiore irlandese dai capelli neri, una delle poche persone che si erano comportate in modo
carino con quel ragazzo goffo e a disagio che ero quando vivevo a Dryden. Qualche idiota aveva detto
a Jimmy che mi piaceva sua sorella, ed era vero, ma a Jimmy non andava a ge-nio che un tizio con gli
occhi a mandorla facesse il filo a Deirdre. Lui era pi grosso di me, e quando aveva cercato di darme-le
io l'avevo contrastato efficacemente, impedendogli di farmi male. Da quel giorno Jimmy aveva
cominciato a rispettarmi, diventando mio alleato contro i builetti di Dryden. Deirdre e io avevamo
cominciato a uscire insieme, e affanculo tutti quelli che avevano qualcosa da ridire.
Al momento di partire per la guerra, avevo detto a Deirdre che al mio ritorno l'avrei sposata. E
lei aveva risposto che m'avrebbe aspettato. Stai attento a Jimmy, mi raccomando, aveva aggiunto.
Deve sempre dimostrare qualcosa...
Jimmy e io avevamo spiegato al reclutatore che volevamo prestare servizio insieme, e lui aveva
fatto in modo di accon-tentarci. Non so se fosse realmente dipeso dalla sua volont; anzi,  probabile
che avesse mentito. Sta di fatto, per, che eravamo stati mandati entrambi a Fort Bragg, dove si
addestrano gli uomini delle forze speciali che vengono poi distaccati presso la stessa unit, nel quadro
di un programma congiunto ClA-esercito denominato SOG (Gruppo di studio e di osservazione).
La storia dello studio e dell'osservazione era una presa in giro, un idiota tentativo burocratico di
abbassare il profilo dell'organizzazione. Come chiamare Fufi un pit bull.
Compito del SOG era svolgere missioni segrete di ricognizione e di sabotaggio nel territorio
della Cambogia e del Laos e, a volte, persino nel Vietnam del Nord. Delle squadre facevano parte i
cosiddetti LURRP, uomini addestrati alle operazioni di pattuglia e di ricognizione ad ampio raggio. Tre
americani e nove elementi irregolari, membri di gruppi di difesa civile (o CIDG) solitamente formati da
mercenari khmer al soldo della CIA o, a volte, da vietnamiti degli altipiani centrali e meridio-nali del
paese: i montagnards. Tre uomini uscivano in perlu-strazione per una, due, tre settimane, senza
rifornimenti e senza collegamenti con il comando di assistenza militare americano in Vietnam (o
MACV, Military Assistance Command, Vietnam).
Eravamo l'lite dell'lite, pochi e mobilissimi, capaci di guizzare nella giungla come fantasmi
silenziosi. Tutte le parti mobili delle armi erano bloccate con il nastro adesivo per non far rumore. Di
notte eravamo sempre in azione e avevamo imparato a vedere al buio. Prendevamo le cose talmente sul
serio che non usavamo neppure l'Autan perch i vietcong avrebbero potuto sentirne l'odore.
Operavamo in Cambogia proprio mentre Nixon invocava pubblicamente il rispetto della
neutralit della Cambogia. Se le nostre attivit fossero state scoperte, Nixon avrebbe dovuto ammettere
di aver mentito non solo alla gente, bens anche al Congresso. Le nostre operazioni, perci, non erano
semplicemente clandestine, ma oggetto di una rimozione completa a tutti i livelli della catena di
comando. In certe missioni dovevamo agire senza divisa e senza armi o altro materiale di fabbricazione
americana. Altre volte non potevano mandarci neppure un velivolo di soccorso per timore che il pilota
potesse essere ab-battuto e catturato. Quando uno dei nostri cadeva, il telegramma inviato alla famiglia
riferiva che la triste evenienza si era verificata a ovest di Dak To, vicino al confine o in altre
localit altrettanto vaghe.
Avevamo cominciato bene. Prima di partire avevamo parlato di quello che avremmo o non
avremmo fatto. Avevamo sentito quel che si diceva in giro. Tutti sapevano di My Lai. Ci
ripro-mettemmo di mantenere la calma e il sangue freddo, di conser-varci puri e innocenti. Mi viene
quasi da ridere, a ripensarci.
A Jimmy era stato affibbiato il soprannome di Crazy Jake
perch si era addormentato nel bel mezzo del nostro primo scontro a fuoco. I proiettili traccianti
ci piovevano addosso da dietro una fila di alberi, mentre noi eravamo sdraiati a terra impegnati a
sparare contro nemici che non vedevamo nemmeno.
Il tiro incrociato era andato avanti per quattro ore, perch operando in incognito non potevamo
chiamare il soccorso aereo.
Jimmy, in quella situazione, ne aveva approfittato per farsi un pisolino. L'avevano trovata tutti
una cosa tostissima. E quando gli altri gli dicevano: Ehi, amico, tu sei pazzo.
Sei pazzo..., Jimmy rispondeva: Tanto, lo sapevo che era tutto sotto controllo. Da quel
momento era stato ribattezzato Crazy Jake. A parte noi due, credo che nessuno conoscesse il suo vero
nome.
Jimmy non si limitava a comportarsi da matto: del matto aveva anche l'aspetto. Un incidente in
moto, da ragazzino, gli era quasi costato un occhio. Il dottore gliel'aveva rimesso a posto, ma non era
riuscito ad allinearne la messa a fuoco con quella dell'occhio buono, cosicch ogni volta che parlava
con qualcuno sembrava guardare da un'altra parte. Omnidirezionale, amava definire, con un sorriso,
il proprio sguardo, quando si accorgeva che qualcuno provava a osservarlo di nascosto.
Jimmy era stato fin troppo espansivo, al liceo, ma in Vietnam era diventato taciturno,
addestrandosi con impegno e prendendo il suo lavoro molto sul serio. Non era un peso massimo, ma
faceva paura. Una volta un agente della polizia militare con pastore tedesco al guinzaglio lo aveva
affrontato in un bar accusandolo di essersi comportato male, e Jimmy non lo aveva degnato neppure di
uno sguardo: aveva continuato a comportarsi come se quello non fosse mai esistito. Si era messo a
fissare il cane, invece, ed era riuscito in qualche modo a tra-smettergli qualcosa, a un livello di intesa
puramente animale, perch il cane, mugolando, aveva cominciato a indietreggiare.
L'agente, a quel punto, si era spaventato e aveva pensato bene di lasciar perdere. L'episodio era
andato poi ad arricchire la leggenda di Crazy Jake, che faceva paura persino ai cani da guardia.
Nella giungla non aveva uguali. Avere a che fare con lui era come interloquire con un animale.
Metteva tutti a disagio con il suo occhio omnidirezionale e i suoi lunghi silenzi, ma quando il rumore
degli elicotteri che ci avevano scaricati svaniva in lontananza, nessuno avrebbe voluto fare a meno di
lui.
Ricordi, che mi si affollavano in testa come un battaglione di cadaveri improvvisamente
rianimati.
Disfarsene significa disfarsene. Num suyn!
Non potremo mai pi sentirci a casa, John, dopo quello che abbiamo fatto.
"Ah, bando a queste stronzate!" dissi tra me e me: un ritor-nello tanto familiare da sembrare
rumore bianco. "Quel che  stato,  stato."
Avevo bisogno di svago e decisi di andare a un concerto jazz al Club Alfie. Avevo sedici anni
quando sentii per la prima volta un disco di Bill Evans, e da allora il jazz  sempre stato la mia via di
fuga dal mondo. Proprio quello che mi occorreva al momento.
Il Club Alfie  una raibu hausu, un piccolo locale dove si possono ascoltare trii e quartetti jazz
dal vivo, mangiando anche qualcosa. Alfie  il migliore, nel suo genere: buio, angusto, con il soffitto
basso e, per, con un'acustica eccellente. Ci possono entrare all'incirca venticinque persone e ci
suonano solo giovani artisti destinati a un rapido successo.  sempre pieno, e serve la prenotazione: un
piccolo lusso che per la mia vita nell'ombra non posso concedermi. Conoscevo, per, la marna-san, la
proprietaria di Alfie, una vecchia signora grassottella dalle dita corte e tozze e un'andatura ondeggiante
che, un tempo, doveva assomigliare a uno sculettamento. Aveva superato da un pezzo l'et in cui si
civetta, ma con me lo faceva ancora, e il fatto che io le dessi corda la mandava in brodo di giuggiole.
Il locale poteva anche essere strapieno, ma se lo diceva la marna di Alfie il posto per un'altra
persona lo si sarebbe trovato.
Per raggiungere Roppongi, il quartiere in cui si trova il locale, usai il metr, seguendo una
procedura di controsorveglianza di medio livello. Come sempre, prima di uscire, aspettai che la
banchina della stazione fosse deserta. Dopo essermi assicurato che nessuno mi stesse seguendo, salii le
scale e sbucai nella tipica atmosfera serale di questa zona di Tokyo.
Roppongi  un cocktail a base di sesso e denaro cui concor-rono tutti i pi esuberanti elementi,
locali e stranieri, della citt: accompagnatrici occidentali che, arrivate in Giappone convinte di fare le
modelle, si sono trovate invischiate in tutt'altro - a vendere conversazioni os e, a volte, qualcosa di pi
ai sarariman loro clienti - e se ne vanno in giro a disagio nei loro abiti all'ultima moda, su gran tacchi
che accentuano la loro gi notevole altezza e con un'apparente supponenza che vuole essere segno di
successo e di ricchezza, sebbene in molti casi faccia pensare, piuttosto, a qualcosa di molto prossimo
alla disperazione; stupende ragazze giapponesi dalla perfetta abbronzatura artificiale e i capelli con le
mches, lunghi fino in fondo alla schiena, simili alle ali ripiegate di un affamato uccello predato-re, che
vanno in cerca di fidanzati ricchi disposti, in cambio di promesse sessuali o anche soltanto per l'onore
di farsi vedere in giro con un tale trofeo, a comprare loro i completini di Chanel, le borse di Vuitton e
gli altri oggetti di cui bramano il possesso; stranieri dalla pelle scura, intenti a vendere sostanze illegali
che potrebbero anche essere altro da ci che essi affermano; mez-zane incredibilmente vecchie che
danno di gomito ai passanti cercando di affibbiare loro una compagna da scegliersi sul catalogo che
loro stesse mostrano; persone che camminano svelte, come fossero dirette a importanti appuntamenti;
altre che indugiano con nonchalance, come in attesa di imbattersi in una qualche celebrit... Tutti avidi
e a caccia di qualcosa: un universo di predatori e prede, incredibilmente agghindati.
Alfie si trovava sulla sinistra sbucando dall'uscita della stazione, ma io svoltai a destra, deciso a
raggiungere il locale facendo un giro da dietro. Gli animali da party erano gi in giro a sventolare sotto
il naso dei passanti i loro volantini, per cercare di attirare l'attenzione. Li ignorai e svoltai a destra,
imboccando la Gaienhigashidori, all'altezza dell'Almond Caf; quindi, di nuovo a destra, presi un
vicolo che mi condusse su una paralle-la della Roppongi-dori, sul retro di Alfie. Arriv rombando una
Ferrari rossa, reliquia degli anni quando i cacciatori di trofei potevano scialacquare milioni di dollari
per acquistare capola-vori della pittura impressionistica di cui non sapevano assolutamente nulla o
territori remoti come Pebble Beach, di cui avevano sentito parlare ma che non avevano mai visto;
quando i neoarricchiti festeggiavano lo status appena acquisito negli hostess bar di Ginza ordinando
una magnum dopo l'altra del migliore champagne, mille dollari a bottiglia, da sprecare scio-gliendovi
cubetti di zucchero e da consumare in calici tempe-stati di scaglie d'oro a quattordici carati.
Dopo un'ultima svolta a destra, raggiunsi l'ascensore con cui sarei salito al quinto piano. Prima
che le porte si chiudessero, lanciai un'ultima occhiata a 180 gradi.
Come era prevedibile, davanti al club c'era l'abituale folla.
La porta era tappezzata di poster, alcuni recenti, altri sbiaditi, che avevano pubblicizzato i vari
concerti tenuti in quel locale nel corso degli anni. Sulla porta, a controllare le prenotazioni, c'era un
tizio con un dozzinale vestito di taglio europeo e i capelli tirati indietro con il gel. Onaname wa? mi
domand, mentre coprivo la breve distanza tra l'ascensore e l'ingresso.
Come si chiama? Gli dissi che non avevo prenotazione, e lui parve sinceramente addolorato.
Per risparmiargli la sofferenza di spiegarmi che non avrei potuto assistere al concerto, gli dissi che ero
amico della proprietaria del locale e che avevo bisogno di parlarle. Lo pregai di avvertirla. Il tizio fece
un inchino e scomparve dietro una tenda. Due secondi dopo arriv lei.
Marna ostentava un'aria da donna in affari, impegnata a studiare una di quelle formule
giapponesi, straordinariamente gentili ma ferme, per opporre un rifiuto all'avventore. Quando mi vide,
per, i suoi occhi si raggrinzirono in un sorriso.
Jun-chan! Hisashiburi ne! mi disse a mo' di saluto, li-sciandosi la gonna con le mani. Jun  il
diminutivo di Junichi, che  il mio primo nome giapponese, trasformato per as-sonanza nell'inglese
John. Le feci un inchino formale, e ri-cambiai il suo sorriso di benvenuto. Le spiegai che passavo di
l e che non avevo avuto modo di prenotare. Aggiunsi, per, che, vista la folla, non era mia intenzione
disturbare...
Tonde mo nai!, esclam lei, interrompendomi. Non dire stupidaggini! Si affrett a farmi
entrare e corse dietro il banco, per togliere da un ripiano una bottiglia di Cao Lila che le avevo affidato.
Prese anche un bicchiere e ritorn da me, solle-citandomi a prendere posto a un tavolo d'angolo.
Si sedette con me per un istante, mi vers da bere e mi domand se fossi solo: a volte, da Alfie,
ci vado in compagnia.
Risposi che ero solo, e lei sorrise. Un ga yokatta ne! disse.
Che fortuna! Fui contento di vederla. Erano mesi che non passavo di l, ma lei non aveva
dimenticato dov'era la mia bottiglia: ci sapeva ancora fare.
Il mio tavolo era vicino al piccolo palco. Il locale era in penombra, ma un faretto che pendeva
dal soffitto illuminava il pianoforte e la zona immediatamente alla sua destra. Non si vedeva molto
bene l'entrata, da l, ma non si pu aver tutto.
Ho sentito la tua mancanza, Marna, le dissi in giapponese, sentendomi pervadere da una
sensazione di relax. Chi suona, stasera?
Dandomi ripetuti buffetti su una mano, rispose: Una giovane pianista, Kawamura Midori. Far
carriera, e ha gi in programma una serata al Blue Note questo fine settimana, ma tu potrai dire di
averla vista agli esordi, da Alfie.
Kawamura  un cognome piuttosto comune in Giappone, e non feci caso alla coincidenza. Ne
ho sentito parlare, credo, ma non l'ho mai sentita suonare. Che musica fa?
Ah,  meravigliosa... Suona un po' alla Thelonius Monk, ma  pi arrabbiata. Ed  di una
professionalit assoluta... Non come certi giovani musicisti che ci capita, a volte, di ingaggia-re. Ha
perso il padre una decina di giorni fa, poverina, ma non ha voluto mandare a monte la serata.
Fu a quel punto che ricollegai. Mi dispiace, dissi lentamente. Com' successo?
Un attacco di cuore, marted mattina, sulla Yamanote. La ragazza mi ha detto che non  stata
esattamente una sorpresa: suo padre soffriva gi di cuore. Dobbiamo esser grati per ogni momento che
ci  concesso, ne? Ah, ecco che arriva. Con un ultimo buffetto sulla mano, si dilegu.
Mi voltai e vidi Midori e gli altri due elementi del suo trio dirigersi rapidamente verso il palco
con aria inespressiva.
Scossi la testa, nel tentativo di abituarmi all'idea che quella fosse la figlia di Kawamura. Ero
andato da Alfie proprio per cercare di non pensarci, ed ecco, invece, che mi imbattevo
ina-spettatamente nel suo fantasma. Me ne sarei andato volentieri, ma cos facendo avrei dato
nell'occhio.
Allo stesso tempo, provavo una certa curiosit - come chi torni sul luogo di un incidente
stradale da lui appena causato per constatarne gli effetti - ed ero incapace di distogliere lo sguardo.
Guardai Midori in viso mentre prendeva posto al pianoforte.
Dimostrava all'incirca trent'anni e aveva i capelli lisci e lunghi fino alle spalle, di un nero che
scintillava alla luce del faretto.
Indossava un pullover a maniche corte, nero come i suoi capelli, rispetto al quale il candore
della levigata pelle del collo e delle braccia sembrava quasi fluttuare in secondo piano. Cercai di
cogliere il suo sguardo, ma le ombre proiettate dal faretto mi consentirono di intravederlo solo per un
istante. I suoi occhi erano incorniciati dall'eye-liner, ma non aveva altri ornamenti.
Abbastanza sicura di s da non doversi preoccupare. Del resto, non aveva motivo di
preoccuparsi: era molto bella e doveva esserne ben conscia.
Sentii crescere una certa tensione tra il pubblico, come un protendersi nell'attesa. Midori lev le
mani sopra la tastiera, te-nendole sospese per un istante. A bassa voce, disse: Uno, due, Uno due tre
quattro, dopo di che le sue mani calarono sui tasti, animando d'un tratto la sala.
Attaccarono con My Man's Gone, un vecchio pezzo di Bill Evans che mi piace molto. E mi
piacque anche la sua interpretazione, vibrante di un'intensit che mi invogliava a guardare oltre che ad
ascoltare, anche se in realt continuavo a rivolgere altrove il mio sguardo.
Ho perso mio padre poco dopo il mio ottavo compleanno, ucciso da un estremista di destra nel
corso delle dimostrazioni che scossero Tokyo quando il governo Kishi, nel 1960, ratific il patto di
sicurezza nippo-americano. Mi aveva sempre trattato con un certo distacco, e io sentivo, in qualche
modo, di essere causa di tensione tra lui e mia madre. Solo in seguito, per, capii davvero quale fosse la
situazione. Dopo la sua morte, per molto tempo, di notte, continuai a piangere.
Mia madre non mi facilit le cose, anche se credo che abbia fatto del suo meglio. Nella Tokyo
occupata aveva lavorato co-me avvocato nello staff del Dipartimento di Stato, alle dipen-denze del
comando supremo delle potenze alleate di MacArthur, partecipando alla stesura di una bozza della
nuova costituzione che avrebbe retto il Giappone post-bellico con l'avvento del Secolo Americano. Mio
padre, invece, a quei tempi faceva parte dello staff del primo ministro Yoshida, con l'incarico di
provvedere alle traduzioni e di negoziare, per quanto riguardava le materie costituzionali, i termini pi
convenienti per il Giappone.
La loro relazione, divenuta di dominio pubblico poco dopo la firma della nuova costituzione del
maggio 1947, suscit scandalo, perch entrambe le parti ritenevano che, in virt dell'intimit, i
rispettivi rappresentanti potessero aver concesso, in sede negoziale, cose altrimenti improponibili. La
carriera di mia madre al Dipartimento di Stato ne risult stroncata, e lei rimase in Giappone sposando
mio padre.
Mia madre interruppe ogni rapporto con i suoi genitori per questo matrimonio interculturale e
interrazziale, deciso nonostante il loro parere contrario, e per reazione a quel suo essere orfana de facto
divenne giapponese a tutti gli effetti, imparando la lingua abbastanza bene da poterla usare senza fatica,
in casa, con mio padre e con me. Quando mio padre mor, lei perse ci che la teneva ancorata alla
nuova vita che si era costruita.
Chiss se Midori era legata a suo padre? mi domandai.
Forse no. Tra loro dovevano esserci state delle incomprensioni
- litigi, addirittura - per via della scelta professionale di lei, che al padre sar senz'altro apparsa
frivola. E se c'erano stati litigi, e dolorosi silenzi, e faticosi tentativi di reciproca comprensione,
avevano avuto l'occasione di riconciliarsi? O lui se n'era andato prima di poter sentire tutto quello che
lei avrebbe desi-derato dirgli?
"Che diavolo ti prende?" dissi tra me e me. "Tu non hai nulla a che fare con lei n con suo
padre.  affascinante, d'accordo, e ti piace, ma conviene lasciar perdere."
Mi guardai intorno. Il pubblico sembrava interamente formato da coppie o da gruppi pi
numerosi.
Volevo uscire di l, andare dove non ci fossero ricordi in agguato.
S, ma dove?
Restai, cos, ad assistere al concerto. Sentivo le note zigzaga-re giocose lontano da me. Mi feci
forza e lasciai che la musica mi trasportasse via da quell'umore che mi montava intorno co-me una
marea nera. Mi aggrappai alla musica, al gusto del Gao Lila che stavo bevendo, alla melodia che mi
risuonava nelle orecchie, finch le mani di Midori non parvero addirittura dissolversi, e il suo profilo fu
inghiottito dai capelli, mentre le teste che vedevo intorno a me nella semioscurit, tra il fumo di
sigaretta, ondeggiavano, e le mani battevano il tempo sui tavoli o sui bicchieri; le sue mani
accelerarono ancora, per poi bloc-carsi di colpo, per un istante di perfetto silenzio subito riempito dallo
scrosciare degli applausi.
Un attimo dopo, Midori e gli altri musicisti raggiunsero un tavolino a loro riservato e il locale fu
invaso dal fitto e cupo mormorio delle conversazioni, rotto di tanto in tanto da una risata attutita. Marna
si sedette con loro. Sapevo di non poterme-ne andare senza prima averle porto i miei rispetti, ma non
avevo intenzione di fermarmi al tavolo di Midori. In ogni caso, una fuga troppo precipitosa sarebbe
sembrata strana. Mi rasse-gnai, perci, a restarmene l quieto.
"Ammettilo", dissi tra me. "Vuoi restare per il secondo spettacolo." Era vero. La musica di
Midori aveva placato le mie oscure emozioni, come sempre sa fare il jazz. Non ero affatto inquieto
all'idea di dovermi trattenere pi a lungo. Mi sarei go-duto il secondo concerto per poi andarmene
senza dir nulla, conservando il ricordo di una serata fuori dalla norma che, per fortuna, si era risolta nel
migliore dei modi.
"Okay, per devo farla finita con le menate sul padre di lei."
Con la coda dell'occhio vidi sopraggiungere Marna. Si sedette, e io, alzando gli occhi, le sorrisi.
Allora? Che cosa ne dici? mi domand.
Presi la bottiglia, decisamente meno piena che al mio arrivo, e riempii i nostri bicchieri. Avevi
ragione tu: una specie di Thelonius Monk arrabbiato. Far sicuramente molta strada.
Gli occhi di Marna luccicarono. Ti piacerebbe conoscerla?
Non mi dispiacerebbe, ma stasera credo di essere pi in ve-na di ascoltare che di parlare.
E con questo? Parler lei, e tu ascolterai. Alle donne piacciono gli uomini che ascoltano. Sono
animali cos rari, ne?
Non credo che gli piacerei, Marna.
Si sporse in avanti. Mi ha domandato di te.
"Merda!" E che cosa le hai detto?
Che se fossi stata pi giovane non le avrei detto un bel niente. Si mise una mano davanti alla
bocca e fu scossa da un risolino silenzioso. Siccome, per, sono troppo vecchia, le ho detto che sei un
appassionato di jazz e un suo grande ammira-tore e che sei venuto qui stasera apposta per sentirla.
 stato molto gentile da parte tua, le dissi, rendendomi conto di essere sul punto di perdere il
controllo della situazione, senza ben sapere come fare per riacquistarlo.
Marna torn ad appoggiarsi allo schienale della sedia. Be', non credi che dovresti farti avanti?
Mi ha detto che sarebbe felice di conoscerti.
Marna, tu mi vuoi mettere nei guai. Sono sicuro che non ha detto nulla del genere.
Ah, no? Ti sta aspettando... Guarda. Si volt e agit una mano in direzione di Midori, che
guardava dalla nostra parte e rispose al saluto.
Oh, Marna, perch...? sospirai, sapendo che il danno ormai era fatto.
All'improvviso, torn a sporgersi verso di me, e la sua risata scomparve come il sole dietro una
nuvola. Ora, ti prego, non mettermi in imbarazzo. Va' a salutarla.
Al diavolo! Per giunta, mi scappava da pisciare.
Mi alzai e mi avviai verso il tavolo a cui era seduta Midori, che immaginavo cosciente del mio
imminente arrivo, anche se lei sollev la testa solo quando le fui di fronte. I suoi occhi mi colpirono.
Impenetrabili - nonostante fossero fissi nei miei - ma non assenti, e tutt'altro che freddi. Sembravano,
piuttosto, ema-nare un calore controllato, che toccava, pur essendo intangibile.
Capii subito che Marna mi aveva davvero messo nei guai.
Midori non aveva idea di chi fossi.
Grazie per la musica, le dissi, mentre cercavo di inventar-mi qualcos'altro da dire. Mi ha
salvato da certi cattivi pensieri.
Il contrabbassista, elegantissimo nella sua tenuta nera, con basette lunghe e occhiali
rettangolari, sbuff platealmente, facendomi venire il sospetto che tra lui e Midori ci fosse qualcosa.
Lei mi concesse un lieve sorriso, come a sottolineare la ba-nalit delle mie parole, e si limit a
rispondere: Domo ariga-to, con una cortesia che sembrava voler bandire ogni adula-zione.
Dico davvero, insistetti. La vostra  una musica sincera.
L'antidoto perfetto contro le bugie.
Di sfuggita, ebbi l'impressione di non sapere che cazzo stavo dicendo.
Il contrabbassista scosse la testa, con un'aria schifata. Noi non suoniamo per salvare la gente.
Suoniamo perch ci piace suonare.
Midori lo guard con distacco e con un'ombra di disappunto appena percepibile, inducendomi a
supporre che quella fosse una scena a loro ben nota, mai conclusasi secondo i desideri del
contrabbassista.
"'Fanculo il contrabbassista", pensai. Il jazz, per,  come il sesso, no? gli dissi. Bisogna
essere in due per godere fino in fondo.
Vidi i suoi occhi spalancarsi, infiammati di rabbia, mentre Midori serr le labbra, reprimendo a
fatica un sorriso.
Saremo felici di continuare a salvarla dai suoi pensieri, se  a questo che le siamo serviti
finora, disse lei, con un tono neutro da elettrocardiogramma piatto. Grazie.
Fissai i miei occhi nei suoi per un attimo, cercando senza successo di decifrarne l'espressione,
dopo di che salutai e mi congedai. Mi infilai nel toilette di Alfie, che aveva le dimensioni di una cabina
telefonica, pensando che ero sopravvissuto ad alcune delle pi cruente battaglie nel Sudest asiatico e ad
alcuni tra i peggiori conflitti mercenari in tutto il mondo, ma non avevo ancora imparato a sfuggire alle
imboscate di Marna.
Uscendo dalla toilette, tornai al mio tavolo accompagnato dal sorriso compiaciuto della
proprietaria di Alfie. Un attimo dopo sentii la porta d'ingresso alle mie spalle aprirsi e richiudersi. Mi
voltai con noncuranza per dare un'occhiata, ma dopo non pi di un secondo ero gi tornato
automaticamente a guardare avanti, spinto da anni di allenamento: lo stesso allenamento che imped
allo stupore del nuovo arrivato di riflettersi nella mia espressione.
Era lo straniero del metr. Quello che aveva frugato nelle tasche di Kawamura.
4
Al mio portachiavi tengo attaccato un mucchio di oggetti insoliti, tra cui alcuni rudimentali
grimaldelli, che i non addetti ai lavori tendono a scambiare per stuzzicadenti, e uno di quegli specchietti
rotondi da dentista con il manico accorciato. Lo specchio pu essere tenuto davanti agli occhi senza
farsi notare, soprattutto se chi lo usa tiene la testa appoggiata a un gomito.
Con questo sistema, dal mio tavolo, potei assistere, mentre iniziava il secondo concerto, a un
diverbio tra quell'uomo e una Marna accigliatissima. Di certo, lei gli stava dicendo che non poteva
restare, che non c'erano pi posti e che il locale era gi sovraffollato. Lui, per, infil una mano in una
tasca e ne estrasse un portafogli, che apr per mostrare a Marna qualcosa del suo contenuto. Lei si
avvicin per controllare bene e poi, con un sorriso, gli fece generosamente cenno di accomodarsi verso
il fondo. Lo straniero si avvi nella direzione indicata e si accontent di un posto in piedi.
Che cosa poteva aver mostrato a Marna per indurla a pi miti consigli? Un tesserino
dell'autorit municipale di controllo sulla vendita di alcolici? Un distintivo della polizia? Osservai
quell'uomo per tutto il secondo spettacolo, ma lui non lasci trapelare nulla, restandosene l impassibile
appoggiato al muro.
Finito il concerto, mi trovai a dover decidere: da una parte, immaginavo che quel tizio fosse l
per Midori e - per averne conferma e scoprire eventualmente dell'altro - avrei dovuto osservarlo con
attenzione. Dall'altra parte, se davvero era legato in qualche modo a Kawamura, lo straniero forse
sapeva che l'attacco di cuore era stato indotto e avrebbe potuto riconoscermi, visto che sul metr
avevamo scambiato due parole. Il rischio era minimo, ma il prezzo di un eventuale errore - come
amava ripetere Crazy Jake - sarebbe stato molto alto. Qualcuno poteva fare caso al mio aspetto, e il
bozzolo dell'anonimato, da me cos attentamente costruito, sarebbe andato in pezzi.
Se fossi rimasto per vedere quali rapporti intratteneva con Midori, poi, non avrei potuto seguirlo
una volta che se ne fosse andato: per non perderlo di vista avrei dovuto prendere lo stesso ascensore a
cinque posti oppure sperare - ma era improbabile - di riuscire a precederlo al pianterreno usando le
scale. Ma se fosse arrivato in strada prima di me, si sarebbe ben presto dileguato tra la folla dei pedoni
di passaggio sulla Roppongi-dori.
Bench mi dispiacesse, non potevo far altro che andarmene in anticipo. Quando l'applauso al
termine del secondo concerto si affievol, vidi quel tale dirigersi con decisione in direzione del palco.
Molti avventori si alzarono in piedi e si misero a gironzolare. Approfittai della loro involontaria
copertura per guadagnare l'uscita.
Voltando le spalle al palco, mi fermai per restituire al banco quel che restava della mia bottiglia
di Cao Lila. Ringraziai nuovamente Marna per avermi fatto entrare anche senza prenotazione.
Ho visto che hai parlato con Midori, disse. Be',  stato davvero cos terribile?
Sorrisi. No,  stato un piacere.
Perch te ne vai cos presto? Vieni cos di rado...
Cercher di rimediare, ma stasera ho da fare.
Marna si strinse nelle spalle, forse delusa per lo scarso successo ottenuto dalle sue
macchinazioni.
A proposito, le domandai, chi  quel gaijin che  arrivato dopo l'intervallo? Ho visto che
avete avuto una discussione.
 un giornalista, rispose Marna, asciugando un bicchiere.
Gli ho permesso di rimanere perch sta scrivendo un articolo su Midori.
Un giornalista? Fantastico. E su che giornale scrive?
Su un giornale occidentale... Non mi ricordo quale, di preciso.
Sono contento per Midori. Diventer sicuramente una star.
Le diedi un buffetto sulla mano. Buonanotte, Marna. Arrive-derci.
Scesi dalle scale e, dopo aver attraversato la Roppongi-dori, mi misi ad aspettare all'interno del
supermercato Meidi-ya, fingendo di dover scegliere una bottiglia dallo scaffale dello champagne.
Hmmm, un Mot del 1988... Ottimo, ma 35.000
yen sono un po' troppi. Esaminai l'etichetta tenendo d'occhio, oltre la vetrina, l'ascensore di
Alfie.
Per abitudine, censii gli altri punti di osservazione utilizzabi-li da chi dovesse eventualmente
sorvegliare l'uscita di Alfie.
C'erano le auto parcheggiate lungo la strada, ma non si pu mai essere certi di trovare un posto
adatto. E c'era la cabina telefonica appena pi gi del Meidi-ya che, quando ero uscito da Alfie, era
occupata da un giapponese con capelli a spazzola, giubbotto di pelle e occhiali scuri. E quel tizio era
ancora l, rivolto verso l'ascensore.
Lo straniero comparve dopo un quarto d'ora circa e svolt a destra sulla Roppongi-dori. Restai
in attesa per un istante, per osservare la reazione dell'uomo nella cabina telefonica, e lo vi-di
riagganciare per avviarsi nella stessa direzione.
Uscii dal supermercato e svoltai a sinistra. Il telefonista attravers la strada, senza neppure
attendere di arrivare alle stri-sce pedonali. Era chiaramente impegnato in un pedinamento: aveva
riagganciato la cornetta nello stesso istante in cui lo straniero era sbucato dall'ascensore, e non aveva
perso d'occhio l'uscita del locale neppure per un istante. Inoltre, seguiva il suo obiettivo troppo da
vicino, consentendomi di accodarmi a mia volta. Per un attimo ebbi il dubbio che il telefonista
lavorasse con lo straniero - come guardaspalle, magari - ma per poter intervenire in caso di effettivo
bisogno non gli stava abbastanza addosso. Svoltarono a destra sulla Gaienhigashi-dori davanti
all'Almond Caf, con il telefonista staccato dall'altro di una decina di passi. Attraversai anch'io la strada
per seguirli, e in fretta, dato che il semaforo era gi scattato.
" una stupidaggine!" mi dissi. "Stai seguendo un pedinatore che potrebbe anche non essere
solo... E se i suoi soci stanno usando delle videocamere, potresti finire inquadrato in una delle loro
videocassette."
Pensai all'ipotesi che Benny avesse ingaggiato qualcuno, oltre a me, per l'operazione
Kawamura, che mi avesse giocato, e subito mi sentii disposto a correre il rischio.
Li seguii per diversi isolati, e nessuno dei due diede segno di essersi accorto di quello che
avveniva alle loro spalle. Lo straniero non adott la bench minima misura di controsorveglianza:
niente occhiate all'indietro n improvvise fermate con cui costringere eventuali inseguitori, per quanto
abili, a tradirsi.
Ai margini della Roppongi, dove la marea di persone si as-sottigliava, lo straniero si infil in
uno dei tanti Starbucks che stanno soppiantando i tradizionali kissaten, i caff di quartiere.
Il telefonista, invece, fisso come la stella polare, trov una cabina telefonica pochi metri pi
avanti. Io attraversai la via e mi imbucai in un locale chiamato Freshness Burger, dove ordinai l'entre
eponima, prendendo posto accanto alla vetrina. Vidi lo straniero, nello Starbucks, che ordinava
qualcosa, per poi sedersi a sua volta.
Avevo la sensazione che il telefonista stesse agendo da solo.
Se si fosse trattato di una missione di gruppo, a quel punto qualcuno gli avrebbe sicuramente
dato il cambio, per evitare che potesse essere individuato. Ma i miei ripetuti controlli per scoprire
eventuali presenze sospette non avevano dato risultato.
Se il telefonista fosse stato in squadra con altre persone, e queste fossero state sprovvedute
quanto lui, le avrei inquadrate senz'altro.
Restai l seduto, tranquillo, a scrutare la via antistante, tenendo contemporaneamente d'occhio lo
straniero che, sorben-dosi il beverone di Starbucks, controllava di continuo l'orologio. O stava
aspettando qualcuno o stava ingannando il tempo prima di andare altrove per incontrare qualcuno.
L'ipotesi giusta risult essere la prima. Era passata pi o me-no mezz'ora, quando, con mia
grande sorpresa vidi sopraggiungere Midori. Camminando, osservava le insegne dei negozi.
Quando vide Starbucks, lo raggiunse ed entr.
Il telefonista estrasse un cellulare, premette un pulsante e se lo port all'orecchio. Una mossa
furbissima, da parte di un pedinatore nascosto in una cabina telefonica... Non aveva composto il
numero per esteso, notai, cosicch era probabile che all'altro capo della linea ci fosse un suo
interlocutore abituale.
Lo straniero si alz in piedi quando vide Midori avvicinarsi al suo tavolo e al suo arrivo le fece
un inchino formale. Un inchino fatto come si deve, da cui dedussi che quell'uomo doveva aver
trascorso un bel po' di tempo in Giappone, al punto da trovarsi a suo agio con la lingua e la cultura
locali. Midori ricambi l'inchino, ma piegandosi di meno, e con un movimento che rivelava incertezza.
Non sembravano conoscersi troppo bene.
La mia impressione fu che si fossero incontrati per la prima volta proprio da Alfie.
Girai lo sguardo verso il telefonista e vidi che stava mettendo via il telefonino. Rimase dov'era.
Lo straniero invit Midori a sedersi e, mentre lei si accomo-dava, fece altrettanto. Fece un
cenno in direzione del banco, ma Midori scosse la testa. Non aveva intenzione di mangiare o be-re
alcunch con quell'uomo.
Li osservai per una decina di minuti. Col procedere della conversazione, i gesti dell'uomo
assumevano sempre pi il carattere di un'implorazione, mentre il contegno di Midori appariva via via
pi rigido. A un certo punto lei si alz e dopo un rapido inchino cominci a retrocedere. Lo straniero
rispose con un inchino assai pi deferente e, per certi versi, un po' goffo.
Chi seguire, adesso? Decisi di lasciarmi guidare dal telefonista.
Quando Midori usc dallo Starbucks e riprese la via da dov'e-ra venuta, che portava a Roppongi,
il telefonista la osserv, ma tenne la posizione. Dunque, il suo obiettivo - quello principale,
quantomeno - era lo straniero.
Quest'ultimo lasci il locale poco dopo Midori e torn verso la stazione Hibiya, sulla
Roppongi-dori. Il telefonista e io lo seguimmo, con gli stessi distacchi di prima. Li accompagnai fin
sulla banchina e attesi, a non pi di un vagone di distanza da loro, l'arrivo di un convoglio con
destinazione Ebisu, su cui, infine, salimmo. Volgendo loro le spalle, li tenni d'occhio grazie allo
specchietto e, quando arrivammo a Ebisu, li vidi scendere.
Io scesi un attimo dopo, sperando che lo straniero si allonta-nasse di buon passo.
All'improvviso, per, si ferm e torn indietro, proprio verso di me. Rallentai l'andatura e mi fermai
davanti a una piantina della rete metropolitana, mettendomi a stu-diarla in una posizione tale da
impedire a quei due di vedermi in faccia.
Era tardi, e dal treno erano scese poche persone oltre a noi.
Risalendo dalle viscere della stazione, lasciai un'intera rampa di scale tra me e loro e, al
momento di emergere in superficie, aspettai che a separarci ci fossero almeno venti metri. Giunto nei
pressi del lussuoso sobborgo di Daikanyama, lo straniero svolt per accedere a un grosso complesso
residenziale. Inser una chiave nella serratura del portone che si apr elettronicamente e gli si richiuse
alle spalle. Passando oltre, il telefonista ne prese atto e prosegu per una ventina di passi, dopo di che si
ferm, estrasse il telefonino, premette un tasto e parl brevemente con qualcuno. Fatto ci, tir fuori un
pacchetto di sigarette, se ne accese una e si sedette sul bordo del marciapiede.
No, quel tizio non giocava nella stessa squadra dello straniero: lo stava pedinando.
Mi nascosi nell'ombra ad aspettare, sul retro di un piccolo parcheggio commerciale. Un quarto
d'ora dopo, una moto da corsa rosso fuoco, con i tubi di scarico modificati in modo da produrre un
ruggito godzillesco, arriv sfrecciando. Il guidatore, in tenuta da corsa di pelle e casco integrale dello
stesso rosso, si ferm accanto al telefonista, che fece un cenno in direzione dell'edificio in cui era
scomparso lo straniero e sal a bordo della moto. Una frazione di secondo dopo, partirono a razzo.
Sarebbe stato ragionevole credere che lo straniero abitasse l, ma il complesso era formato da
centinaia di appartamenti, e io non avevo modo di indovinare quale fosse, n mi parve sensato andare a
controllare i nomi sul citofono. Inoltre, quell'edificio aveva di certo pi di un'uscita, cosicch aspettare
che uscisse sarebbe stato molto probabilmente inutile. Aspettai che il rombo della moto svanisse del
tutto e poi sbucai dal nascondiglio, per andare a verificare con precisione l'indirizzo. Dopo di che, feci
ritorno alla stazione Ebisu.
5
Da Ebisu raggiunsi in metr la stazione Hibiya, dove presi la linea Mita che mi riport a casa.
Non subito, per: dato che non rinuncio mai alle mie procedure di controsorveglianza, prima di
cambiare treno mi feci un giro fuori dalla stazione.
Mi fermai in un negozio di dischi di Tsutaya e mi feci largo tra giovani ragazze grunge che
ascoltavano in cuffia le ultime novit di pop giapponese, ondeggiando la testa a ritmo. Mi ad-dentrai
nel negozio e mi fermai a guardare i CD in un punto da cui potevo tenere d'occhio l'entrata, alzando di
tanto in tanto gli occhi per accertarmi che nessuno mi avesse seguito.
Diedi una scorsa agli scaffali di musica classica e, poi, a quelli di jazz. D'istinto, mi domandai
se Midori non avesse, per caso, inciso qualcosa, e in un attimo trovai un suo disco: Ano-ther Time.
Sulla copertina c'era lei, in piedi sotto un lampione, in quella che poteva essere una delle zone pi
malfamate di Shinjuku, con le braccia conserte e il profilo del viso in ombra.
L'etichetta non la conoscevo: doveva essere una piccola casa discografica. Non aveva ancora
sfondato, ma ero convinto che Marna avesse ragione: avrebbe fatto carriera.
Stavo per rimetterlo a posto, ma pensai: "Cristo,  solo un disco! Se hai voglia, puoi
comprartelo". Poteva darsi, per, che un commesso tenesse a mente la mia faccia, associandola
all'acquisto. Per scongiurare questa eventualit, nell'avvicinarmi alla cassa, prelevai anche una raccolta
di standard strumen-tali di un altro jazzista e alcuni concerti di Bach. Scelsi una fila lunga, con un
cassiere dall'aria esausta. Pagai in contanti. Quel tizio si sarebbe ricordato, al massimo, di un uomo che
aveva comprato dei CD di jazz, o di classica. E comunque nessuno sarebbe mai andato a domandargli
alcunch.
Terminato il giro di controsorveglianza, me ne tornai con i CD a casa, a Sengoku, nella zona
nordest della citt, non lontano da quel che resta della vecchia Tokyo, chiamata da chi ci  nato
Shitamari, il centro. La zona  antica, dato che buona parte degli edifici  sopravvissuta sia al grande
terremoto di Kan-to, del 1923, sia alla pioggia di bombe incendiarie caduta nel corso della seconda
guerra mondiale. Nel quartiere non esiste praticamente vita notturna, a parte i punti di ritrovo del luogo,
n troppi negozi, cosicch non c' molta gente che passa. I residenti sono, perlopi, veri edoko, cio
gente nata e cresciuta a Tokyo, che lavora nei negozi di mamma e pap, nei piccoli bar e ristoranti della
zona. Sengoku significa le mille pietre.
Non so da dove derivi, ma questo nome mi  sempre piaciuto.
Non  esattamente la mia casa, ma  quanto di pi simile a una casa io abbia mai avuto. Dopo la
morte di mio padre, mia madre mi aveva riportato negli Stati Uniti. Di fronte al suo lutto e ai
conseguenti rivolgimenti della sua vita, credo che avesse sentito il bisogno di stare vicino ai genitori, i
quali sembravano altrettanto ansiosi di riconciliarsi. Ci eravamo stabiliti a Dryden, nella parte nord
dello stato di New York, dove lei aveva trovato lavoro come insegnante di giapponese alla vicina
Cornell University e io mi ero iscritto alla scuola pubblica.
Dryden era una cittadina operaia, a maggioranza bianca, do-ve i miei tratti asiatici e il mio
inglese dallo strano accento mi esponevano al ruolo di vittima privilegiata dei bulletti locali.
Avevo ricevuto la mia prima lezione sulle tecniche di guerriglia proprio dalla popolazione di
Dryden: mi inseguivano a branchi, e io avevo dovuto imparare a colpirli tendendo loro l'agguato
quando erano isolati e indifesi. Avevo gi sviluppato una mentalit da guerrigliero molto prima di
sbarcare a Da Nang.
Mia madre era disperata, vedendomi sempre pieno di lividi e con le nocche sbucciate, ma era
troppo occupata con il suo lavoro all'universit e a ricucire il rapporto con i suoi genitori per poter
intervenire. La maggior parte di quegli anni l'avevo tra-scorsa in preda alla nostalgia per il Giappone.
Sono cresciuto con l'handicap di risaltare troppo. Solo in seguito avrei sviluppato l'arte
dell'opacit e dell'anonimato. In questo senso, Sengoku rappresenta per me un'anomalia. Avevo scelto
di stabilirmici prima che l'anonimato diventasse essenziale per la mia sopravvivenza, e avevo deciso di
rimanerci con la scusa che il danno, ormai, era fatto.  il classico posto dove ci si conosce tutti, almeno
per nome, e dove ognuno crede di sapere tutto degli altri. All'inizio ero a disagio per il fatto che tutti mi
conoscevano e mi fermavano per strada. Avevo pensato di trasferirmi nella parte occidentale della citt,
dove si ha la sensazione di essere a Tokyo, eppure lontanissimi dal Giappone.  tutto nuovo e veloce e
vibrante, un continuo vorticare di masse ipereccitate, alienate e anonime. Se mi fossi trasferito,
mischiandomi a quella folla, sarei scomparso.
Il vecchio centro, per, ha un grande fascino, ed  difficile, per me, andarmene. Mi piace la
passeggiata serale dalla stazione del metr a casa mia, lungo la via piena di negozi, dipinta di verde e di
rosso per trasmettere allegria anche nel buio precoce delle sere d'inverno. C' la coppia di mezz'et,
proprietaria del piccolo discount sull'angolo, che ogni sera mi saluta cordial-mente: Okaeri nasai!,
bentornato a casa, invece del pi consueto Kon ban wa, buonasera. C' la robusta e ridanciana
signora che gestisce il negozio di video dalla grande insegna gialla e dalle vetrine tappezzate di
locandine delle pi recenti produzioni hollywoodiane, la cui porta  sempre aperta, qualunque tempo
faccia. L'anziana signora ha praticamente di tutto, da Disney alla pornografia pi estrema, e da
mezzogiorno fino alle dieci di sera se ne sta seduta nel suo negozietto come un Buddha gaudente, a
guardare su un televisore sistemato accanto alla cassa i film che vende. E poi c' la donna-piovra, che
vende polipo fritto dalla finestrella della sua vecchia casa affacciata su una stradina laterale, con la
faccia segnata dagli an-ni e dalla noia del suo lavoro, che la rende assai simile alle cre-ature da lei
cucinate. Tutte le sere si aggira intorno ai fornelli, versando i suoi intingoli con movimenti automatici e
sempre uguali, e talvolta, passando l davanti, dei ragazzini mi sfrec-ciano accanto ridendo e
sussurrandomi: Tako orma! Ki o tsu-kete!, stai attento alla donna-piovra! C' anche la casa di
Ya-mada, l'insegnante di pianoforte, da cui, nelle sere d'estate, quando fa buio pi tardi, dolci note si
spargono per la via, me-scolandosi al ciabattare dei bagnanti che tornano dal sento, la piscina locale.
Ascoltai a lungo la musica di Midori, in quel fine settimana.
Tornavo a casa dall'ufficio, mettevo a bollire dell'acqua per una cena a base di tagliatelle ramen
e poi mi sedevo, con le luci basse, rilassandomi sull'onda delle note. Ascoltando quella musica e
guardando fuori dalla finestra con balcone affacciata sulle silenziose stradine di Sengoku, percepivo la
presenza del passato, ma sentivo anche di esserne al riparo.
I ritmi e le consuetudini del quartiere, all'inizio troppo sofi-sticati perch potessi apprezzarli, mi
hanno lentamente coinvolto, mi hanno contagiato diventando parte di me. Tutto somma-to, un cos
piccolo passo fuori dall'ombra  un prezzo accettabi-le se paragonato a certi benefici. E poi se in certi
casi essere troppo in vista pu diventare un handicap, in altri  sicuramente un vantaggio. A Sengoku
non ci sono posti in cui uno sconosciuto possa sedersi ad aspettare la sua vittima. E fino a sera, quando
riportano le loro merci all'interno del negozio e abbas-sano la saracinesca, Mamma e Pap sono l in
strada, di guardia. Se non sei di Sengoku, la gente ti nota e si domanda chi sei e che cosa ci fai, l. Se
invece sei del posto, vieni notato, s, ma in un modo tutto diverso.
Condizioni pi che accettabili, direi.
6
La settimana successiva presi appuntamento con Harry per andare a pranzo al sobaya Issan.
Non sarei riuscito a dimenticare quel piccolo mistero, e sapevo che per svelarlo avrei avuto bisogno del
suo aiuto.
Issan si trova a Meguro, in un vecchio edificio in legno a cinquanta metri dalla Meguro-dori,
cinque minuti a piedi dalla stazione Meguro. In un ambiente assolutamente informale, si mangiano i
migliori soba di Tokyo. Issan, per, mi piace anche per la sua atmosfera bizzarra: presso l'entrata c'
una vetrinetta piena di oggetti smarriti che, da quando dieci anni fa ho scoperto questo posto, non sono
mai cambiati. A volte mi domando che cosa direbbero i proprietari se un cliente, entrando, escla-masse:
Ehi! Ecco dov'era finito il mio calzascarpe di carapa-ce... Erano anni che lo cercavo!
Una delle garbate cameriere del ristorante mi accompagn a un tavolino basso, in una sala con
fatami, e si inginocchi per prendere nota dell'ordinazione. Chiesi degli umeboshi, gli stuzzichini del
giorno, da sgranocchiare nell'attesa.
Harry arriv circa dieci minuti dopo, accompagnato dalla stessa cameriera di prima. C'era da
scommettere che non ci saremmo trovati di nuovo al Las Chicas, disse, dando un'occhiata alle pareti
antiche e alle insegne sbiadite.
Ho pensato che era ora di farti conoscere pi a fondo il Giappone tradizionale, ribattei. Passi
troppo tempo nei negozi di apparecchi elettronici a Akihabara. Perch non provi qualcosa di classico?
Ti consiglierei gli yuzukiri. Gli yuzukiri sono soba insaporiti dal succo di una delicata variet di
limone giapponese chiamato yuzu. Una specialit di Issan.
La cameriera torn a prendere le ordinazioni: due yuzukiri.
Harry mi disse che non era riuscito a scoprire niente di particolarmente illuminante sul conto di
Kawamura: solo generici dati biografici.
Era membro del partito liberal-democratico, spieg Harry.
Laureato in scienze politiche all'universit di Tokyo nel 1960,  finito diritto al governo con il
resto della crme accademica.
Gli Stati Uniti potrebbero trarne una lezione. L, al governo ci vanno gli scarti delle universit.
 un po' come seminare il grano pi piccolo.
Mi  capitato di lavorare con alcuni di loro, disse Harry.
Comunque, Kawamura ha cominciato elaborando provvedi-menti amministrativi in favore
dell'industria degli elettrodome-stici giapponese presso il ministero del commercio estero e
dell'industria. Il ministero collaborava con imprese come Pana-sonic e Sony per rafforzare la posizione
giapponese sulla scena dell'economia mondiale, e Kawamura esercitava un potere notevole, se si
considera che non aveva ancora trent'anni. Si  fatto strada senza intoppi nei ranghi della burocrazia.
Una carriera rapida, ma non spettacolare. Gli viene attribuito il merito di aver concepito, negli anni
Ottanta, la strategia industriale nazionale nel campo dei semiconduttori.
Ora, per, i semiconduttori sono in declino, osservai io, di sfuggita.
Harry si strinse nelle spalle. In quel momento, gli  valsa una certa notoriet. Dal ministero del
commercio estero e dell'industria fu trasferito al Kensetsusho, il vecchio ministero dei lavori pubblici, e
ha poi ricoperto il ruolo di sottosegretario con delega al territorio e alle infrastrutture quando il
ministero dei lavori pubblici  stato assorbito dal Kokudokotsusho.
Fece una pausa e si pass una mano tra i capelli ribelli, senza con ci migliorare la sua
acconciatura. Ascolta, posso darti soltanto informazioni generiche. Mi servirebbe un'idea un po'
pi precisa di quello che devo cercare, altrimenti rischio di farmelo passare sotto il naso senza
neppure accorgermene.
Non ti buttare gi, Harry. Continuiamo a lavorare cos, okay? Mi interruppi, rendendomi
conto che sarebbe stato pericoloso, ma ben sapendo che, se avessi voluto svelare il mistero, avrei
dovuto correre quel rischio.
Gli raccontai di quello che avevo visto da Alfie e del pedinamento dello straniero fino al suo
appartamento a Daikanyama.
Harry scosse la testa. Quante probabilit c'erano che ti im-battessi cos nella figlia di
Kawamura?  incredibile...
Lo scrutai in viso, per cercare di capire se mi aveva creduto.
Sekken wa semai yo, dissi. Il mondo  piccolo.
O forse  una questione di karma, disse lui con un'espressione impenetrabile.
Cristo! Quanto sa realmente questo ragazzo? Non sapevo che credessi al karma, Harry.
Si strinse nelle spalle. Credi che ci sia un legame con l'irruzione nell'appartamento di
Kawamura?
Potrebbe esserci. Lo straniero sul metr stava cercando qualcosa nelle tasche di Kawamura,
ma non l'ha trovato. Allora, si  introdotto in casa della vittima, ma neppure l ha trovato quello che
cercava. Ora sembrerebbe convinto che l'oggetto delle sue ricerche sia nelle mani della figlia di
Kawamura, dato che sar lei a ereditarne gli averi.
La cameriera ci port i due piatti di yuzukiri. Senza fare il minimo rumore, si inginocchi sul
fatami, pos i piatti sul tavolino, li sistem con cura secondo un preciso schema che aveva in mente,
torn ad alzarsi e, dopo un inchino, se ne and.
Una volta finito di mangiare, Harry si appoggi allo schienale e fece un lungo rutto soffocato.
Era buono, riconobbe.
Te l'avevo detto.
Volevo farti una domanda, riprese lui, ma non sei obbligato a rispondermi, se non vuoi.
Di' pure.
Qual  il tuo obiettivo, in tutto questo? Perch ti interessa cos tanto? Non  da te.
Pensai di dirgli che lo facevo per conto di un cliente, ma sapevo che non l'avrebbe bevuta.
Ci sono alcune incongruenze tra quello che mi aveva detto il cliente e quello che ho appurato
nel corso della missione, gli spiegai. E la cosa mi infastidisce.
Ti infastidisce fino a questo punto?
Evidentemente era in vena di insistere, quel giorno. Questa storia mi ricorda una cosa che mi 
capitata tanto tempo fa, gli dissi, sincero. Una cosa che non voglio assolutamente che mi ricapiti. Ti
basti questo, per il momento.
Sollev per un attimo le mani, come a volermi supplicare, e posando i gomiti sul tavolo si
sporse in avanti verso di me.
Possiamo supporre che il tizio da te pedinato abiti in quel complesso residenziale. A
Daikayama vivono molti stranieri, ma in quell'edificio ce ne saranno al massimo una decina, o po-co
pi. La prospettiva, dunque, non  delle peggiori.
Bene.
La proprietaria di Alfie ti ha detto che  un giornalista?
S, ma non  detto che sia vero. Deve averle mostrato un tesserino, che per poteva benissimo
essere falso.
Pu darsi, ma  gi qualcosa. Prover a incrociare i nomi-nativi degli stranieri che abitano in
quell'edificio con il registro del Nyukan, per vedere se tra essi ci sono persone che lavorano nel mondo
dei media. Il Nyukan, o Nyukokukanrikyoku,  l'ufficio immigrazione giapponese, che dipende dal
ministero della giustizia.
Ottima idea. E gi che ci sei, recuperami l'indirizzo di casa della ragazza. Ho provato a fare il
110, ma non  sull'elenco.
Harry si gratt una guancia e chin la testa, come se stesse cercando di dissimulare un sorrisino.
Che cosa c'? domandai.
Alzando gli occhi verso di me, disse: Ti piace.
Oh, Cristo! Harry...
Credevi che lei si sarebbe aperta con te, e invece ti ha re-spinto. Ora,  una questione d'onore.
Vuoi riprovarci.
Tu sogni, Harry.
 bella? Dimmi solo questo.
Tu hai letto troppi manga, Harry, dissi.
S, va bene, disse lui, e io pensai: "Cristo! Lui i manga li legge davvero! Ho urtato la sua
sensibilit...".
Dai, Harry... Mi serve il tuo aiuto per arrivare in fondo a questa storia. Il tizio sul metr era
convinto che Kawamura avesse con s qualcosa e per questo lo ha praticamente perquisi-to. Solo che
non ha trovato quello che cercava... Altrimenti non sarebbe andato a tampinare Midori. Ora, dimmelo
tu: chi  at-tualmente la legittima erede di tutto ci che Kawamura possedeva, compresi i vestiti e gli
effetti personali che aveva addosso quando  morto?
Midori, probabilmente, ammise, con una scrollata di spalle.
Esatto.  lei la traccia migliore che abbiamo a disposizione.
Procurami le informazioni. Poi decideremo il da farsi.
Chiacchierammo d'altro per tutto il resto del pranzo. Non gli parlai del CD che avevo comprato.
Di conclusioni ne aveva gi tratte persino troppe.
7
Il giorno dopo ricevetti un messaggio da Harry, che utilizz un codice numerico prestabilito per
informarmi che aveva caricato qualcosa per me sulla bacheca elettronica che usiamo per comunicare.
Immaginai che fosse l'indirizzo di Midori, e Harry non mi deluse.
Abitava in un piccolo complesso residenziale che si chiamava Harajuku Badento Haitsu - le
cime verdeggianti di Haitsu -
all'ombra degli aggraziati archi dello stadio olimpico di Tokyo creati nel 1964 da Tange Renzo.
L'elegante Harajuku  il territorio di confine tra i lunghi silenzi e i solenni alberi di cripto-meria del
parco Yoyogi, con il suo tempio Meiji, la frenetica follia degli adolescenti iperconsumisti della
Takeshita-dori e i lussuosi negozi di moda e i bistrot di Omotesando.
Harry mi aveva confermato che Midori non possedeva un'automobile, stando a quanto risultava
dal registro automobilistico di Tokyo; di conseguenza, per i suoi spostamenti dipendeva dai mezzi
pubblici: i treni delle ferrovie giapponesi, dalla stazione Harajuku, o le linee del metr che passano da
Meijijingu-mae e Omotesando.
Il problema era che la stazione ferroviaria e quelle del metr si trovavano l'una da una parte e le
altre dal lato opposto, cosicch non si poteva mai sapere in anticipo dove si sarebbe diretta, uscendo di
casa. Non essendoci un punto in comune tra i due diversi tragitti, non sapevo quale scegliere. Avrei
dovuto cercare un punto di osservazione e attendere, per decidere all'ultimo momento.
La Omotesando-dori, nei pressi delle stazioni del metr, faceva al caso mio. Nota come gli
Champs Elyses di Tokyo, soprattutto tra gente che non  mai stata a Parigi, la Omotesando-dori  un
lungo viale affollato di negozi fiancheggiato su entrambi i lati da file di olmi le cui foglie strette, ogni
autunno, disegnano a terra una corona dorata per poi coprire la strada con un fitto tappeto. I numerosi
bistrot erano concepiti secondo il modello parigino per consentire agli avventori di osservare il viavai, e
io avrei potuto indugiare l anche per un'ora o due, a osservare la strada da vari punti senza farmi
notare.
Date le condizioni, per, in mancanza di un colpo di fortuna, mi aspettavano lunghe e noiose
giornate di appostamenti e di attesa. Harry propose tuttavia un'innovazione che me le fece ri-sparmiare:
un sistema per trasformare, a distanza, un telefono in un microfono.
Il trucco funziona soltanto con i telefoni digitali dotati di vi-va voce, con i quali  possibile
stabilire un contatto anche se l'apparecchio rimane agganciato al suo supporto. La ricezione  un po'
ovattata, ma si riesce a sentire. Anticipando la mia mossa successiva, Harry test la linea di Midori e
mi disse che si poteva fare.
Alle dieci di mattina del sabato seguente, arrivai al caff Aoyama Blue Mountain, sulla
Omotesando-dori, equipaggiato con un piccolo dispositivo che avrebbe amplificato il telefono di
Midori e con un telefonino per ascoltare. Presi posto a uno dei tavolini rivolti verso la strada e ordinai
un espresso a una cameriera dall'aria annoiata. Mentre osservavo i rari passanti del mattino, misi in
azione il dispositivo e udii un lieve sibilo nell'auricolare a indicare che la connessione era stata stabilita.
A parte questo, silenzio. Non potevo far altro che aspettare.
A pochi metri dal Blue Mountain, una squadra di operai stava tappando alcune buche nel manto
stradale. Quattro uomini erano intenti a mescolare la ghiaia e a misurare gli ingredienti dell'impasto:
due persone in pi di quelle realmente necessarie.
Layakuza, per, lavora a stretto contatto con l'industria delle costruzioni ed esercita una certa
pressione affinch si faccia lavorare la gente. Il governo, felice di questa opportunit di creare nuovi
posti di lavoro,  complice. La disoccupazione viene mantenuta a livelli socialmente accettabili, e la
nave va.
Come sottosegretario al Kokudokotsusho, il padre di Midori aveva ricevuto la delega ai lavori
pubblici, con cui controllava tutti i pi grandi progetti e appalti in Giappone. Doveva essere invischiato
fino al collo in storie pesantissime. Nessuna meraviglia che, alla fine, qualcuno l'aveva voluto morto.
Due uomini di mezza et in completo e cravatta neri - la divisa da funerale, nel Giappone
moderno - lasciarono il locale, e il mio tavolo fu investito da una zaffata di asfalto rovente. Questo
odore evoc in me il ricordo della mia infanzia in Giappone, quando alla fine di ogni estate mia madre
mi accompagnava a scuola per il primo giorno del nuovo anno. Sulle strade, in quel periodo, erano
immancabilmente in corso lavori di ripa-vimentazione, cosicch questo genere di lavori avr sempre,
per me, l'odore delle angherie e dell'ostracismo che ero costretto a subire a quei tempi.
A volte ho la sensazione che la mia esistenza sia nettamente divisa in due segmenti, che
chiamerei capitoli se non fosse che, a differenza dei capitoli di un libro, le due parti della mia vita sono
troppo discontinue per poter essere composte o riunite. Il primo segmento ha termine con l'omicidio di
mio padre, un e-vento che mi ha privato di ogni sicurezza e capacit di previsione, sostituite da un
senso di vulnerabilit e paura. Un'altra cesura corrisponde al momento in cui l'esercito mi comunic via
telegramma che mia madre era morta, offrendomi un permesso per partecipare ai suoi funerali. Con
mia madre persi il mio centro di gravit emotivo, remota guida psichica che go-vernava il mio
comportamento, e fui sopraffatto da un nuovo e terribile senso di libert. La Cambogia rappresenta
un'altra svolta, un ulteriore passo verso il buio pi profondo.
Stranamente, il momento in cui mia madre mi riport dal Giappone negli Stati Uniti non ha
comportato un grande cambiamento: ero un outsider dovunque, e il trasferimento non fece che
confermarlo. Neanche il mio successivo girovagare ha mai avuto una valenza particolare. Nei dieci
anni successivi al funerale di Crazy Jake girai il pianeta combattendo come mercenario e, pur avendo
sfidato ogni dio a uccidermi, sopravvissi, forse perch una parte di me era gi morta.
Stavo combattendo al fianco dei maroniti libanesi a Beirut quando la CIA mi reclut per
addestrare i mujaheddin impegnati nella guerriglia contro i sovietici in Afghanistan. Ero l'uomo ideale:
esperienza sul campo e una storia da mercenario che avrebbe agevolato un mio eventuale
disconoscimento da parte dell'amministrazione americana.
Per me c' sempre stata una guerra. L'epoca precedente mi pare irreale, immersa in un'atmosfera
onirica. La guerra  la ba-se del mio approccio a tutto il resto. Non conosco altro che la guerra. Avete
presente la parabola buddhista del monaco risve-gliatosi dopo aver sognato di essere una farfalla, a cui
viene il dubbio di essere una farfalla che sta sognando di essere un uo-mo?
Poco prima delle undici, sentii giungere dei rumori dall'appartamento di Midori. Rumore di
passi e di acqua corrente, che identificai con lo scroscio della doccia. Midori lavorava fino a tardi, la
sera. Naturale che si svegliasse tardi. Finalmente, pochi minuti prima di mezzogiorno, sentii sbattere
una porta e lo scatto di una serratura e capii che era appena uscita di casa.
Pagai i due caff che avevo bevuto e uscii sulla Omotesandodori, che cominciai a percorrere a
passo molto lento in direzione della stazione ferroviaria di Harajuku. Decisi di raggiungere il
sovrappasso pedonale di Harajuku per approfittare della vista panoramica che se ne gode, ma ero anche
molto esposto: se avessi indugiato a lungo, avrei finito per dare nell'occhio.
Fortunatamente, i tempi coincisero. Ero sul sovrappasso soltanto da un minuto quando scorsi
Midori tra la folla. Veniva da casa e all'incrocio con la Omotesandodori svolt a destra. Fu facile, per
me, seguirla.
Aveva i capelli raccolti in una coda di cavallo, e gli occhi scuri nascosti da occhiali da sole.
Indossava comodi pantaloni neri e un maglione scollato a V e avanzava con piglio sicuro e
determinato. Non potei fare a meno di ammettere che era proprio carina.
"Piantala!" dissi a me stesso. "Il suo aspetto fisico non ha niente a che vedere con questa storia."
Aveva con s un sacchetto che dal caratteristico color acero riconobbi per uno di quelli di
Mulberry, celebre marchio inglese nel settore della pelletteria: c'era un loro negozio sulla Mi-nami
Aoyama e mi domandai se non stesse andando proprio l a restituire un acquisto insoddisfacente.
Pi o meno a met dell'Aoyama-dori, Midori entr da Paul Stuart. Avrei potuto seguirla
all'interno per giocare subito la carta dell'incontro casuale, ma ero curioso di vedere dove altro sarebbe
andata e decisi di aspettare. Mi appostai alla Fouchet Gallery, sull'altro lato della strada, dove potei
ammirare alcuni dipinti che mi consentivano, contemporaneamente, di tenere sotto controllo la via,
finch lei non sbuc di nuovo, venti minuti dopo, con un'altra borsa in mano, questa volta di Paul
Stuart.
La fermata successiva fu da Nicole Farhi London. Attesi all'Aoyama Flower Market, al
pianterreno del La Mia Building.
Da l, Midori continu il suo giro seguendo una serie di stradine senza nome alle spalle di
Omotesando, fermandosi di tanto in tanto davanti a una delle boutique della zona e sbucando, infine,
sulla Koto-dori, che imbocc svoltando a destra. Continuai a seguirla, non troppo da vicino, e dal lato
opposto della strada, finch non la vidi infilarsi al Ciel Bleu.
Mi imbucai nel negozio che J.M. Weston ha aperto a Tokyo e ammirai, nella vetrina oltre la
quale intravedevo il Ciel Bleu, le bellissime scarpe fatte a mano. Riflettendo, mi parve che il suo gusto
inclinasse alquanto verso l'europeo. Scartava i grandi magazzini, persino quelli pi chic. Sembrava
intenzionata a chiudere il giro tornando verso casa, e aveva ancora quel sacchetto di Mulberry.
Se davvero fosse andata al negozio per restituire qualcosa, avrei potuto precederla l. Ma era un
rischio: se avesse deciso di dirigersi altrove, l'avrei persa di vista. Se il mio piano fosse riuscito, per,
l'incontro sarebbe apparso pi come una coincidenza che come il risultato di un pedinamento.
Uscii dal negozio di Weston e risalii alla svelta la Koto-dori, guardando le vetrine in modo da
non voltare mai la faccia dalla parte di Midori. Una volta oltrepassato il Ciel Bleu, attraversai la strada
ed entrai da Mulberry. Raggiunsi il settore uomo e dissi alla proprietaria che intendevo dare
un'occhiata, soffer-mandomi in particolare su alcune valigette esposte.
Cinque minuti dopo, come avevo sperato, Midori arriv e, togliendosi gli occhiali da sole,
rispose al cordiale irrashaima-se della proprietaria chinando leggermente la testa. Tenendo Midori ai
margini del mio campo visivo, presi una delle valigette, come per soppesarla. Da quella posizione,
sentii il suo sguardo posarsi su di me per indugiarvi pi a lungo di quanto sarebbe stato normale nel
corso di un'occhiata panoramica rivolta al negozio. Sottoposi la valigetta a un ultimo esame generale e
tornai a posarla sullo scaffale, per poi sollevare lo sguardo. Mi stava ancora osservando, la testa
leggermente inclinata verso destra.
Sbattei una volta le palpebre, per comunicare un senso di sorpresa, e mi avvicinai.
Kawamura-san, dissi, in giapponese. Che bella sorpresa! L'ho appena vista venerd scorso al Club
Alfie. Mi  molto piaciuta!
Mi squadr in silenzio per un lunghissimo istante prima di rispondere, al che io potei
rallegrarmi della riuscita del mio piano. Una donna intelligente come lei non doveva essere molto
incline a credere alle coincidenze: se io fossi entrato dopo di lei, avrebbe potuto sospettare che l'avevo
seguita.
Certo, mi ricordo, disse Midori. Lei  quello che ha paragonato il jazz al sesso. Senza
neppure darmi il tempo di mettere insieme una risposta plausibile, aggiunse: Non era il caso di dire
quelle cose, lo sa? Avrebbe dovuto sforzarsi di essere pi indulgente.
Per la prima volta ebbi l'occasione di osservare il suo corpo.
Era magra e aveva delle lunghe gambe che la slanciavano, un tratto forse ereditato dal padre, la
cui altezza aveva facilitato il suo pedinamento lungo la Dogenzaka. Aveva spalle ampie, che facevano
da ideale contrappunto a un collo lungo e aggraziato.
E non potei esimermi dal notare, sotto il maglione, un seno piccolo ma ben formato. La pelle
liscia e bianca incorniciata dalla nera V della scollatura creava un meraviglioso contrasto.
Guardai quegli occhi scuri e sentii dissolversi la mia abituale tendenza a combattere. Ha
ragione, ammisi. Me ne scuso.
Chiuse gli occhi per un istante e scosse la testa. Le  piaciuto il concerto?
Moltissimo. Ho comprato il suo CD e da molto tempo mi ero ripromesso di venire a vedere il
suo trio. Purtroppo, per, viaggio molto, e solo la scorsa settimana ci sono finalmente riuscito.
Quali sono le mete dei suoi viaggi?
America ed Europa, perlopi. Faccio il consulente, dissi, con un tono di voce tale da lasciar
intendere un'immensa noia al solo pensiero. Niente di paragonabile alla vita di una pianista jazz,
quanto a fascino.
Midori sorrise. Crede davvero che la vita della pianista jazz sia cos affascinante?
Sembrava possedere per natura quella tipica abilit che consiste nel sollecitare l'interlocutore ad
aprirsi e a dire di pi. Con me, per, non attacca. Be', diciamo che non ricordo di aver mai conosciuto
gente che si sia spinta fino a paragonare il mio lavoro di consulente al sesso.
Rovesciando la testa all'indietro, scoppi a ridere di gusto, senza preoccuparsi di mettere la
mano davanti alla bocca - co-me invece fanno di solito le donne giapponesi, con un gesto inutilmente
lezioso - e di nuovo fui colpito dalla sua inconsueta disinvoltura.
Ottima battuta, disse subito dopo, incrociando le braccia sul petto e concedendomi un lieve
ma persistente sorriso.
Sorridendo a mia volta, le domandai: Che cos'ha in programma, oggi? Un po' di shopping?
S, un po'... E lei?
Anch'io. Da troppo tempo, ormai, ho bisogno di una nuova valigetta. Sa, noi consulenti
dobbiamo badare alle apparenze.
Abbassai gli occhi sulle borse che teneva in mano. Vedo che  stata da Paul Stuart. Pensavo
proprio di andarci anch'io.
 un bel negozio. Io ero stata in quello di New York, e sono stata contenta quando ne hanno
aperto uno anche a Tokyo.
Sollevai leggermente le sopracciglia. Ha vissuto a lungo a New York?
Un po', rispose lei, con un vago sorriso, guardandomi negli occhi.
"Cristo,  un osso duro", mi dissi. "Sfidala!" E la lingua come la parla? domandai, passando
di colpo dal giapponese all'inglese.
Me la cavo, replic lei senza esitazioni.
Posso invitarla a prendere un caff? incalzai, continuando a parlare in inglese, ma con il mio
miglior accento di Brooklyn.
Midori rinnov il sorriso. Un accento verace...
Non meno dell'invito.
Non doveva andare da Paul Stuart?
S, ma ora m' venuta sete.  mai stata da Tsuta?  un caff stupendo. Ed  proprio dietro
l'angolo, appena oltre la Koto-dori.
Aveva ancora le braccia conserte. No, non lo conosco.
Be', allora dovrebbe provare. Koyama-san serve il miglior caff di tutta Tokyo, e lo si pu
sorbire ascoltando Bach o Chopin, rimirando un bellissimo giardino segreto.
Un giardino segreto? domand lei, per prendere tempo. E
quale sarebbe il segreto?
La guardai con un'aria severa. Koyama-san dice che se glielo rivelassi, sarebbe come
ucciderla. Perci, le conviene scoprirlo di persona.
Scoppi nuovamente a ridere, sul punto di cedere ma, apparentemente, tutt'altro che
preoccupata. Forse, sarebbe il caso che lei mi dicesse almeno qual  il suo nome, prima, disse.
Fujiwara Junichi, risposi, inchinandomi automaticamente.
Fujiwara era il cognome di mio padre.
Midori ricambi l'inchino. Piacere di conoscerti Fujiwara-san.
Permettimi di accompagnarti da Tsuta, le dissi, sorridendo. E insieme ci avviammo.
Per raggiungere Tsuta impiegammo meno di cinque minuti, che trascorremmo chiacchierando
di come la citt, nel corso degli anni, fosse cambiata, della nostalgia che entrambi prova-vamo per i
tempi in cui, di domenica, il viale antistante il parco Yoyogi era chiuso al traffico e diventava teatro di
una delirante festa in costume a cielo aperto, quando l'identit del jazz giapponese andava
riplasmandosi in migliaia di caveau e di locali, quando a Shinjuku ancora non c'era il nuovo scintillante
muni-cipio, e la zona vibrava di desiderio, amore e coraggio sinceri.
Mi piaceva parlare con lei, e a un certo livello sapevo che questo era strano e, persino,
indesiderabile.
Fummo fortunati: uno dei due tavoli di Tsuta disposti in mo-do da consentire la contemplazione
del giardino segreto attraverso un'unica enorme finestra panoramica era libero. Se sono da solo, tendo a
sedermi al banco, dato che  sempre un piacere osservare Koyama-san mentre prepara il caff, ma quel
giorno preferivo un'atmosfera pi adatta alla conversazione. Ordinammo un caff della casa, preparato
con una qualit molto scura e tostata, e ci accomodammo su due lati adiacenti del tavolino, in modo da
poter godere entrambi della vista sul giardino.
Quanto hai vissuto a Tokyo? attaccai, quando ci fummo messi comodi.
Ho fatto avanti e indietro per tutta la vita, disse lei, mesco-lando lentamente al caff un
cucchiaino di zucchero. Ho vissuto per alcuni anni all'estero, da piccola, ma la maggior parte del
tempo l'ho passata a Chiba, non molto lontano da qui. Da adolescente, venivo a Tokyo ogni volta che
potevo, per cercare di intrufolarmi nei locali dove suonavano jazz dal vivo. In seguito, ho vissuto per
quattro anni a New York, dove ho studiato alla Julliard. Dopo di che mi sono trasferita a Tokyo. E tu?
Pi o meno lo stesso: avanti e indietro per tutta la vita.
E dove hai imparato a ordinare il caff in perfetto accento newyorchese?
Bevvi un sorso del caff amaro che avevo davanti e riflettei su come rispondere. Mi capita
molto di rado di raccontare dettagli della mia biografia. Le cose che ho fatto, e che continuo a fare, mi
hanno segnato, proprio come aveva previsto Crazy Ja-ke, e sebbene tale segno risulti invisibile ai pi,
io sono sempre cosciente della sua presenza. Non sono pi abituato alla confidenza. Forse - mi rendo
conto, talvolta, con rimpianto -  un sentimento di cui non sono pi capace.
Non ho pi avuto nessuna relazione stabile, in Giappone, da quando sono entrato in
clandestinit. C'erano stati degli appuntamenti saltuari, senza alcun entusiasmo da pare mia. Tatsu e
alcuni altri amici che ormai non vedo pi cercavano, ogni tanto, di presentarmi delle loro conoscenti,
ma che prospettiva potevano avere queste relazioni, se le due circostanze che pi mi hanno influenzato
erano innominabili, veri e propri tab? Pro-vate a immaginare una conversazione tipo: Ho servito in
Vietnam, Come hai fatto?, Sono per met americano: un mezzosangue, insomma
Frequento, di tanto in tanto, alcune donne del mizu shobai - o mercato dell'acqua - che  il nome
con cui in Giappone si allude al dmi-monde. Il rapporto, per via della reciproca conoscenza, che risale
ormai molto indietro nel tempo, non prevede alcun passaggio di contanti, bens la consuetudine di
costosi regali, e si fonda anche, in una certa misura, sull'affetto. Queste donne credono tutte che io sia
sposato, e grazie a questa piccola bugia ho sempre avuto gioco facile nel giustificare le sofistica-te
misure di sicurezza da me immancabilmente adottate, e il carattere discontinuo dei rapporti, nonch la
mia reticenza in materia di dettagli biografici.
Anche Midori, per, appariva estremamente riservata: di una riservatezza cui aveva appena
derogato raccontandomi qualcosa della sua infanzia. Sapevo che se non avessi contraccambia-to con
qualche piccola rivelazione su di me, non sarei stato in grado di estorcerle altro.
Sono cresciuto un po' in tutt'e due i paesi, dissi, dopo una lunga pausa. Non ho mai vissuto a
New York, ma ci ho passato un po' di tempo, e ho imparato a imitare alcuni degli accenti della zona.
Midori spalanc gli occhi. Sei cresciuto un po' in Giappone e un po' negli Stati Uniti?
S.
E come mai?
Mia madre era americana.
Concentr visibilmente lo sguardo sul mio volto, come a cercarvi per la prima volta l'elemento
caucasico. Non  difficile coglierlo, se uno sa quello che sta cercando.
Non sembri molto... Cio, evidentemente hai ereditato soprattutto i caratteri somatici di tuo
padre.
C' gente, in effetti, a cui questa cosa d fastidio.
Quale cosa?
Il fatto che io sembri giapponese pur essendo, in realt, qualcosa di diverso.
Mi sovvenne, per un attimo, di quando avevo sentito per la prima volta la parola ainoko,
bastardo. Era successo a scuola, e quella sera avevo chiesto spiegazioni a mio padre. Lui, scuotendo la
testa, si era limitato a dire: Taishita koto na. Non  niente. Ben presto, per, avrei risentito quella
parola in bocca agli ijimekko, i bulletti della scuola, che continuavano a ripeter-la mentre mi
picchiavano a sangue. A quel punto, bastava fare due pi due.
Sorrise. Per quanto mi riguarda, proprio all'incrocio tra le culture succedono le cose pi
interessanti.
Tu credi?
Certo! Pensa al jazz: le radici sono nell'America nera, ma le diramazioni arrivano fino al
Giappone e in tutto il mondo.
Sei strana. I giapponesi, di solito, sono razzisti. Mi resi conto di aver parlato in un tono pi
aspro di quanto prevedessi.
Non so se i giapponesi siano davvero tanto razzisti. Forse, siamo solo rimasti isolati troppo a
lungo, al punto che abbiamo sempre paura del nuovo e dell'ignoto.
In genere, trovo irritante questo idealismo in palese contraddizione con i fatti, ma ebbi la
sensazione che Midori stesse semplicemente attribuendo i propri buoni principi all'umanit nel suo
insieme. Guardando in fondo a quegli occhi scuri e seri, non potevo fare a meno di sorridere, e lei
ricambiava i miei sorrisi, schiudendo appena le labbra e con una luce speciale negli occhi che mi
costringeva a distogliere lo sguardo.
Com' stato crescere in quel modo, in due paesi, in due culture cos differenti? mi domand.
Dev'essere stato incredibile.
No. In realt,  stato tutto piuttosto normale.
Avvicinando la tazzina alle labbra si blocc all'improvviso.
Non capisco come sia possibile definire "normale" un'esperienza del genere.
Intendevo dire che  stato difficile in entrambi i paesi, ma  normale.
La tazza riprese a muoversi verso la sua destinazione, e Midori bevve un sorso. Sei stato di pi
in Giappone o in America?
Sono rimasto in Giappone fino all'et di dieci anni, dopo di che ho vissuto quasi sempre negli
States fino all'inizio degli anni Ottanta, quando sono tornato in Giappone.
Per stare con i tuoi genitori?
Scossi la testa. No, loro erano gi partiti.
Il mio tono di voce non lasci dubbi quanto alla destinazione di quella partenza, e Midori mi
sorrise in segno di solidariet.
Sono morti quando tu eri piccolo?
Ero all'inizio dell'adolescenza, dissi, con una certa appros-simazione, sforzandomi, come
d'abitudine, di non mettere troppo a fuoco il ricordo.
 terribile perdere i genitori a quell'et. Eri molto legato a loro?
Legato? Credo che mio padre - sebbene avessi ereditato da lui i tratti del viso marcatamente
asiatici e nonostante lui avesse sposato un'americana - fosse fin troppo attento, come tutti i giapponesi,
alle questioni di razza. Le angherie che subivo a scuola suscitavano in lui rabbia e vergogna.
Abbastanza, credo.  passato molto tempo.
Hai intenzione di tornare in America, prima o poi?
Ci sono tornato, a un certo punto, risposi, ricordando in che modo mi ero ritrovato invischiato
in quel lavoro che mi pareva di fare da sempre. Quando sono ritornato in Giappone, da grande, per
dieci anni ho continuato a pensare che sarei tornato molto presto in America. Ora, invece, non ci tengo
pi cos tanto.
Ti senti a casa in Giappone?
Mi venne in mente quello che mi aveva detto Crazy Jake:
Non potremo mai pi sentirci a casa, John, dopo quello che abbiamo fatto.
Credo di s, ormai, dissi, dopo una lunga riflessione. E a te piacerebbe tornare a vivere in
America?
Midori tamburellava delicatamente con quattro dita sul bordo della tazzina, e io pensai: "Suona
i suoi moods. Che cosa suonerei, io, se ne fossi capace?"
New York mi piace molto, disse poco dopo, sorridendo per l'affiorare di qualche ricordo.
Vorrei, prima o poi, tornare a viverci. Anche per poco, magari. Il mio manager  convinto che il
nostro trio potrebbe sfondare. Terremo un concerto al Vanguard, il prossimo novembre, e a quel punto
potremo dire di essere abbastanza famosi.
Il Village Vanguard,  la mecca del jazz di Manhattan. Al Vanguard? feci io, sinceramente
impressionato. Niente male!
Ci hanno suonato Coltrane, Miles Davis, Bill Evans, Thelonius Monk... Tutti i pi grandi.
 una grande opportunit, ammise lei, annuendo.
Potresti approfittarne per stabilirti a New York, se volessi.
Si vedr... Tieni presente che a New York ci ho gi abitato.
 un posto fantastico, la citt pi interessante che abbia mai visto. Ma viverci  come nuotare in
apnea: all'inizio ti sembra di poter andare avanti all'infinito, e ti godi quella nuova prospettiva, ma
prima o poi devi riemergere per prendere aria. Dopo quattro anni ho sentito il bisogno di tornarmene a
casa.
Ecco il varco che aspettavo. Devi aver avuto genitori piuttosto libertari, se hanno acconsentito
a mandarti all'estero per tutto quel tempo.
Accenn un sorriso. Mia madre  morta quando ero piccola... come te. Mio padre mi ha
mandato alla Julliard. Era un appassionato di jazz ed era entusiasta del mio proposito di diventare una
pianista jazz.
Marna-san, da Alfie, mi ha detto che  scomparso di recente, dissi, sentendo all'orecchio una
vaga eco di quelle parole.
Sono molto dispiaciuto. Midori chin brevemente la testa in segno di accettazione della mia
espressione di cordoglio, e io le domandai: Di che cosa si occupava?
Era un burocrate. Professione assolutamente onorevole, in Giappone, dove il termine kanryo
 del tutto privo delle sfuma-ture negative di solito associate alla nostra idea di burocrazia.
Presso quale ministero lavorava?
Ha collaborato soprattutto con il Kensetsusho. Il ministero dei lavori pubblici.
Stavamo facendo progressi. Mi resi conto che le mie bugie stavano mettendomi a disagio.
"Chiedile quello che ti interessa", pensai, "e sparisci! Ti sta portando fuori strada. La situazione si sta
facendo pericolosa."
L'ambiente del ministero dei lavori pubblici dev'essere stato un po' angusto per un
appassionato di jazz, osservai.
A volte, era davvero dura, per lui, ammise Midori, ma all'improvviso mi parve che fosse
diventata guardinga. Non aveva cambiato posizione n espressione, ma intuii che, dopo essere stata per
un momento sul punto di addentrarsi nei dettagli, aveva cambiato idea. In ogni caso, ammesso che
davvero avessi toccato un suo nervo scoperto, Midori non lasci trasparire praticamente nulla. Non
poteva immaginare che io fossi in grado di accorgermene.
Io annuii, nella speranza di riuscire rassicurante. Credo di sapere che cosa significhi sentirsi a
disagio nel proprio ambiente. Se non altro, la figlia di tuo padre non sembra avere problemi del
genere... Il palco di Alfie  l'ambiente ideale per una pianista jazz.
Continuai a percepire quella strana tensione ancora per un secondo, dopo di che Midori si
sciolse in una sommessa risata, quasi avesse deciso di tralasciare certi pensieri. Non mi era chiaro di
che cosa si trattasse, ma ci avrei riflettuto in un secondo momento.
Insomma, hai vissuto per quattro anni a New York..., dissi.  tanto. Il tuo modo di vedere le
cose sar stato molto diverso, quando sei ritornata in Giappone!?
Be', s. Chi torna a casa dopo aver vissuto all'estero non  pi la stessa persona che  partita
tanto tempo prima.
In che senso?
La prospettiva cambia. Molte cose che prima davi per scon-tate, al tuo ritorno non lo sono pi.
Ad esempio, ho notato che a New York quando un taxi taglia la strada a un altro taxi, il tassista vittima
della scorrettezza reagisce sempre urlando e facendo cos, disse Midori, riproducendo alla perfezione
il gesto del dito medio alzato, tipico dei taxisti newyorchesi. A un certo punto ho capito che ci
accade perch gli americani partono sempre dal presupposto che le azioni del loro prossimo siano
premeditate e desiderano, di conseguenza, impartirgli una lezione. In Giappone, invece, come ben sai,
la gente non si altera quasi mai, in situazioni del genere. Gli errori del prossimo, qui, vengono
tendenzialmente considerati qualcosa di imponderabi-le, come il tempo meteorologico, per cui non vale
la pena prendersela. Non ci avevo mai pensato prima di aver vissuto a New York.
Ho notato anch'io questa differenza, e devo dire che preferisco i modi giapponesi: li trovo
esemplari.
Ma tu che cosa sei? Giapponese o americano? mi domand, per poi aggiungere, in fretta:
Come prospettiva, intendo.
Temeva, evidentemente, di essere stata troppo diretta.
La guardai, pensando per un attimo a suo padre. Pensai ad altre persone con cui avevo lavorato
e a quanto sarebbe stata migliore la mia vita se non le avessi mai conosciute. Non saprei dire, risposi
io, dopo un po', distogliendo lo sguardo.
Come forse hai gi avuto modo di notare da Alfie, non sono una persona particolarmente
misericordiosa.
Dopo un breve silenzio, Midori disse: Posso farti una domanda?
Certo, risposi io, incapace di immaginare di che cosa potesse trattarsi.
Che cosa intendevi dire quando sostenevi che ti avevamo
"salvato"?
Era un modo come un altro per alimentare la conversazione, dissi. Non fece una grande
impressione: dai suoi occhi compresi immediatamente di averle dato la risposta sbagliata.
"Devi scoprirti!" pensai, senza sapere se fosse compromet-tente o, piuttosto, saggio. Sospirai.
Parlavo di cose che ho fatto, di cose che consideravo, o credevo di considerare, giuste, dissi,
tornando a parlare in inglese, lingua a me decisamente pi congeniale per affrontare questi argomenti.
Cose che, alla fine, si sono rivelate sbagliate... Ogni tanto questi pensieri mi perseguitano.
Ti perseguitano? fece lei, con l'aria di chi non capiva.
Borei no yo ni. Come fantasmi.
E la mia musica  riuscita a scacciare i tuoi fantasmi?
Annuii e sorrisi, ma il sorriso si tramut in breve in un'espressione di tristezza. S. Dovrei
ascoltarla pi spesso.
Perch? Credi che quei fantasmi torneranno?
"Cristo, John! Dacci un taglio." In realt,  un po' come se fossero sempre l. Sugita koto wa,
sugita koto da. Quel che  stato  stato.
Hai qualche rimpianto?
Tutti ne hanno, no?
Pu darsi, ma i tuoi sono come quelli degli altri?
Questo non saprei dirlo. Non mi dedico molto spesso ai pa-ragoni.
Ora, per, l'hai fatto.
Ridacchiai. Sei un osso duro, dissi, e non seppi aggiungere altro.
Midori scosse la testa. Non era mia intenzione.
Secondo me, invece, s, ma non importa: ti dona.
Che cosa ne pensi del detto "Io rimpiango soltanto le cose che non ho fatto"?
Scossi la testa.  un motto che non mi appartiene. Deve averlo inventato qualcuno che ha
trascorso molto tempo tra le mura di casa.
Compresi che non avrei scoperto altro, su di lei, su suo padre o sullo straniero, senza porle
domande che avrebbero tradito le mie reali intenzioni. Era giunto il momento di smorzare i toni.
Hai in programma altri acquisti? le domandai.
S, ma ho anche un appuntamento a Jinbocho tra meno di un'ora.
Un amico? domandai, con curiosit professionale.
Midori sorrise. Il mio manager.
Pagai il conto e uscimmo, incamminandoci verso la Aoyama-dori. La folla si era assottigliata, e
l'aria si era fatta fredda e pesante. La temperatura era calata bruscamente nelle due settimane trascorse
dall'omicidio di Kawamura. Alzai gli occhi e vidi che il cielo era uniformemente coperto.
Mi ero divertito molto di pi di quanto avrei potuto immaginare... Pi di quanto avrei voluto,
anzi. Il gelo, per, dissolse le mie fantasticherie, e ricordi e dubbi tornarono ad animarsi.
Guardai Midori pensando: "Che cosa le ho fatto? Che cosa sto facendo?"
Che cosa c'? mi domand, cogliendo l'inquietudine nel mio sguardo.
Oh, nulla. Sono solo un po' stanco.
Si volt verso destra, per poi tornare a guardarmi. Sembrava che stessi osservando qualcun
altro.
Scossi la testa. Ci siamo solo noi.
Continuammo a camminare, accompagnati dalla lieve eco dei nostri passi. Verrai di nuovo a
sentirmi suonare? mi chiese.
Mi piacerebbe. Risposta stupida, ma non ero obbligato a presentarmi.
Suoner al Blue Note venerd e sabato.
Lo so, dissi. Altra stupidaggine, che suscit il suo sorriso.
Ferm un taxi. Io le tenni aperta la portiera mentre saliva a bordo, e una fastidiosa parte di me si
domand come sarebbe stato salire sul taxi con lei. Quando il taxi ripart, Midori abbass il finestrino e
disse: Vieni da solo.
8
Il venerd successivo ricevetti un altro messaggio di Harry che mi invitava a consultare la
bacheca elettronica.
Aveva scoperto che lo straniero del metr era effettivamente un giornalista: Franklin Bulfinch,
capo della redazione di Tokyo della rivista Forbes. Bulfinch era uno dei cinque stranieri maschi che
alloggiavano nel complesso residenziale di Daikanyama in cui lo avevo visto entrare. A Harry era
bastato mettere a confronto i nomi trovati sul citofono con gli archivi dell'ufficio immigrazione, che
conserva i dati relativi a tutti gli stranieri residenti in Giappone, con tanto di et, luogo di nasci-ta,
indirizzo, lavoro, impronte digitali e fotografia. Sulla base di queste informazioni, Harry era riuscito a
escludere tutti gli altri stranieri residenti nel complesso in quanto non corrispon-denti alla descrizione
da me fornita. Aveva anche rubato e sca-ricato la foto di Bulfinch, per avere conferma che si trattasse
della persona giusta. E io confermai.
Harry mi aveva consigliato di dare un'occhiata su for-bes.com, dove avrei trovato archiviati tutti
gli articoli di Bulfinch. Andai sul sito della rivista e passai diverse ore a leggere i resoconti di Bulfinch
sulle presunte alleanze tra il governo e la yakuza; sulle minacce, la corruzione e l'intimidazione
utiliz-zate dal partito liberal-democratico al fine di esercitare un controllo sulla stampa; sul costo di
questa sistematica corruzione per il cittadino giapponese.
Gli articoli di Bulfinch, scritti in inglese, avevano scarsa influenza in Giappone, dato che i
media locali non mostravano di volerlo seguire nei suoi sforzi. Immagino che ci dovesse essere
frustrante per lui. D'altra parte, forse era proprio quella la ragione per cui non mi avevano ancora
ingaggiato per eliminarlo.
Avevo l'impressione che Kawamura fosse una delle fonti di Bulfinch all'interno del partito, il
che avrebbe spiegato la presenza del giornalista sul metr quella mattina e il suo rapido frugare nelle
tasche della vittima. Provai una certa ammirazione per la sua freddezza: la sua fonte aveva appena
avuto un attacco di cuore sotto i suoi occhi, e lui era stato capace di passare rapidamente all'azione,
all'evidente ricerca di qualcosa.
Qualcuno doveva aver scoperto il loro legame e, ritenendo troppo rischiosa l'eliminazione del
capo della redazione locale di un giornale straniero, aveva optato per l'omicidio dell'informatore.
L'operazione, per, doveva sembrare un incidente, per non portare altra acqua al mulino di Bulfinch.
Per questa ragione si erano rivolti a me.
Tutto a posto, dunque. Non c'era nessun altro alle calcagna di Kawamura. Avevo sbagliato a
dubitare di Benny. Anche questa era fatta.
Guardai l'orologio. Non erano ancora le cinque. Se avessi voluto, ce l'avrei fatta tranquillamente
ad arrivare al Blue Note entro le sette, per l'inizio del primo concerto.
Mi piaceva la musica di Midori, e mi piaceva anche la sua compagnia. Era una donna attraente
e - se non mi ingannavo -
era a sua volta attratta da me. Intrigante combinazione.
"Vacci!" pensai. "Sar bello. Chi pu dire che cosa succeder dopo? Potrebbe trasformarsi in
una bellissima serata. Gli ingredienti ci sono tutti. Solo per una notte..."
Stronzate. Non potevo immaginare che cosa sarebbe successo dopo il concerto, ma Midori non
era certamente una donna da storielle volanti. Proprio per questo desideravo vederla: la stessa ragione
per cui non potevo farlo.
"Che cosa ti prende?" pensai. "Tu hai bisogno di telefonare a una delle tue conoscenze. A
Keiko-chan, magari: con lei, due risate sono sempre garantite. Una cenetta in qualche ristorante italiano
di Hibiya, un po' di vino, un albergo..."
In quel momento, per, la prospettiva di trascorrere una notte con Keiko-chan aveva un che di
stranamente sgradevole e de-primente. Forse era il caso, piuttosto, di fare un po' di esercizio fisico.
Decisi di andare al Kodokan, uno dei luoghi in cui pratico judo.
Il Kodokan, o Scuola per lo studio della Via, fu fondato nel 1882 da Kano Jigoro, inventore
del judo moderno. Allievo di varie scuole di spada e di combattimento corpo a corpo, Ka-no distill un
nuovo metodo di combattimento fondato sul principio della massima efficienza nell'applicazione
dell'energia fisica e mentale. In poche parole, il judo sta al wrestling come il karat sta al pugilato. 
una disciplina che non prevede pugni n calci, bens sgambetti e prese, insieme a un arsenale di orribili
leve articolari e di letali tecniche di strangolamento che in palestra vanno impiegate con estrema
cautela. Il termine
judo, letteralmente, significa via della gentilezza o via della rinuncia. Chiss che
opinione avrebbe, Kano, su questa mia interpretazione.
Oggi, il Kodokan ha sede in un edificio a otto piani di Bun-kyo-ku, sorprendentemente moderno
e anonimo, a sudovest del parco Ueno e a pochi chilometri dal mio quartiere. Presi il me-tr per
Kasuga, la stazione pi vicina al Kodokan, e mi cambiai in uno degli spogliatoi, da dove, salendo delle
scale, raggiunsi la palestra principale, che quel giorno ospitava la squadra dell'universit di Tokyo.
Quando ebbi sgambettato il mio primo uke, costringendolo poi alla resa con una cravatta, i presenti si
misero in fila per combattere con il vecchio guerriero. Erano tutti giovani e forti, ma non potevano
competere con una vecchia volpe del tatami come me: dopo una mezz'ora di randori ininterrotto
riuscivo ancora a cavarmela senza problemi.
In un paio di occasioni, nel tornare, dopo un round, nella posizione dell'hajime, notai un kurobi
giapponese, una cintura ne-ra, che faceva stretching in un angolo della palestra. La sua cintura era
logora e pareva pi grigia che nera, a testimonianza del prolungato utilizzo. Difficile indovinare l'et di
quell'uomo.
Aveva i capelli completamente neri e non mostrava la bench minima traccia di calvizie, ma il
suo viso era solcato da quel genere di rughe che io associo, in genere, al passare del tempo e a una certa
dose di esperienza. Aveva movimenti agili e decisamente giovanili. Riusciva a restare a lungo in
spaccata apparentemente senza difficolt. Pi di una volta ebbi la netta sensazione che fosse
concentrato su di me, sebbene io non l'avessi mai visto guardare apertamente nella mia direzione.
Avevo bisogno di una pausa e chiesi scusa agli studenti universitari allineati in attesa di
misurarsi con me. Era gratificante riuscire a battere dei judoka che avevano la met dei miei anni, e
provai a immaginare per quanto tempo ancora ne sarei stato capace.
Mi piazzai accanto al tappeto e, dedicandomi a mia volta allo stretching, tenni d'occhio il tizio
dalla cintura malconcia. Si stava allenando con uno degli universitari - un ragazzo piuttosto robusto con
i capelli a spazzola - provando delle mosse de-nominate harai-goshi. Le entrate della cintura nera erano
cos irruenti che pi di una volta, al momento dell'impatto, notai sul viso del suo avversario evidenti
segni di sofferenza.
Finito l'assalto, ringrazi il ragazzo e si avvicin al punto in cui io stavo facendo i miei esercizi
di scioglimento. Dopo un inchino, disse, in un inglese dall'accento poco marcato: Le va di cimentarsi
con me in un round di randori?
Alzai gli occhi e fui colpito dal suo sguardo intenso e dalla mascella volitiva, per nulla
ammorbiditi dal sorriso. Il mio in-tuito non mi aveva ingannato: nonostante non l'avessi mai colto in
flagrante, mi aveva tenuto d'occhio. Aveva, per caso, notato quel po' di caucasico che traspare dai miei
tratti? Forse s, e aveva deciso, di conseguenza, di sottopormi alla prova del gaijin, anche se, stando alla
mia esperienza personale, quello era un gioco cui si dedicavano, in genere, judoka pi giovani di lui.
Il suo inglese - la sua pronuncia, almeno - era eccellente. E anche questo era strano. I
giapponesi pi desiderosi di misurarsi sul tatami con avversari stranieri sono quelli che in genere hanno
avuto poche occasioni di contatto con questi ultimi, e il loro inglese di solito riflette questa carenza.
Kochira koso onegai shimasu, risposi io. Con piacere. Mi aveva dato fastidio il fatto che si
fosse rivolto a me in inglese, cosicch da parte mia optai per il giapponese. Nihongo tua dekimasu
ka? Parla giapponese?
Ei, mochiron. Nihonjin desu kara, replic lui indignato.
Certo! Io sono giapponese.
Kore wa shitsure: shimashita. Watashi mo desu. Desu ga, hatsuon ga amari migoto datta no
de... Mi perdoni, anch'io sono giapponese, ma il suo accento era cos perfetto che...
Scoppi a ridere. Anche il suo accento  perfetto, e imma-gino che il suo judo non sia da
meno. Continuando a parlarmi in inglese, per, svel la poca sincerit del suo complimento.
Ero infastidito, e all'erta. Sono perfettamente bilingue, e farmi i complimenti per come parlo il
giapponese o l'inglese  di per s un'offesa. Inoltre, non capivo come potesse essere cos sicuro del fatto
che io sapessi l'inglese.
Trovammo un angolo libero sul tatami e, dopo l'inchino ritu-ale, cominciammo a muoverci in
cerchio, entrambi alla ricerca della presa pi favorevole. Quell'uomo era estremamente rilas-sato e
leggero sulle gambe. Io fintai un deashi-barai, uno sgambetto di piede, per poi tentare, invece, un
osoto-gari, ma lui oppose alla mia finta uno sgambetto vero con cui mi gett al tappeto.
Cristo, che rapidit! Mi rialzai in piedi e ci rimettemmo in posizione, girando di nuovo in
cerchio, ma nel senso opposto.
Gli vibravano lievemente le narici per via della respirazione, ma quello era l'unico segno
visibile del fatto che si trovava sotto sforzo.
Gli avevo afferrato saldamente la manica destra con la mia mano sinistra, attorcigliando a fondo
il tessuto intorno alle mie dita. Condizioni ideali per un ippon seoinage. Troppo prevedibile, per.
Scelsi allora di tentare un sasae-tsurikomi-goshi, slanciandomi con vigore e ruotando sotto la sua presa,
per poi irrigidirmi in vista dell'atterramento. Il mio avversario, per, riusc ad anticiparmi, divincolando
i fianchi prima che io potessi chiudere il varco e bloccandomi ogni via di fuga con la gamba destra.
Persi l'equilibrio e lui mi colp duro con un tai-otoshi, spingendomi di spalla con forza contro la sua
gamba te-sa e gettandomi, cos, a terra.
Mi atterr altre due volte nei successivi cinque minuti. Mi sembrava di combattere contro
l'acqua.
Mi stavo stancando. Quando fummo di fronte, gli dissi: Ja-a, tsugi o saigo ni shimasho ka?
Un ultimo round, e poi basta.
D'accordo?
Ei, so shimasho, rispose lui, saltellando in punta di piedi.
D'accordo.
"Okay, brutto stronzo", pensai. "Ho una sorpresina per te.
Voglio proprio vedere se ti piace."
Lo juji-gatame, che significa presa a croce,  una leva al braccio che prende il nome dalla
figura che appare al momento della sua esecuzione. Nella versione classica, l'attaccante e il suo
avversario finiscono a terra di schiena in posizione recipro-camente perpendicolare, a formare appunto
una croce. Una variante di questa mossa  lo juji-gatame volante, con il quale l'attaccante cerca di
mettere in atto la presa in posizione eretta.
Poich richiede una concentrazione assoluta e fallisce una volta su due, questa mossa viene
tentata molto di rado, e non  particolarmente nota.
Se quel tizio non la conosceva, avrebbe ben presto avuto una lezione introduttiva.
Girai in tondo con l'aria di chi gioca in difesa, respirando affannosamente, per sembrare pi
stanco di quanto in realt non fossi. Per tre volte mi liberai dei suoi tentativi di afferrarmi, continuando
a girargli intorno come fossi restio a combattere.
Alla fine, frustrato, il mio avversario abbocc all'amo, affon-dando un po' troppo il braccio
sinistro nel tentativo di prendermi per il risvolto destro del mio judogi. Non appena lo ebbe afferrato,
gli abbrancai il braccio e slanciai la testa all'indietro, sollevando al contempo le gambe come fossi un
tuffatore impegnato in una capriola vincente. La mia testa atterr tra i suoi piedi, e il mio peso lo
costrinse a chinarsi in avanti, con il mio piede destro sotto la sua ascella sinistra, a pregiudicare il suo
equilibrio. Per una frazione di secondo, prima che lui volasse sopra di me, vidi dipinta sul suo volto
un'espressione di assoluta sorpresa. Una volta atterrati, si ritrov con il braccio intrap-polato, e io che
esercitavo una pressione innaturale sul suo gomito.
Diede un paio di sgropponi per tentare di liberarsi dalla mia presa, ma non poteva far nulla. Il
suo braccio era teso al limite della resistenza. Aumentai la pressione in misura quasi impercettibile, ma
lui rifiut di arrendersi. Altri due millimetri e il gomito si sarebbe slogato. Altri quattro e si sarebbe
rotto.
Maita ka, dissi, chinandomi per guardarlo in faccia.
Arrenditi. Aveva la faccia stravolta dal dolore, ma ignor la mia intimazione.
 da idioti cercare di reagire a una solida presa del braccio.
Persino alle olimpiadi gli judoka si arrendono, piuttosto che subire una frattura. Le cose si
mettevano male.
Maita ka, ripetei, in tono pi aspro, ma il mio avversario continuava a dibattersi.
Trascorsero cos altri cinque secondi. Non avrei mollato, se non si fosse arreso, ma non volevo
rompergli il braccio. Mi domandai quanto a lungo saremmo potuti andare avanti in quel modo.
Alla fine, si decise a battere con la mano libera sulla mia gamba, in segno di resa. Abbandonai
immediatamente la presa e mi allontanai da lui, che rotolando assunse la classica posizione
inginocchiata chiamata seiza, la schiena eretta e il braccio sinistro rigidamente proteso. Si massaggi il
gomito per un po', scrutandomi.
Subarashikatta, disse. Eccellente. Mi piacerebbe chiedere la rivincita, ma per oggi non credo
che il mio braccio mi consentirebbe di cimentarmi.
Avrebbe dovuto arrendersi subito, dissi. Non ha senso divincolarsi con il braccio bloccato in
una presa del genere.
Meglio sopravvivere e aspettare il giorno della rivincita.
Chin il capo, a mo' di ammissione. Colpa del mio stupido orgoglio, temo.
Neanche a me piace arrendermi, ma lei aveva vinto i primi quattro assalti. Scambierei
volentieri il mio punteggio con il suo. Lui continuava a parlare in inglese, io a rispondergli in
giapponese.
Adottai anch'io la seiza, ed entrambi ci inchinammo. Quando ci fummo rialzati in piedi, mi
disse: Grazie per la lezione.
Non avevo mai visto un'esecuzione riuscita di questa variante dello juji-gatame nell'ambito di
un randori. La prossima volta, comunque, sapr calcolare meglio il limite a cui lei  disposto ad
arrivare pur di ottenere una resa.
Non c'era bisogno che me lo dicesse. Dove si allena? gli domandai. Non l'ho mai vista, qui.
Mi alleno in una palestra privata, disse. Qualche volta, magari, potrebbe venire anche lei.
Siamo sempre in cerca di judoka dello shibumi. Lo shibumi  un concetto estetico giapponese.  una
sorta di sottile potere, un'autorit esercitata senza sforzo. Nel pi ristretto senso intellettuale, potrebbe
essere tra-dotto con saggezza.
Non sono sicuro di corrispondere a questa definizione.
Dov' la sua palestra?
A Tokyo, rispose lui. Dubito, per, che lei possa conoscerla. La mia... palestra solo
eccezionalmente  aperta agli stranieri. Cerc subito di rimediare. Anche se lei, ovviamente, 
giapponese.
Forse sarebbe stato meglio lasciar perdere. S, ma lei si  rivolto a me in inglese.
Attese un attimo prima di rispondere. I suoi tratti sono fon-damentalmente giapponesi, se cos
posso dire. Mi  parso, pe-r, di individuare un che di caucasico e non ho saputo resistere alla curiosit.
Di solito sono piuttosto sensibile a questo genere di cose. Se mi fossi sbagliato, lei semplicemente non
mi avrebbe capito, e sarebbe finita l.
"Una ricognizione con il fuoco", pensai. Si spara nel folto di una foresta, e se qualcuno risponde
al fuoco si sar scoperta la presenza di nemici. Ci prova gusto? domandai, controllando
consciamente il mio senso di fastidio.
Per un attimo mi parve a disagio, dopo di che disse: Posso parlare francamente?
Intende dire che finora non lo ha fatto?
Sorrise. Lei  giapponese, ma anche americano, vero?
La mia espressione si fece prudentemente neutra.
Comunque sia, io penso che lei mi capisca. So che gli americani apprezzano la franchezza. 
una delle loro caratteristiche pi sgradevoli; doppiamente sgradevole, anzi, perch hanno l'abitudine di
compiacersene di continuo. Ebbene, questa sgradevole franchezza sta contagiando anche me! Si rende
conto di quale minaccia rappresenti l'America per il Giappone?
Lo squadrai per cercare di capire se avevo a che fare con un fanatico dell'ultradestra. Capita, a
volte, di incontrarne: affermano di odiare l'America, ma non possono fare a meno di su-birne il fascino.
Le sembra che gli americani stiano... provo-cando troppe conversazioni franche? domandai.
So di suscitare la sua ironia, ma in un certo senso  proprio cos: gli americani sono missionari,
come i cristiani approdati cinque secoli fa a Kyushu per convertirci. Solo che ora gli americani non
cercano di diffondere il cristianesimo, bens il modello di vita americano, che  la religione secolare
ufficiale dell'America. La franchezza non  che un aspetto, relativamente banale, di tutto ci.
Perch non divertirsi un po'? Le pare di essere stato conver-tito?
Certo. Gli americani credono in due cose: innanzitutto, contro la quotidiana esperienza e il
senso comune, ritengono che gli uomini nascano tutti uguali; in secondo luogo, si affidano
completamente al mercato per governare la societ. L'America ha sempre avuto bisogno di simili idee
trascendentali per tenere uniti i suoi cittadini, provenienti dalle culture pi diverse. Oltre a ci, gli
americani sono spinti a dimostrare l'universalit di queste idee e la loro validit, convertendo in modo
aggressivo le altre culture alla loro. In un contesto religioso, questo comportamento verrebbe
immediatamente qualificato come "mis-sionario", nelle sue origini e nei suoi effetti.
 una teoria interessante, concessi. Ma questo modo aggressivo di porsi nei confronti delle
altre culture non  un'in-venzione o un monopolio degli Stati Uniti. Come spiega la storia del
colonialismo giapponese in Corea e in Cina? Erano forse tentativi di salvare l'Asia dalla tirannia delle
forze economi-che occidentali?
Sorrise. Lei insiste con l'ironia, ma la sua spiegazione non  tanto lontana dal vero: sono state
le forze del mercato - la concorrenza - a indurre il Giappone a lanciare le sue campagne di conquista
imperiali. Le nazioni occidentali avevano gi ottenuto le loro concessioni in Cina: l'America aveva
istituzionalizza-to il saccheggio dell'Asia con la politica della "porta aperta".
Che cosa potevamo fare, se non accaparrarci a nostra volta qualche concessione? Dovevamo
forse lasciare che gli occidentali ci accerchiassero e si impadronissero delle nostre fonti di materie
prime?
Mi dica la verit, ribattei io, affascinato mio malgrado.
Lo crede davvero? Crede davvero che i giapponesi non volessero la guerra e che le
responsabilit siano tutte da attribuire all'Occidente? No, perch ci sarebbero anche le prime campagne
lanciate dal Giappone contro la Corea sotto Hedeyoshi, pi di quattrocento anni fa. In che modo gli
occidentali avrebbero causato quella guerra?
Mi guard negli occhi e si sporse in avanti, i pollici intrec-ciati nell'obi e il peso del corpo retto
dalle punte dei piedi. Lei non coglie il senso pi generale delle mie osservazioni. Le guerre di
conquista condotte dal Giappone nella prima met del XX secolo sono state una reazione
all'aggressione degli occidentali. In altri tempi, le cause possono anche essere state diverse: le pi
elementari, magari, come la brama di potere e l'in-clinazione al saccheggio. La guerra fa parte della
natura umana. Noi, per, non abbiamo mai combattuto - e di certo non abbiamo mai costruito armi per
la distruzione di massa - per convincere il mondo della giustezza di un'idea. Ci sono voluti l'America e
il comunismo, suo gemello bastardo, per arrivare a tanto.
Si avvicin ulteriormente. Al mondo la guerra c' sempre stata e ci sar sempre. Che dire,
per, di una crociata intellettuale, combattuta su scala globale e sostenuta dalle moderne eco-nomie
industriali, con la minaccia incombente di un auto da f nucleare per i miscredenti? Nessuno, a parte
l'America, l'ha mai promossa.
Ecco confermata la teoria del fanatico dell'ultradestra. Ap-prezzo la sua franchezza, dissi, con
un lieve inchino. Ii ben-kyo ni narimashita.  stato molto istruttivo.
Ricambi il mio inchino e cominci ad arretrare. Kochira koso. Anche per me. Sorrise,
ancora una volta con un certo imbarazzo apparente. Forse, ci rivedremo.
Lo guardai andar via. Dopo di che mi avvicinai a un vecchio frequentatore della palestra, un
certo Yamaishi, e gli domandai se avesse mai visto prima quell'uomo che era appena sceso dal fatami.
Shiranai, disse, scrollando le spalle. Amari Shiranai kao da. Da Kedo, sugoku tsuyoku na. Randori,
mita yo. Non lo conosco, per  molto forte. Ho assistito al vostro combattimento.
Volevo rilassarmi, prima di fare la doccia, e raggiunsi un do-jo deserto al quinto piano.
Entrando, lasciai spente le luci al neon. Quella stanza era molto pi bella quando era illuminata dalle
sole luci del parco di divertimenti Korakuen, che scintillava e rumoreggiava l accanto. Mi inchinai
davanti all'immagine di Kano Jigoro, appesa alla parete pi lontana, e raggiunsi il centro della stanza
con degli ukemi ripetuti. L, in piedi nella semioscurit, guardai in direzione del Korakuen. Udivo a
malapena lo sferragliare delle montagne russe, quando il convoglio raggiungeva il culmine delle salite,
seguito da un breve silenzio e, poi, dal sibilo vertiginoso della caduta in picchiata accompagnato dalle
urla e dalle risate isteriche dei passeggeri, trasportate lontano dal vento.
Feci alcuni esercizi di stretching, con lo judogi bagnato che mi si appiccicava alla pelle. Mi
sono iscritto al Kodokan perch  il posto migliore per studiare lo judo, ma - com' avvenuto a
Sengoku, il mio quartiere - con il passare del tempo ha assunto per me un'importanza particolare. Ho
visto scene indimentica-bili, tra quelle mura: un vecchio rugoso che praticava ogni giorno quell'arte da
pi di mezzo secolo pazientemente impegnato a mostrare a un bambino, perso nel suo smisurato gi, che
nel sankakujime la gamba che aggancia dev'essere leggermente di lato, e non dietro, rispetto
all'avversario; un giovane sandan, terzo dan di cintura nera, che quattro anni prima aveva lasciato l'Iran,
suo paese d'origine, per praticare lo judo al Kodokan e non aveva quasi lasciato passare giorno senza
allenarsi, affi-nando il suo osoto-gari con ripetizioni cos scrupolose e potenti da giungere ad
assomigliare, nei suoi movimenti, a un'impetuo-sa forza della natura - al movimento della marea - o a
un balle-rino divenuto pura danza; un ragazzo in et da universit che piangeva in silenzio dopo aver
subito uno strangolamento in un combattimento, mentre la folla acclamava il suo vittorioso avversario
senza curarsi del suo dignitoso pianto.
Le montagne russe continuavano a sferragliare, mentre l'ultimo sprazzo di luce veniva
inghiottito dal cielo. Erano le sette passate: troppo tardi per andare al Blue Note. Pazienza.
9
L'indomani, non avendo programmi particolari, decisi di passare da un bel negozio di libri
antichi a Jinbocho, una zona della citt nota per le sue schiere di librerie strapiene di volumi, alcune
specializzate nelle culture orientali, altre in quelle occidentali. Alcuni giorni prima, il proprietario del
negozio mi aveva avvertito tramite teledrin che era riuscito a recuperare e mi aveva messo da parte un
antico tomo sullo shimewaza - lo strangolamento - che cercavo da molto tempo, per aggiungerlo alla
mia modesta biblioteca sul bugei, l'insieme delle arti marziali.
Presi la linea Mita alla stazione di Sengoku. A volte uso il metr; altre volte prendo il treno
delle ferrovie giapponesi da Sugamo.  sempre meglio cercare di essere imprevedibili. Quel giorno,
fuori dalla stazione, c'era un sacerdote shintoista che raccoglieva elemosine. Da un po' di tempo quei
tipi sembravano essere ovunque, non pi solo davanti al parlamento. Presi il metr in direzione di
Onarimon e scesi a Jinbocho. Avevo in mente di lasciare la stazione attraverso l'uscita pi vicina alla
libreria Isseido, ma, distratto dal pensiero di Midori e di Kawamura, finii per prendere il corridoio
sbagliato. Girato un angolo, mi ritrovai di fronte a un'indicazione per la linea Hanzo-man e, resomi
conto dell'errore, girai i tacchi e tornai sui miei passi.
Un giapponese cicciottello procedeva svelto nella mia direzione a una decina di metri di
distanza. Incrociai il suo sguardo, ma lui mi ignor, continuando a guardare diritto davanti a s.
Indossava un gessato e una camicia a righine: doveva aver sentito dire, da qualche parte, che le righe
verticali slanciano.
Guardai in basso e capii perch non lo avevo sentito avvicinarsi: portava scarpe di pessima
qualit dalle suole di gomma.
La sua borsa nera da diplomatico aveva per l'aria molto costo-sa: un modello con chiusura a
riporto, forse una vecchia Swain Adley. Un uomo d'affari che conosce diplomatici di alto rango
convinto che nessuno debba far caso alle sue scarpe? Mah... la zona non era esattamente quella degli
affari: a Kasumigaseki o ad Akasaka quell'uomo sarebbe apparso meno improbabile.
D'altra parte, un bel paio di scarpe comode si fa sempre ap-prezzare in caso di lunghe
camminate... posto, ad esempio, che il probabile itinerario comprenda il pedinamento di qualcuno.
A parte la borsa, il diplomatico aveva le mani libere, ma al momento di incrociarlo mi irrigidii.
C'era qualcosa, in quell'uomo, che mi infastidiva. Non appena mi fu alle spalle, rallentai leggermente e
mi voltai per prendere nota del suo mo-do di camminare.  facile truccarsi la faccia fino a diventare
irriconoscibili, e i vestiti si possono cambiare in un minuto, ma pochissimi riescono a modificare il
proprio modo di camminare:  uno degli aspetti a cui faccio pi caso. Osservai il passo breve di
quell'uomo - accompagnato da un'esagerata e preten-ziosa oscillazione del braccio libero e da una
laterale, pi lieve, del capo - finch non fu scomparso dietro l'angolo.
Tornai indietro dall'altra parte, guardandomi le spalle prima di uscire dalla stazione. Forse mi
ero sbagliato, ma intanto avevo memorizzato quel volto e quell'andatura e sarei stato in campana, nel
caso lo avessi rivisto.
I Principi dello strangolamento erano in ottime condizioni, come preannunciato dal libraio, e
costavano una cifra propor-zionale al loro stato di conservazione. Sapevo, per, che avrei tratto
altrettanto piacere dalla lettura di quel volumetto. Bench non vedessi l'ora di andarmene, attesi con
pazienza che il negoziante impacchettasse il libro con estrema cura e una sorta di cerimonia fatta di
pesante carta da pacchi marrone e spago. Sapeva che non era un regalo, ma quello era il suo modo di
mostrare soddisfazione per l'affare, e sarebbe stato scortese, da parte mia, mettergli fretta. Terminata
l'operazione, mi porse il pacchetto con entrambe le braccia protese e un profondo inchino, e io lo
accolsi pi o meno nella stessa posizione, ripetendo l'inchino al momento di uscire dal negozio.
Tornai a prendere la linea Mita del metr. Se davvero fossi stato convinto di avere qualcuno alle
calcagna, avrei preso un taxi, ma ero curioso di vedere se avrei incontrato di nuovo il diplomatico.
Aspettai sulla banchina l'arrivo e la partenza di due treni. Un eventuale pedinatore sarebbe stato
costretto ad attendere con me, con un comportamento assolutamente incon-gruo che l'avrebbe tradito
all'istante. La banchina, per, era deserta, e il diplomatico era scomparso. Forse, mi ero sbagliato.
Ripensai a Midori. Era la sua seconda serata al Blue Note, e il concerto sarebbe cominciato di l
a un'ora. Provai a immaginare che cosa avrebbe pensato non vedendomi comparire neanche quella sera.
Era anche lei un essere umano: avrebbe forse concluso che non provavo interesse per lei, che forse si
era spinta troppo in l con il suo invito. Difficilmente ci saremmo rivisti, e se anche ci fossimo
incontrati per caso, al lieve imbarazzo iniziale sarebbe comunque subentrata la cortesia, come tra due
conoscenti il cui rapporto non sia riuscito a decollare: nulla di particolarmente straordinario, insomma.
Midori, al massimo, avrebbe potuto chiedere di me a Marna, ma l'unica cosa che Marna sa di me  che
ogni tanto mi faccio vedere da Alfie senza preavviso.
Mi domandai come sarebbe stato, per, nel caso di un incontro in altre circostanze. "Poteva
diventare una bella amicizia", pensai.
Scoppiai quasi a ridere per l'assurdit di quel pensiero. Sapevo bene, infatti, che nella mia vita
non c'era posto per amicizie del genere.
Di nuovo le parole di Crazy Jake: Non potremo mai pi sentirci a casa, John, dopo quello che
abbiamo fatto.
Era il consiglio pi sensato che avessi mai ricevuto. "Dimen-ticati di lei", pensai. "Non puoi
fare altrimenti."
Il teledrin si mise a ronzare. Trovai un telefono pubblico e richiamai il numero di chi mi
cercava.
Era Benny. Dopo il solito scambio di convenevoli, mi disse:
C' un altro lavoro per te, se sei disponibile.
Perch mi hai contattato in questo modo? gli domandai, alludendo al fatto che di solito
comunicavamo via BBS.
 un lavoro urgente. Sei interessato?
Non mi pare di essere uno che rifiuta i lavori.
Dovrai derogare a una delle tue tre regole, questa volta. Se accetti,  previsto un bonus.
Sono tutt'orecchi.
Si tratta di una donna. Una musicista jazz.
Prolungato silenzio.
Ci sei ancora? mi domand.
S, ti ascolto.
Se vuoi i particolari, sai dove trovarli.
Come si chiama?
Meglio non rischiare per telefono.
Altro silenzio.
Benny si schiar la voce. Okay. Lo stesso nome di un lavoro recente. Sono due questioni
collegate. Ha qualche importanza?
Non esattamente.
Allora, accetti?
Credo di no.
C' un bonus interessante, se accetti.
In che senso "interessante"?
Sai dove trovare i particolari.
Dar un'occhiata.
Mi serve una risposta entro quarantotto ore, okay?  una questione che va assolutamente
risolta.
 sempre cos... borbottai, prima di riagganciare.
Rimasi l per qualche istante a guardare il frenetico viavai delle persone in stazione.
Che stronzo, Benny, a dirmi che la questione andava assolutamente risolta, come a significare
che se non avessi accettato se ne sarebbe occupato qualcun altro.
Perch Midori doveva essere eliminata? Un legame con Bulfinch, il giornalista. Lui l'aveva
seguita, come avevo avuto mo-do di vedere dopo il concerto da Alfie, insieme al telefonista. Il
mandante di quest'ultimo, evidentemente, era convinto che Midori fosse venuta a conoscenza di
qualcosa di pericoloso, o forse che il padre, morendo, le avesse lasciato qualcosa a cui Bulfinch stava
dando la caccia. Qualcosa con cui era meglio non correre rischi.
"Puoi accettare", pensai. "Se non lo fai tu, ci penser qualcun altro. Se non altro, tu lo faresti
come si deve, rapidamente. Lei non se ne accorgerebbe neanche."
Parole, solo parole. Mi sarebbe piaciuto riuscire a convin-cermene davvero, ma non ne fui
capace. Quel che sentivo con sicurezza, invece, era che il suo mondo e il mio non sarebbero mai dovuti
entrare in collisione.
Arriv un treno della linea Mita con destinazione Otemachi, dove si cambia per Omotesando, la
zona del Blue Note. " un segno, un presagio...", pensai, e salii a bordo.
10
Nell'ambiente in cui mi muovo, se si vuole sopravvivere co-me ho fatto io,  essenziale pensare
come i propri avversari.
L'ho imparato dalle bande che mi inseguivano quando ero piccolo e ho ripassato la lezione con
il SOG in Cambogia. Bisogna domandarsi: se io fossi al posto dei miei nemici, come mi muoverei?
Il punto fondamentale  la capacit di previsione spazio-temporale: bisogna sapere dove sar
una data persona in un da-to momento. Lo si impara con i pedinamenti, analizzando i percorsi seguiti
dai propri obiettivi per raggiungere il lavoro e gli orari dei loro spostamenti, finch non si individua un
certo ordine, e identificando le strozzature da cui  probabile che la vittima predestinata finisca per
passare sempre, o quasi, a una determinata ora. Si sceglie, poi, il punto di maggiore vulnerabilit e ci si
prepara a tendere l'agguato.
In questi casi, non bisognerebbe mai dimenticare che lo stesso ragionamento viene fatto dalla
controparte. La capacit di farlo, quantomeno,  ci che distingue un obiettivo difficile da uno facile.
Lo stesso principio vale per la prevenzione del crimine. Se si vuole recuperare un po' di contanti
alla svelta, dove ci si apposta? Nei pressi di un bancomat, probabilmente, e a tarda sera.
Occorre, poi, cercare il posto giusto, dove il traffico pedonale sia abbastanza sostenuto da non
costringere a un'attesa troppo lunga, ma non tanto affollato da impedire di passare all'azione una volta
individuata la vittima. Si sceglie una postazione poco illuminata e abbastanza lontana dallo sportello
prescelto per non farsi notare dal proprio obiettivo, ma abbastanza vicina da poter intervenire al
momento in cui l'operazione al bancomat viene completata. Se si pensa in questo modo si sapr
esattamente dove guardare alla ricerca di malintenzionati, dove si  pi scoperti e vulnerabili e dove si
richiede una particolare circospezione.
Con Midori, per, non era necessaria una speciale sorveglianza. I suoi programmi erano di
dominio pubblico, ed era stata proprio questa, presumibilmente, la strada che aveva condotto Bulfinch
da Alfie. Allo stesso modo, anche gli uomini di Benny l'avrebbero potuta rintracciare facilmente.
Da Otemachi presi la linea del metr per Chiyoda e sette fermate pi avanti, a Omotesando,
scesi. Tornato in superficie, camminai per un breve tratto fino allo Yahoo Caf, un locale dotato di
postazioni per il collegamento a Internet. Entrai, pagai il dovuto e mi collegai alla Rete da uno dei
terminali disponibili. Grazie alla linea T1 del locale mi ci vollero pochi secondi per accedere al file
speditomi da Benny, che comprendeva alcune foto pubblicitarie passate allo scanner, l'indirizzo privato
di Midori, un programma dei suoi concerti (incluso lo spettacolo previsto per quella sera al Blue Note)
ed elementi in codice secondo cui la morte doveva apparire naturale. Mi veniva offerto, in yen,
l'equivalente di 150.000 dollari, con un consi-stente aumento rispetto alle tariffe abituali.
Il riferimento al concerto di quella sera al Blue Note, il cui inizio era fissato per le 19, suonava
come un presagio: indicavano, presumibilmente, l'ora e il luogo dell'azione. Se occorreva eliminarla al
pi presto, l'occasione offerta da quella serata era troppo ghiotta per farsela sfuggire. D'altra parte,
Benny mi aveva dato quarantotto ore di tempo per presentarmi da lui, il che significava che - fino allo
scadere di quel termine, almeno -
Midori era al sicuro.
Tuttavia, nonostante lei disponesse di quel margine, non vedevo come si potesse trasformarlo in
una ragionevole speranza di vita. Potevo avvertirla che qualcuno aveva messo una taglia su di lei?
Avrei potuto provare, ma era anche possibile che lei non mi credesse. E quand'anche mi avesse creduto,
che cosa avrei potuto fare, a quel punto? Insegnarle ad affinare i suoi accorgimenti in materia di
sicurezza personale? Convincerla dei pregi di un'anonima vita nell'ombra?
Ridicolo. C'era una sola cosa che potessi fare: utilizzare le quarantotto ore che avevo a
disposizione per cercare di capire come mai Benny e compagnia avessero deciso che Midori
rap-presentava un pericolo ed eliminare le ragioni che giustificava-no tale decisione.
Avrei potuto percorrere a piedi la strada - un chilometro circa - fino al Blue Note, ma decisi, per
prima cosa, di passarci davanti in macchina. Presi un taxi e dissi al tassista di condur-mi lungo la
Koto-dori e di svoltare poi a sinistra verso il Blue Note. Contavo sul fatto che il traffico avrebbe
rallentato il mio passaggio, consentendomi di dare una rapida occhiata alla ricerca di qualche luogo in
cui aspettare nel caso fosse stato necessario organizzare un pedinamento.
Il traffico, come avevo sperato, era molto intenso, e passando davanti al locale ebbi
l'opportunit di osservare con comodo la zona. Il Blue Note, per,  un posto tutt'altro che ideale per
chi voglia attendere nei paraggi senza farsi notare, circondato com' da negozi che a quell'ora erano
chiusi. Il ristorante Caff Idee, sul lato opposto della strada, con la sua terrazza all'aperto, mi avrebbe
garantito un'ottima visuale, ma l'Idee  dotato di una lunga e stretta scala esterna che rallenta l'accesso
rendendo quel locale inutilizzabile per i miei scopi.
D'altra parte, non sarebbe stato necessario gironzolare nei paraggi troppo a lungo. Gli spettacoli,
al Blue Note, non finiscono mai con pi di cinque minuti di ritardo. Il secondo spettacolo non era
ancora cominciato, cosicch se qualcuno avesse avuto in mente di far visita a Midori dopo il concerto
di quella sera, di certo non era ancora arrivato.
O forse era gi all'interno del locale, mischiato agli spettatori plaudenti.
Dissi al tassista di fermarsi prima della Omotesandodori e scesi per poi ripercorrere a ritroso, a
piedi, i quattro isolati fino al Blue Note. Prestai attenzione per individuare i luoghi di ap-postamento
pi probabili, ma il campo sembrava sgombro.
C'era gi una lunga coda in attesa di entrare per il secondo spettacolo. Mi avvicinai al
botteghino, dove mi dissero che i posti per il concerto erano gi esauriti e che non potevo entrare, a
meno che non avessi prenotato.
Che stupido! Non ci avevo pensato. Doveva averci pensato Midori, per, se davvero teneva alla
mia presenza. Sono un amico di Kawamura Midori, dissi, Mi chiamo Fujiwara Junichi...
Certo, rispose l'impiegata allo sportello. Kawamura-san ha lasciato detto che, forse, lei
sarebbe venuto. Attenda un attimo, per cortesia... Il secondo spettacolo comincer tra circa un quarto
d'ora, e vorremmo darle un buon posto.
Annuii e mi misi in disparte. Come previsto, cinque minuti pi tardi gli spettatori del primo
concerto cominciarono a sfol-lare e, non appena il locale si fu svuotato, fui condotto all'interno per
un'ampia e ripida scala e accompagnato a un tavolo situato esattamente di fronte al palco ancora
deserto.
 impossibile confondere il Blue Note con Alfie. Innanzitutto, il Blue Note ha volte alte che
comunicano un senso di apertura opposto all'atmosfera di intimit - quasi da cantina - che si respira da
Alfie. Inoltre, l'ambiente del Blue Note  pi lussuoso: moquette di pregio; pareti rivestite di un legno
dall'aspetto assai costoso; persino computer a schermo piatto, nel foyer, per i maniaci che hanno
bisogno di controllare la propria posta elettronica tra uno spettacolo e l'altro. Infine, diversi sono anche
i frequentatori: da un lato, perch da Alfie non potr mai starci un pubblico numeroso; dall'altro, perch
da Alfie si va solo per ascoltare la musica, mentre al Blue Note si va anche per farsi vedere.
Mi guardai intorno mentre il pubblico del secondo spettacolo affluiva in sala, ma non vidi nulla
di allarmante.
"Volendo fare del male a Midori, e potendo scegliere il posto in sala, dove mi sarei
accomodato? Vicino a uno degli ingressi, per poter usufruire di una via di fuga, in caso di necessit, e
per poter tenere d'occhio l'intera platea, invece di averla alle spalle e di esserne tenuto d'occhio."
Mi voltai e diedi un'occhiata in giro, come se stessi cercando un conoscente. Seduto in fondo
alla sala, sulla sinistra, vicino a un'uscita, c'era un giapponese sui quarantacinque anni. Le persone che
aveva intorno erano tutte intente a chiacchierare tra loro. Quell'uomo, dunque, era chiaramente da solo.
Indossava un completo stropicciato, blu o grigio scuro, che gli cadeva addosso come un retropensiero.
Aveva un'aria distratta: un po'
troppo distratta per i miei gusti. Il pubblico era composto da appassionati, seduti a gruppi di due
o tre, che aspettavano ansiosi l'inizio del concerto. Il Distratto pareva intento a mimetiz-zarsi il pi
possibile, e io lo classificai come un probabile intru-so.
Mi voltai dall'altra parte. I posti in fondo, sulla destra, erano occupati da tre donne che avevano
l'aria di impiegate in serata di svago. Da quella parte, dunque, nessun problema.
Il Distratto era nella condizione di tenermi d'occhio per tutta la performance, e io dovevo
cercare di non dare l'impressione di essere solo. Mi rivolsi, quindi, alle persone che mi stavano accanto,
dicendo loro che ero amico di Midori e che mi trovavo l dietro suo invito; queste cominciarono a farmi
domande, e nel giro di qualche minuto ci ritrovammo a chiacchierare come vecchi amici.
Quando arriv la cameriera, ordinai un Cragganmore invecchiato dodici anni, e la gente che
avevo intorno scelse di fare altrettanto. Essendo amico di Kawamura Midori, qualunque cosa avessi
ordinato doveva essere la cosa giusta. I miei vicini, probabilmente, non sapevano neppure se si trattasse
di scotch, di vodka o di una nuova marca di birra.
Quando Midori e i suoi due colleghi comparvero su un lato del locale, diretti verso il palco, il
pubblico cominci ad ap-plaudire.
Midori prese posto al pianoforte. Indossava dei jeans sbiaditi e una camicia di velluto nero
piuttosto lunga e aderente, al cui confronto la sua pelle risultava di un candore sfolgorante.
Quando chin la testa e pos le dita sulla tastiera, la platea tacque, in ansiosa attesa. Rest l
immobile, in silenzio, per un lungo istante, fissando il suo strumento, dopo di che cominci.
Part lentamente, con una superba interpretazione di Brilliant Corners di Thelonius Monk, ma in
generale suon con molto pi vigore di quanto aveva fatto da Alfie, con maggiore abban-dono, e le sue
note lottavano con quelle del contrabbassista e del batterista, armonizzandosi con esse proprio in virt
di questo contrasto. I riff erano rabbiosi, e lei li protraeva pi a lungo del solito, ma quando riprendeva
il tema, le note suonavano pi dolci, pur lasciando trasparire, sotto la superficie, un senso di
disperazione.
Il concerto dur un'ora e mezza, alternando momenti di fo-sche melodie, di elegiaca tristezza e
di vertiginosa ed esuberan-te allegria. Midori lo concluse con un riff folle ed entusiasman-te e, quando
la musica tacque, la platea scoppi in un applauso sfrenato. Midori si alz in piedi per ringraziare,
chinando leggermente la testa. Il batterista e il contrabbassista ridevano, a-sciugandosi il viso dal
sudore con dei fazzoletti, e l'applauso prosegu a lungo. Con il sentimento infuso nella sua musica,
Midori aveva condotto il pubblico nel luogo dove lei stessa era stata trasportata, e gli applausi erano
pieni di sincera gratitudi-ne. Quando, infine, anche gli applausi si attenuarono, Midori e il suo gruppo
lasciarono il palco, e anche gli spettatori cominciarono ad alzarsi e a muoversi.
Pochi minuti dopo, Midori ricomparve e si fece largo tra la folla per raggiungermi. Aveva il
viso ancora accaldato per la performance. Mi era sembrato di averti visto, disse, dandomi un lieve
colpetto con una spalla. Grazie per essere venuto.
Sono io che devo ringraziare te per avermi invitato. Al botteghino mi stavano aspettando.
Midori sorrise. Se non li avessi avvertiti, non saresti riuscito a entrare, e dalla strada sarebbe
stato difficile ascoltare il concerto.
S, l'acustica, da qui,  sicuramente migliore, confermai, voltandomi come per ammirare la
magnificenza del Blue Note e cercando, in realt, il Distratto.
Ti va di mangiare qualcosa? mi domand Midori. Io sto andando con gli altri a prendere
qualcosa.
Esitai. Non avrei avuto la possibilit di acquisire informazioni, con altra gente intorno, e non
ero certo ansioso di allar-gare la cerchia sempre ristretta delle mie conoscenze.
 una serata importante, per te, dissi. Il primo concerto al Blue Note. Vorrai godertela in
pace, o no?
Nient'affatto, disse, dandomi un altro colpetto di spalla.
Mi farebbe molto piacere se venissi anche tu. Non ti va di conoscere gli altri elementi del trio?
Sono stati grandiosi, stasera.
Non credi?
Puoi ben dirlo. Il pubblico era entusiasta.
Pensavamo di andare al Living Bar. Lo conosci?
"Ottima scelta", pensai. Il Living Bar  un locale di Omotesando dall'atmosfera assai gradevole,
nonostante quel nome assurdo, che solo dei giapponesi potevano scegliere. Era vicino al Blue Note, ma
avremmo dovuto svoltare almeno cinque angoli di strada per arrivarci, e in questo modo avrei potuto
verificare se il Distratto fosse davvero alle nostre calcagna.
S. Fa parte di una catena di ristoranti, no?
S, ma quello di Omotesando  pi bello degli altri. Servono un mucchio di piatti molto
interessanti, e anche il bar  ben fornito, con un'ottima scelta di whisky. Mama mi ha detto che sei un
intenditore.
Marna  sempre pronta ad adularmi, dissi, pensando che, se non avessi cominciato a fare
attenzione, Mama avrebbe fatto circolare un dossier sul mio conto. Dammi il tempo di pagare le
consumazioni.
Midori sorrise. Sono gi pagate.
Hai pagato tu?
Ho detto al padrone del locale che la persona seduta al centro, in prima fila, era mia ospite
speciale. Cos offre la casa, ne? concluse in inglese, divertita dall'opportunit di usare questa formula
idiomatica.
Allora, d'accordo, dissi. Grazie.
Puoi aspettarmi per qualche minuto? Devo solo sistemare un paio di cose in camerino.
Spingersi fin dietro le quinte sarebbe stato troppo complicato, per loro. Non ci avrebbero
neppure provato. Posto che avessero intenzione di agire, lo avrebbero fatto all'esterno. Certo, risposi,
alzandomi e voltando le spalle al palco, per poter osservare il locale. C'era troppa gente in piedi e in
movimento, e fu impossibile individuare il Distratto. Dove vuoi che ci tro-viamo?
Qui... tra cinque minuti. Midori si gir e scomparve.
Un quarto d'ora dopo Midori sbuc da dietro le pesanti tende sul fondo del palco. Si era messa
un dolcevita nero, di seta o di cashmere finissimo, e un paio di pantaloni neri, leggeri e lar-ghi. I
capelli, ora sciolti sulle spalle, le incorniciavano il viso.
Scusami per l'attesa. Ho preferito cambiarmi: dopo un concerto se ne sente il bisogno.
Nessun problema, dissi io, osservandola. Sei stupenda.
Midori sorrise. Andiamo! I miei amici ci aspettano fuori, e io sto morendo di fame.
Raggiungemmo l'uscita principale, passando accanto a numerosi fan che ne approfittarono per
ringraziarla. "Volendo farle del male e potendo calcolare i tempi con esattezza", pensai,
"la aspetterei ai piedi della scala del Caff Idee, da dove si possono tenere d'occhio tutte le
entrate, quella centrale e quelle laterali." Il Distratto, infatti, era proprio l, intento ad allontanarsi da noi
con studiata noncuranza.
"Altro che quarantotto ore", pensai. Probabilmente, con quella presenza, Benny intendeva
segnalare la necessit di agire subito, e che l'offerta scadeva a mezzanotte. Un metodo che doveva aver
imparato frequentando un corso per piazzisti, da qualche parte.
Il contrabbassista e il batterista ci stavano aspettando, e al nostro arrivo ci avviammo.
Tomo-chan, Ko-chan, vi presento Fujiwara Junichi, l'uomo di cui vi ho parlato, disse Midori.
Hajimemashite, dissi, con un inchino. Konya no euso wa saiko ni subarashikatta. Piacere
di conoscervi. Il concerto di stasera  stato davvero bellissimo.
Perch non parliamo in inglese? disse Midori. Quindi, ri-volgendosi a me, aggiunse:
Fujiwara-san, i miei due colleghi hanno vissuto per molto tempo a New York, e anche loro, co-me te,
saprebbero chiamare con facilit un taxi a Brooklyn.
Allora, chiamatemi pure John, dissi io, porgendo la mano al batterista.
Piacere, Tom, rispose il batterista, stringendomi la mano e facendo al contempo un inchino.
Aveva un'espressione cordiale e buffa, ed era vestito senza pretese: jeans, camicia bianca di tela Oxford
e blazer blu. Con quel suo modo di presentarsi combinando i modi giapponesi e occidentali mi fu
immediatamente simpatico.
Ti ho gi visto da Alfie, disse il contrabbassista, tendendo la mano con una certa diffidenza.
Era vestito completamente di nero -jeans, dolcevita e blazer - e le basette e gli occhiali rettangolari
indicavano una ricerca fin troppo insistita del look da jazzista.
Anch'io mi ricordo di te, dissi. Gli strinsi la mano cercando di trasmettere un po' di calore.
Siete stati grandiosi. Marna mi aveva detto, prima del concerto da Alfie, che sareste diventati famosi,
e ora so che aveva perfettamente ragione.
Forse, si rese conto che stavo cercando di ammansirlo, ma doveva ancora essere sotto l'effetto
benefico del concerto per curarsene. O, forse, quando parlava inglese, il suo carattere era diverso. In
ogni caso, mi fece un sorriso che mi parve assolutamente sincero e disse: Ti ringrazio. Chiamami pure
Ken.
E a me, chiamami Midori, interloqu Midori. Ora, per, muoviamoci, prima che muoia di
fame!
Nei dieci minuti di cammino fino allo Za Ribingu Baa - cos veniva chiamato il locale dai
giapponesi - parlammo di jazz e di come ciascuno di noi lo aveva scoperto. Bench io avessi dieci anni
pi di loro, scoprimmo di essere tutti seguaci della scuola di Charlie Parker / Bill Evans / Miles Davis,
cosicch la conversazione flu senza problemi.
Di tanto in tanto, feci in modo di voltarmi e in pi di un'occasione scorsi il Distratto che ci
seguiva. Non immaginavo che si sarebbe mosso finch Midori fosse stata in compagnia di cos tanta
gente, ammesso che il suo scopo fosse quello che sospet-tavo.
A meno che non fossero disperati, ovviamente, nel qual caso sarebbero stati disposti a correre
dei rischi e, persino, ad agire in modo avventato. Mentre camminavamo, il mio udito era concentrato
sui rumori che provenivano dalle nostre spalle.
Il Living Bar annunci la propria presenza nel seminterrato dello Scne Akira Building con
un'insegna discreta in prossimi-t delle scale. Scendemmo e ci infilammo nell'ingresso, dove venimmo
accolti da un giovane giapponese con un elaborato taglio di capelli a spazzola e un completo blu navy
di ottimo taglio, con tre dei quattro bottoni allacciati. Midori, decisamente la leader del gruppo, gli
disse che ci serviva un tavolo per quattro. Kashikomarimashita, rispose quell'uomo in un giapponese
educatissimo e bisbigli qualcosa in un piccolo microfono situato accanto alla cassa. Nel tempo
impiegato per ac-compagnarci all'interno, fu preparato un tavolo, accanto al quale trovammo una
cameriera che ci invit ad accomodarci.
Gli avventori non erano particolarmente numerosi, se si considera che era sabato sera. Alcuni
gruppi di donne elegantissi-me occupavano sedie dall'alto schienale, ai tavoli smaltati di nero,
sfoggiando trucchi e Chanel come se fossero stati creati appositamente per loro, con gli zigomi in netto
rilievo nel sof-fuso lucore della sovrastante illuminazione a incandescenza catturata dalle loro
acconciature. Midori le surclassava tutte.
Volevo sedermi di faccia all'ingresso, ma Tom fu pi veloce di me, e io presi un posto rivolto
verso il bar.
Dopo aver ordinato dei drink e una quantit di stuzzichini che sarebbero bastati per una cena pi
che ragionevole, vidi l'uomo che ci aveva scortati all'interno del locale, impegnato ad accompagnare il
Distratto al bancone del bar, da dove avrebbe potuto godere di un'ottima visuale sulla sala da pranzo.
In attesa dell'arrivo delle ordinazioni, proseguimmo nella nostra tranquilla e piacevole
conversazione sul jazz. Pi di una volta mi soffermai a contemplare l'utilit di eliminare il Distratto.
Faceva parte di una fazione nemica numericamente superiore. Se si fosse presentata l'occasione di
ridurla di un'unit, l'avrei colta al volo. E se l'avessi fatto come si deve, i suoi datori di lavoro non
avrebbero neppure sospettato il mio coinvolgimento, e la sua eliminazione mi avrebbe probabilmente
concesso un po' di tempo in pi per salvare Midori.
A un certo punto, quando gran parte del cibo ordinato era stato consumato e noi, al pari del
Distratto, eravamo al secondo giro di drink, uno dei commensali mi domand che cosa facessi per
vivere.
Faccio il consulente, risposi. Spiego ad alcune aziende straniere come comportarsi per
vendere merci e servizi sul mercato giapponese.
Niente male, disse Tom.  troppo difficile per gli stranieri fare affari in Giappone. La
liberalizzazione, ancora oggi,  puramente di facciata. Per molti versi, il Giappone  chiuso al mondo
esterno come durante lo shogunato dei Tokugawa.
S, ma questa  proprio la condizione ideale per John, disse Ken. O sbaglio? Se il Giappone
non avesse tutte le sue stu-pide regole, se i ministeri che hanno il compito di supervisiona-re alimenti e
prodotti di importazione non fossero cos corrotti, tu dovresti cercarti un altro lavoro, ne?
Dai, Ken, disse Midori. Sappiamo bene quanto sei cinico.
Non c' bisogno che ce lo dimostri.
Mi domandai se Ken non avesse gi bevuto troppo.
Anche tu eri cinica, un tempo, riprese Ken. Quindi, rivol-gendosi a me, aggiunse: Quando
Midori  tornata in Giappone dopo aver frequentato la Julliard, a New York, era una perfetta radicai.
Voleva cambiare il Giappone da cima a fondo. Ora, per, non pi... credo.
Voglio ancora cambiare le cose, replic Midori, con voce gentile ma ferma. Solo che non
credo pi che una manciata di slogan rabbiosi possano servire. Occorre essere pazienti, invece, e
selezionare i propri obiettivi.
E quali sono gli ultimi obiettivi che hai selezionato? le domand Ken.
Tom si volt verso di me. Devi scusarlo. Ken  convinto di essere un venduto per via dei
concerti in luoghi rinomati come il Blue Note. E a volte se la prende con noi.
Ken ridacchi. Siamo tutti dei venduti.
Midori alz gli occhi al cielo. Dai, Ken! Molla il colpo...
Ken mi guard. Ehi, John, com' quel detto americano? "O
fai parte della soluzione o fai parte del problema". Tu come ti poni?
Io sorrisi. C' una terza possibilit: si pu anche far parte del paesaggio.
Ken annu, come se, tra s e s, avesse trovato una qualche conferma. E questo  il caso
peggiore.
Mi strinsi nelle spalle. Ken non mi interessava, e cos non ebbi difficolt a disimpegnarmi. Il
fatto  che non ho mai pensato a quello che faccio in questi termini. C' gente che ha difficolt a
esportare prodotti in Giappone, e io do loro una mano.
Comunque, hai detto alcune cose interessanti. Ci penser su.
Voleva litigare e non trov alcun appiglio nelle mie risposte concilianti. Per me, andava bene
cos. Facciamoci un altro bicchiere, disse.
Io credo di aver raggiunto il mio livello di guardia, disse Midori. Mi sa che per me pu
bastare, stasera.
Mentre lei parlava, notai il Distratto che guardava ostentata-mente altrove, premendo un
pulsante su un dispositivo grande quanto un accendino usa-e-getta che teneva posato su un ginocchio e
puntato nella nostra direzione. "Merda!", pensai. "U-na macchina fotografica."
Aveva fotografato Midori, e nella foto ci sarei stato anch'io.
Proprio quel genere di rischio che avevo dovuto correre per starle vicino.
Fa niente. Avrei dovuto allontanarmi con tutt'e tre i musicisti, per poi tornare al bar da solo con
la scusa di aver perso qualcosa e beccarlo mentre si accingeva a riprendere il pedinamento di Midori.
Non potevo permettergli di andarsene con quelle mie foto.
Il Distratto, per, mi forn una seconda opzione. Si alz dal suo posto e si avvi verso i bagni.
Mi sa che sto per andarmene a casa anch'io, dissi, alzandomi in piedi e sentendo accelerare il mio
battito cardiaco. Faccio giusto un salto in bagno, dissi, e mi allontanai dal tavolo.
Mr. Distratto si fece largo sul pavimento nero e lucido, e io lo seguii, tenendomi a pochi metri
di distanza. Tenni il capo chino il pi possibile, evitando di incrociare gli sguardi dei clienti cui passavo
accanto, sentendo nelle orecchie il rimbombo costante delle pulsazioni. Apr la porta del bagno ed
entr.
Prima che potesse richiudersi completamente, la raggiunsi ed entrai a mia volta.
Due gabinetti, due orinatoi. Con la coda dell'occhio, vidi che le porte dei gabinetti erano
socchiuse. Eravamo soli. Il battito del mio cuore era abbastanza forte da coprire qualsiasi altro rumore.
Avevo la netta percezione dell'aria che entrava e usciva dalle mie narici e del sangue che fluiva nelle
vene delle mie braccia.
Il Distratto si volt mentre io mi avvicinavo, forse identifi-candomi con la coda dell'occhio
come una delle persone che erano con Midori, forse messo in allarme da una labile e ormai inutile
impressione di pericolo. Il mio sguardo era puntato all'altezza del suo petto, ma non era concentrato su
una qualche parte precisa del corpo, bens sulla sua totalit, sulla posizione dei fianchi e delle mani,
intento ad assimilare ed elaborare le informazioni.
Senza rallentamenti o scarti, feci un altro passo verso di lui e gli conficcai la mano sinistra
direttamente nella gola, afferran-dogli la trachea con la V formata dall'indice e dal pollice. La sua testa
ebbe uno scatto in avanti, e lui si port le mani alla gola.
Mi sistemai alle sue spalle e gli infilai le mani nelle tasche.
Nella sinistra trovai la macchina fotografica. L'altra era vuota.
Si tastava inutilmente la gola, incapace di emettere suono, a parte qualche schiocco con la
lingua e qualche battito di denti.
Cominci a sbattere a terra il piede sinistro, con il torso in preda a spasmi da cui traspariva
chiaramente il panico, il corpo in movimento secondo impulsi primitivi alla ricerca di aria, attraverso la
trachea spezzata fino ai polmoni scossi dalle convulsioni.
Sapevo che ci sarebbero voluti all'incirca trenta secondi perch morisse asfissiato, ma io non
avevo tempo. Lo afferrai per i capelli e per il mento e, con una di quelle violente torsioni in senso
orario con cui si mettono fuori combattimento le sentinelle, gli spezzai il collo.
Lui croll all'indietro verso di me, e io lo trascinai in uno dei gabinetti vuoti, sistemandolo in
modo che non rovinasse a terra. Una volta chiusa la porta, chiunque fosse entrato nel bagno avrebbe
visto i piedi del Distratto e avrebbe pensato che quel gabinetto era occupato. Con un po' di fortuna, il
cadavere sarebbe stato scoperto verso l'ora di chiusura, molto tempo dopo la nostra dipartita.
Chiusi la porta con l'anca destra e chiusi il chiavistello dall'interno con un ginocchio, dopo di
che, aggrappandomi al bordo superiore della parete che divideva i due W.C., mi sollevai e scavalcai.
Presi una lunga striscia di carta igienica, ripulii con cura i due punti del divisorio che avevo toccato con
le ma-ni e, dopo essermela infilata in una tasca dei pantaloni, inspirai a fondo e tornai al bar.
Tutto sistemato? domandai, raggiungendo il tavolo e cercando di controllare il mio respiro.
Andiamo? disse Midori. I tre musicisti si alzarono, e tutti insieme ci dirigemmo alla cassa,
per poi uscire.
Il conto l'aveva Tom, ma io glielo tolsi gentilmente di mano e insistetti per pagare per tutti: era
un onore, per me, dopo la bellezza del loro concerto. Non volevo che qualcuno di noi u-sasse una carta
di credito lasciando un segno del nostro passaggio in quel locale.
Mentre pagavo, Tom disse: Torno subito, e si diresse verso il bagno.
Vengo anch'io, fece Ken, e lo segu.
Pensai alla possibilit che il cadavere scivolasse a terra proprio mentre loro due erano in bagno
o che la legge di Murphy potesse trovare in qualche modo una nuova conferma. Quei pensieri, per,
erano inutilmente inquietanti. Non potevo far altro che rilassarmi e attendere il loro ritorno.
Ti va di fare due passi? Ti accompagno a casa... Midori, poco prima, aveva detto che abitava
a Harajuku, sebbene io, ovviamente, lo sapessi gi.
Sorrise. S, mi farebbe piacere.
Tre minuti pi tardi, Tom e Ken furono di ritorno. Dal loro ridacchiare capii che del Distratto
non si erano neppure accorti.
Uscimmo e camminammo per un tratto nella fredda serata di Omotesando.
Io ho la macchina al Blue Note, disse Ken. Si volt verso Midori. Qualcuno vuole un
passaggio?
Midori scosse la testa. Io no, grazie.
Io prendo il metr, dissi io. Grazie, comunque.
Vengo io con te, disse Tom, accrescendo la leggera tensione che sentivo crescere, mentre
Ken faceva i suoi conti. 
stato un piacere conoscerti, John. Grazie di nuovo per essere venuto al concerto, ma anche per
la cena e i drink.
Feci un inchino. Il piacere  mio, davvero. Spero che ci rivedremo.
Ken annu. Ci rivedremo di sicuro, disse, con un'evidente mancanza di entusiasmo. Tom fece
un passo indietro, che Ken colse al balzo come un segno convenzionale, e ci salutammo.
Midori e io ci avviammo lentamente verso la Omotesandodori. Tutto bene? mi domand
quando Tom e Ken si furono allontanati.
Mi sono divertito, risposi. Sono persone interessanti.
Ken, a volte,  un po' pesante.
Alzai le spalle. Era solo un po' geloso del fatto che tu avessi chiesto a un altro di
accompagnarti, tutto qui.
 giovane. Ti ringrazio per averlo trattato con gentilezza.
Figurati...
Sai, non mi capita spesso di invitare ai miei concerti persone che ho appena conosciuto, per
poi andare a cena insieme dopo lo spettacolo.
Be', noi ci eravamo gi incontrati una volta. Il tuo principio  salvo.
Midori scoppi a ridere. Ti va un altro single malt?
La guardai, cercando di leggere le sue intenzioni. Sempre, risposi, e conosco un posto che,
secondo me, ti piacer.
La portai al Bar Satoh, un minuscolo locale al secondo piano di un edificio annidato in un
intrico di viuzze che si estendono come una ragnatela tra le perpendicolari Omotesando-dori e
Meiji-dori. La strada che seguimmo mi diede pi di un'opportunit di guardarmi intorno e di rendermi
conto che eravamo soli.
Prendemmo l'ascensore per salire al secondo piano e facemmo il nostro ingresso attraverso una
porta incorniciata da un rigoglio di gardenie e altri fiori che la moglie di Satoh-san cura con
venerazione. Dopo una svolta a destra, salimmo un gradino e ci trovammo di fronte Satoh-san, che
presidiava un bancone in ciliegio massiccio, impeccabile come sempre in papillon e gil.
Ah, Fujiwara-san, disse, morbidamente baritonale, con un ampio sorriso e un inchino, non
appena ci vide. Irrashaimase. Benvenuto.
Che piacere rivederti, Satoh-san, dissi io, in giapponese.
Diedi un'occhiata in giro e notai che il locale era quasi pieno.
C' ancora posto?
Ei, mochiron, rispose lui. S, certo. Scusandosi in giapponese formale, chiese ai sei clienti al
banco di spostarsi leggermente pi a destra, per poi liberare un secondo posto all'estremit del bancone,
creando cos lo spazio per Midori e me.
Dopo aver ringraziato Satoh-san e porto ulteriori scuse agli altri clienti, raggiungemmo i nostri
posti. Midori continuava a guardarsi intorno per osservare l'ambiente: file ininterrotte di bottiglie di
whisky, tutte diverse, molte sconosciute e vecchissime, e non solo dietro il bancone, bens disposte su
scaffali e arredi per tutta la stanza. Cimeli americani di vario tipo, come una vecchia bicicletta Schwinn
appesa a una parete, un antico telefono nero a disco rotante che doveva pesare almeno cinque chili, una
foto incorniciata del presidente Kennedy. Di pari passo con la politica di non offrire altro che whisky,
nel locale di Satoh-san non si sentiva altro che jazz, e i suoni del cantan-te-poeta Kurt Elling fluivano
caldi e vigorosi dallo stereo Ma-rantz a valvole situato dietro il bar, accompagnati dal lieve brusio delle
conversazioni e delle risate sommesse.
Questo posto ... stupendo! mi sussurr Midori in inglese, mentre ci sedevamo.
Bello, eh? feci io, felice che avesse apprezzato la scelta.
Satoh-san  un ex sarariman che ha deciso di ritirarsi dalla competizione. Gli piacciono il
whisky e il jazz, e ha lavorato finch non ha potuto permettersi di aprire questo locale. Secondo me,  il
pi bel bar del Giappone.
Quando Satoh-san torn da noi, gli presentai Midori. Ah, ma certo! esclam in giapponese. Si
mise a frugare sotto il bancone finch non trov quello che cercava: una copia del CD
di Midori, la quale dovette pregarlo perch non lo mettesse.
Che cosa ci consigli, stasera? gli domandai. Satohsan va quattro volte all'anno in
pellegrinaggio in Scozia, e mi ha fatto assaggiare dei whisky che non si trovano da nessun'altra parte, in
Giappone.
Quanti avete intenzione di berne? domand. Se avessimo optato per alcuni bicchieri, ci
avrebbe proposto una degusta-zione che sarebbe partita da un whisky leggero delle Lowlands per poi
progredire fino al pungente gusto iodato dei malti di I-slay.
Uno solo, credo, dissi. Mi voltai verso Midori, che annu con il capo.
Leggero o forte?
Guardai nuovamente Midori, e fu lei a rispondere, questa volta. Forte.
Satoh-san sorrise. Era esattamente la risposta che sperava di sentire, e io capii che aveva in
mente qualcosa di speciale. Si volt e tolse dallo scaffale che aveva alle spalle una bottiglia di vetro
incolore senza etichette. Questo  un Ardbeg invecchiato quarant'anni, spieg. Viene dalla costa
meridionale di I-slay.  rarissimo. Lo tengo in questa bottiglia perch se qualcuno scoprisse che cos'
potrebbe cercare di rubarmelo.
Prese due bicchieri immacolati e li sistem davanti a noi.
Liscio? domand, non sapendo quali fossero le preferenze di Midori.
Hai, fu la sua risposta, che Satoh-san accompagn con un cenno che era un misto di sollievo
e approvazione. Vers con cautela due misure di quel liquido bronzeo e rimise il tappo alla bottiglia.
Quel che rende speciale questo whisky  l'equilibrio dei sapori... Sapori che di norma
contrasterebbero tra loro o si annul-lerebbero, ci confess sottovoce con un tono di una certa gravit.
Sa di torba, di fumo, di profumo, di sherry e del salma-stro del mare. Ci sono voluti quarant'anni
perch questo whisky giungesse a esprimere tutte le potenzialit del suo carattere, proprio come una
persona. Assaggiatelo, vi prego. Fece un inchino e si allontan verso l'estremit opposta del bancone.
Ci sarebbe quasi da farsi degli scrupoli, a berlo, disse Midori, sorridendo e alzando il
bicchiere, mentre la luce trasfor-mava quel liquido in ambra.
Satoh-san non manca mai di fornire una breve introduzione a quello che sta per farti provare.
 una delle cose belle di questo posto. In fatto di single malt  un vero erudito.
Jaa, kanpai, disse, e dopo aver brindato, bevemmo. Dopo una pausa di riflessione, esclam:
Wow! Buonissimo!  come una carezza.
 come la tua musica.
Midori sorrise, dandomi un altro di quei suoi piccoli colpetti con la spalla. L'altro giorno, a
Tsuta, mi  piaciuto chiacchierare con te, disse. E mi piacerebbe sapere qualcos'altro sulle tue
esperienze a cavallo tra due mondi cos diversi.
Oh, non so se sia poi cos interessante.
Parlamene, te lo dir io se lo .
Era pi un'ascoltatrice che una chiacchierona, e questo avrebbe complicato la mia opera di
raccolta informazioni a fini operativi. "Vediamo come va a finire", pensai.
Vivevo in una piccola citt a nord dello stato di New York.
Mia madre mi ci port dopo la morte di mio padre, per stare vicino ai suoi genitori, raccontai.
Sei pi tornato in Giappone, da allora?
Per un breve periodo. Al primo anno di liceo, i genitori di mio padre mi scrissero per dirmi
che, grazie a un programma di cooperazione USA-Giappone, potevo passare un semestre in un liceo
giapponese, e io, che soffrivo di una nostalgia incredibile, mi candidai immediatamente. Alla fine, ho
frequentato per un semestre il Saitama Gakuen.
Solo un semestre? Tua madre avr voluto che tu tornassi.
In parte lo voleva, certo, ma credo che a un'altra parte di lei non dispiacesse di potersi
concentrare per un po' sulla sua carriera. Ero abbastanza tremendo, a quei tempi. Mi parve un
eu-femismo adeguato per riassumere le risse continue e i problemi disciplinari in cui mi ero sempre
trovato coinvolto a scuola.
E come and quel semestre?
Mi strinsi nelle spalle. Alcuni di quei ricordi non erano particolarmente gradevoli. Sai qual  il
destino dei rimpatriati, no?
Gi te la passi male se sei un ragazzino giapponese con l'accento americanizzato dal soggiorno
all'estero. Se oltre a questo hai la sfortuna di essere mezzo americano, praticamente sei uno scherzo di
natura.
La profonda simpatia del suo sguardo mi fece sentire ancor pi un traditore. So che cosa
significa tornare in Giappone dopo essere stati all'estero, disse. Tu, per giunta, lo avevi immaginato
come un vero ritorno a casa. Dev'essere stato un trauma.
Feci un cenno con una mano, come a dire che non era nulla.
Acqua passata.
E dopo il liceo che cosa hai fatto?
Dopo il liceo c' stato il Vietnam.
Hai combattuto in Vietnam? Non si direbbe, dal tuo aspetto. Sembri pi giovane.
Sorrisi. Avevo meno di vent'anni quando mi sono arruolato, e quando sono partito per il
Vietnam la guerra era in corso da un bel pezzo. Stavo fornendo pi dettagli del solito, e me ne
rendevo conto, ma decisi di non curarmene.
Per quanto tempo ci sei stato?
Tre anni.
Credevo che, allora, il periodo di leva durasse solo un an-no.
Infatti, ma io non ero di leva.
Midori spalanc gli occhi. Sei partito volontario?
Era una vita che non parlavo pi di queste cose e che neppure ci pensavo. So che pu suonare
un po' strano dopo tutto questo tempo, per, s, sono partito volontario. Volevo dimostrare di essere
americano alla gente che ne dubitava a causa dei miei occhi e del colore della mia pelle. Poi, arrivato in
Vietnam, in una guerra contro popolazioni asiatiche, dovetti dare ulteriori dimostrazioni, perci rimasi.
Mi offrivo per missioni pericolose. Ho fatto un bel po' di cose assurde.
Restammo per un attimo in silenzio, dopo di che lei disse:
Posso domandarti se sono queste le cose che, come avevi detto, ti tormentano?
In parte, dissi io tranquillamente. Su questo argomento, per, non avevo intenzione di andare
oltre. Lei avr anche avuto i suoi principi sull'invitare gli sconosciuti ai suoi concerti, ma le mie regole
su questa particolare materia sono persino pi rigorose. Ci stavamo avventurando verso luoghi che
neanch'io riesco a guardare se non di sbieco.
Le dita di Midori erano delicatamente posate sul bicchiere, e io, senza pensarci, gliele presi tra
le mie, avvicinandomele lentamente per guardarle pi da vicino. Dalle tue mani si direbbe che suoni il
piano, dissi io. Le tue dita sono affusolate, ma anche forti.
Lei capovolse le mani, e tocc a lei, a quel punto, osservare le mie. Si possono indovinare
tantissime cose di una persona guardandogli le mani, disse. Nelle mie, tu hai visto la pianista. Nelle
tue, io vedo il bushido, ma sulle giunture, non sulle nocche... Che cosa fai? Judo? Aikido?
Il bushido  la morale del guerriero, un insieme di disciplina morale e arti marziali. Si riferiva
alle callosit sulla prima e sulla seconda giuntura di tutte le mie dita, dovute ad anni di prese e di
torsioni sul pesante cotone dello judogi. Mi teneva le mani con aria professionale, come se le stesse
esaminando, ma la delicatezza del suo tocco mi fece correre brividi elettrici lungo le braccia.
Ritrassi le mani, temendo che potesse scoprire chiss cos'altro. Ultimamente mi limito al judo.
Qualche corpo a corpo, atterramenti e prese alla gola:  l'arte marziale pi efficace. E il Kodokan  il
posto migliore del mondo per praticarla.
Lo conosco anch'io, il Kodokan. Ho studiato aikido in un piccolo dojo a Ochanomizu.
Come pu una pianista jazz studiare aikido?
Lo praticavo prima di mettermi a suonare il piano seriamente, e ora ho smesso del tutto perch
mi fa male alle mani.
Avevo cominciato quando a scuola si erano messi a prendermi di mira perch mio padre era
dovuto andare negli Stati Uniti.
Per questo ti dicevo che so cosa significa sentirsi dei rimpatriati.
E l'aikido ti  servito?
All'inizio no. Mi ci  voluto un po' per diventare brava, ma le stesse persone che mi
tormentavano mi incentivavano anche a non desistere. Un giorno una di loro mi afferr per un braccio,
e io la scaraventai a terra con un san-kyo. Da quel giorno mi lasciarono in pace, e fu una fortuna,
perch il san-kyo era, in effetti, l'unica mossa che padroneggiassi.
La osservai, cercando di immaginare come ci si dovesse sentire nel subire un san-kyo eseguito
con quella determinazione che stava donando a Midori una fama crescente negli ambienti jazzistici.
Sollev il bicchiere con le dita di entrambe le mani, e in quel semplice gesto colsi una perfetta
economia di movimenti: era pura grazia, bella a vedersi.
Tu pratichi il sado, dissi io, quasi stessi pensando ad alta voce. Il sado  la cerimonia
giapponese del t. I seguaci di quest'arte si dedicano alla pratica di raffinati movimenti rituali nella
preparazione e nell'offerta del t per conseguire il wabi e il sabi: una sorta di grazia naturale nel
pensiero e nei movimenti, un attenersi all'essenziale per rappresentare con adegua-ta eleganza un'idea
pi vasta e importante che resterebbe altrimenti celata.
Lo facevo da ragazzina, rispose lei. E neanche tanto be-ne. Mi stupisce che te ne sia accorto.
Forse, se bevo un altro bicchiere, potrebbe anche non vedersi pi.
No, mi dispiacerebbe, dissi io, cercando di resistere alla tentazione di lasciarmi attrarre in
quegli occhi scuri. Mi piace il sado.
Midori sorrise. E che cos'altro ti piace?
"Dove vuole arrivare?", pensai. "Non saprei... molte cose. Mi piace vederti suonare."
Spiegati?
Bevvi un sorso di Ardbeg e un gusto di torba e di fumo mi percorse la lingua e la gola. Mi
piace come cominci, con calma, per poi prendere il volo e come, dopo un po', sembra quasi che sia la
musica a suonare te. Mi piace come ti fai coinvolge-re, perch a quel punto sento di essere coinvolto
anch'io: mi sento trascinato fuori di me. Ho l'impressione di capire quello che tu senti e mi pare di
sentirlo a mia volta.
E poi?
Scoppiai a ridere. E poi? Non  abbastanza?
No, se c' dell'altro.
Rigirai avanti e indietro il bicchiere tra le mani, osservando i riflessi di luce al suo interno.
Quando suoni ho sempre la sensazione che tu stia cercando qualcosa che non riesci a trovare, e
allora ti metti a cercare con pi foga, ma quel qualcosa ti sfugge, e la parte melodica comincia a farsi
davvero tesa, finch non giungi al punto in cui sembra quasi che tu capisca che non lo troverai mai,
perch  impossibile, e allora la tensione si scioglie e la musica diventa triste, ma di una tristezza bella,
consapevole e saggia.
Ancora una volta notai che c'era qualcosa in lei che mi spingeva a scoprirmi troppo, a rivelarle
troppo. Dovevo assolutamente controllarmi.
 molto, per me, quel che hai colto nella mia musica, disse lei dopo un breve istante. 
esattamente quello che io cerco di esprimere. Conosci il mono no aware?
Credo di s, "il pathos delle cose", dico bene?
Questa  la traduzione tradizionale. Io preferisco chiamarla
"la tristezza della condizione umana".
Mi sorpresi a essere commosso da quel pensiero. Non mi ero mai soffermato su questa
possibile accezione, dissi io ti-midamente.
Ricordo che una sera, d'inverno, quando abitavo a Chiba, uscii per una passeggiata. La
temperatura era pi tiepida del normale e io mi tolsi la giacca e mi sedetti sul campo di gioco della
scuola che avevo frequentato da bambina. A guardare, tutta sola, i rami degli alberi che si stagliavano
sullo sfondo del cielo. Ebbi la nettissima sensazione che un giorno io sarei morta, ma quegli alberi
sarebbero sopravvissuti, e la luna avrebbe continuato a splendere su di loro. Non potei fare a meno di
piangere, ma fu un pianto benefico, perch capii che non poteva essere altrimenti: dovevo rassegnarmi,
perch cos vanno le cose. Tutto finisce: questo, per me,  mono no aware.
"Tutto finisce", pensai. Gi,  proprio cos, dissi, pensando a suo padre. Restammo in silenzio
per un attimo, dopo di che le domandai: Che cosa intendeva Ken quando ha alluso al fatto che tu eri
una radicali
Midori bevve un sorso del suo Ardbeg. Ken esagera. Non ero affatto una radicai; ero solo un
po' ribelle.
In che senso?
Guardati intorno, John. Il Giappone  conciato da far paura.
Il partito liberal-democratico e i vari burocrati stanno salassan-do il paese a morte.
Qualche piccolo problema, in effetti, c', ammisi io.
Qualche piccolo problema? L'economia sta andando a roto-li, le famiglie non riescono a
pagare le tasse sulle loro propriet, la fiducia nel sistema bancario non esiste, e qual  la soluzione
proposta dal governo? Disavanzi di spesa e opere pubbliche. E vuoi sapere perch? Un pegno pagato
all'industria edilizia. L'intero paese  coperto di cemento; non c' pi un solo metro quadrato su cui
costruire, ma i politici votano per la costruzione di parcheggi per uffici che nessuno user, per ponti e
strade su cui nessuno pi viaggia e per la cementificazione degli argini dei fiumi. Hai presente quegli
orribili "tetrapodi" di cemento che coprono le coste giapponesi e che dovrebbero servire a proteggerle
dall'erosione? Tutti gli studi esistenti dimo-strano che quelle mostruosit non fanno che accelerare
l'erosione, altro che bloccarla! Insomma, stiamo devastando il nostro ecosistema per continuare a
ingrassare i politici e l'industria edilizia. E tu li chiami "piccoli problemi"?
Ehi, forse Ken aveva ragione, dissi io sorridendo. In effetti, mi sembri piuttosto radicai.
Midori scosse la testa. Si tratta di semplice buon senso.
Dimmi un po' la verit, piuttosto: a volte, non hai la sensazione di essere fregato dal sistema e
da chi ne trae profitto? E non ti fa incazzare?
A volte s, ammisi io, circospetto.
Be', a me fa incazzare spesso, invece. Ecco che cosa intendeva dire Ken.
Scusami se tocco questo argomento, ma tuo padre non faceva appunto parte del sistema?
Un lungo silenzio. C'era una certa diversit di vedute tra noi.
Dev'essere stato difficile.
Lo era, a volte. Per lunghi periodi eravamo come estranei.
Annuii. E sei mai stata capace di ricucire gli strappi?
Midori rise dolcemente, ma senza allegria. Mio padre, pochi mesi prima di morire, aveva
scoperto di avere un cancro ai polmoni. Quando lo venne a sapere, riconsider tutta la sua vi-ta, ma non
abbiamo avuto tempo per risolvere le cose.
Quella notizia mi colse di sorpresa. Un cancro ai polmoni?
Marna, se non sbaglio, mi aveva parlato di un attacco di cuore.
Soffriva di cuore, infatti, ma non aveva mai smesso di fu-mare. Tutti i suoi colleghi del
governo fumavano, e lui si sentiva forse in obbligo di fare altrettanto, per adeguarsi. Si sentiva cos
coinvolto nel sistema da accettare di sacrificarsi in suo nome.
Sorbii un goccio di quel liquido dal gusto fumoso e deglutii.
Morire di cancro ai polmoni  terribile, dissi. Se non altro, per come  morto lui, non ha
sofferto tanto.
 vero. Questo un po' mi consola.
Perdonami se insisto, ma in che senso aveva riconsiderato tutta la sua vita?
Lo sguardo di Midori vagava lontano, sfocato. Verso la fi-ne, si era reso conto di aver passato
tutta la sua vita a "essere parte del problema", come direbbe Ken, e aveva deciso di diventare parte
della soluzione.
E ne ha avuto il tempo?
Non credo, ma mi aveva detto che aveva intenzione di fare qualcosa, qualcosa di giusto, prima
di morire. Per me, per, la cosa pi importante  che lui fosse giunto a pensarla in quel modo.
Come fai a sapere che non ha avuto il tempo di farlo?
Che cosa intendi dire? mi domand lei, tornando a concentrare il suo sguardo su di me.
Dopo la diagnosi, tuo padre si  improvvisamente trovato a dover fare i conti con la morte e
voleva far qualcosa per espiare le sue colpe passate. Non avrebbe potuto farlo, sia pure in un tempo
cos breve?
Non sono sicura di aver capito, disse Midori, e a un tratto mi resi conto di avere urtato
nuovamente la sua muraglia difen-siva.
Stavo pensando a quello di cui parlavamo l'altro giorno, a proposito del rimpianto. Se c'
qualcosa che rimpiangi e, d'altra parte, hai troppo poco tempo per rimediare, che cosa puoi fa-re?
Credo che ognuno darebbe una risposta diversa, a seconda della natura del rimpianto.
Che cosa avrebbe potuto fare tuo padre? Non aveva per ca-so un modo di rimediare a qualche
sua azione di cui si era pen-tito?
Non posso saperlo.
"Ma tu lo sai", pensai. "C'era un giornalista, con cui tuo padre si incontrava e che si  anche
messo in contatto con te. Tu lo sai, ma non vuoi dirmelo." Quello che intendo dire  che forse lui stava
cercando di fare qualcosa per "diventare parte della soluzione" anche se tu ne eri all'oscuro. Forse
aveva parlato con qualche suo collega e confessato il suo mutamento d'opinione, cercando magari di
convincere anche loro. Chi pu dirlo?
Midori tacque, e io pensai: "Basta cos, non posso davvero spingermi oltre. Lei comincia ad
avere qualche sospetto e d'ora in avanti si chiuder certamente a riccio".
Me lo domandi forse perch anche tu hai qualche rimpianto?
La guardai, turbato dalla verit della sua domanda e allo stesso tempo risollevato dalla
copertura che mi offriva. Non so...
Perch non provi a parlarmene?
Mi sentii come vittima di una mossa di aikido. No, risposi, sottovoce.
 tanto difficile parlare con me? domand Midori, in tono gentile.
No, risposi io, sorridendo e guardandola negli occhi. 
fin troppo facile. Questo  il problema.
Sospir. Sei uno strano uomo, John. Sei sempre cos a disagio quando devi parlare di te.
Sono pi interessato a te.
O a mio padre, forse.
Credevo di poter trarre una lezione dalla sua vicenda. Tutto qui.
Una lezione utile a te personalmente.
S, forse, ma io cerco sempre di imparare qualcosa dagli altri, quando posso. Perdonami, se ho
insistito.
Midori accenn un sorriso. Fa niente. Il fatto  che la sua morte  ancora cos recente...
Questo  sicuro, dissi, rendendomi conto di essere in un vicolo cieco. Consultai il mio
orologio. Forse,  ora che ti ac-compagni a casa.
La situazione rischiava di prendere una piega pericolosa. Da una parte, c'era una innegabile
sintonia, tra noi, e non era completamente da escludere che Midori potesse invitarmi da lei per un
drink. Se lo avesse fatto, avrei avuto l'opportunit di accertarmi che il suo appartamento fosse sicuro,
anche se, una volta entrato, avrei dovuto fare attenzione. Non potevo permettermi leggerezze... oltre a
tutto il tempo che avevo stupidamente trascorso con lei e alle cose che le avevo gi detto.
D'altra parte, se avesse deciso di andarsene a casa da sola, sarebbe stato difficile per me
accompagnarla senza dare l'impressione di volermi infilare nel suo letto. Sarebbe stato imbarazzante,
ma non potevo permettere che se ne andasse da sola.
Loro sapevano dove abitava.
Ringraziammo Satoh-san per l'ospitalit e per la deliziosa i-niziazione al raro Ardbeg. Pagai il
conto e scendemmo a piedi, uscendo nell'aria ormai vagamente gelida di quella sera, a Omotesando. Le
strade erano immerse nel silenzio.
Da che parte vai? mi domand Midori. Io, da qui, di solito torno a casa a piedi.
Ti accompagno, se posso. Mi piacerebbe seguirti fino a ca-sa tua.
Non  necessario.
Abbassai per un attimo gli occhi, ma subito tornai a guardarla in viso. A me, per,
piacerebbe, dissi, pensando a quello che mi aveva scritto Benny sulla BBS.
Lei sorrise. Okay, allora.
Ci volle un quarto d'ora per raggiungere casa sua, e alle nostre spalle non notai nessuno. E non
c'era da stupirsene, considerando l'uscita di scena di Mr. Distratto.
Quando fummo sul portone del palazzo in cui abitava, Midori tolse le chiavi dalla serratura e si
volt verso di me. Jaa...
Be'...
Era un modo educato di darmi la buonanotte, ma io dovevo vedere l'interno del suo
appartamento. Tutto tranquillo, da qui al tuo appartamento?
Mi guard con l'aria di chi la sa lunga, sebbene in realt non sapesse affatto. Abito qui. Andr
tutto benissimo.
Okay, sospirai. Non mi daresti il tuo numero di telefono? Lo conoscevo gi, ma dovevo
salvare le apparenze.
Non ce l'ho, il telefono.
Accidenti! Si metteva male. Be', sono anch'io un po' luddi-sta. Se ti va, comunque, mandami
dei segnali di fumo, okay?
Midori ridacchi. Cinque-due-sette, cinque-sei, quattro-quattro-sei. Stavo scherzando.
Ah, bene. Posso chiamarti, qualche volta? Tra cinque minuti, ad esempio. Per accertarmi che
non ci fosse nessuno ad aspettarti in casa.
Certo. Ci conto.
Tolsi una penna da un taschino e trascrissi il numero di telefono sul palmo della mano.
Lei osserv la scena, con un mezzo sorriso. Era pronta a ba-ciarmi, se avessi voluto.
Mi voltai e ripercorsi il breve vialetto fino alla strada.
Midori mi chiam. John...
Mi girai verso di lei.
C' un radicai che preme per uscire, in te.
Mi vennero in mente diverse risposte, ma mi limitai ad augu-rarle la buonanotte.
Mi voltai di nuovo e mi allontanai, fermandomi sul marciapiede per guardarmi alle spalle, ma
lei era gi entrata, e vidi so-lo le porte di vetro che si richiudevano.
11
Mi infilai in un parcheggio di fronte all'ingresso dell'edificio.
Tenendomi fuori dall'alone di luce proveniente dall'interno, la vidi attendere un ascensore alla
sua destra. Quando l'ascensore arriv, dal punto in cui mi trovavo, vidi aprirsi le porte, ma non se vi
fosse qualcuno all'interno. La vidi entrare, e poi le porte si richiusero.
A quanto pareva, non c'era nessuno in agguato. A meno che non ci fosse qualcuno ad attenderla
nell'appartamento o negli immediati paraggi, per quella notte sarebbe stata al sicuro.
Presi il marchingegno di Harry e attivai il telefono di Midori, per poi mettermi in ascolto
attraverso il telefonino. Silenzio.
Un minuto pi tardi sentii lo scatto della serratura, poi la porta di casa aprirsi e richiudersi.
Alcuni passi felpati. E rumore di altri passi, attribuibili a pi di una persona. Un grido.
Quindi, una voce maschile: Ascolta! Ascoltami bene. Non hai nulla da temere. Non avremmo
voluto spaventarti. Stiamo indagando su una questione di sicurezza nazionale. Dobbiamo muoverci con
estrema circospezione. Devi capirci.
La voce di Midori, poco meno di un sussurro: Fatemi... vedere il tesserino di identificazione.
Non c' tempo. Dobbiamo farti qualche domanda, dopo di che ce ne andremo.
Qualificatevi, la sentii ingiungere, in tono deciso, questa volta. Altrimenti mi metto a
gridare, e le pareti qui sono sotti-lissime. Mi sentiranno tutti.
Ebbi un sussulto. La ragazza aveva istinto, e fegato.
Niente trambusto, per piacere, fu la risposta, seguita dal rumore di uno schiaffone.
La stavano picchiando. Dovevo muovermi.
La sentii ansimare. Che cavolo volete?
Tuo padre portava con s una cosa, poco prima di morire.
Quella cosa, ora,  in tuo possesso, e a noi serve.
Non so di che cosa stiate parlando.
Altra sberla. Merda!
Non potevo entrare nel palazzo senza chiave. E se anche qualcuno fosse entrato o uscito dal
portone, e io fossi riuscito a imbucarmi su per le scale, non sarei mai riuscito a entrare in casa di Midori
per aiutarla. Avrei potuto abbattere la porta, forse, ma probabilmente mi sarei trovato davanti quattro
uomini armati.
Spensi il marchingegno di Harry e composi sul mio cellulare il numero di telefono di Midori.
Dopo tre squilli, scatt la se-greteria telefonica.
Ripetei pi volte l'operazione con il tasto di redial.
Volevo farli innervosire e interromperli. Se avessi insistito abbastanza, forse le avrebbero
consentito di rispondere, per non rischiare di far sorgere sospetti.
Al quinto tentativo, Midori rispose. Moshi moshi, disse, con voce esitante.
Midori, sono John. So che non puoi parlare. So che ci sono degli uomini nel tuo appartamento.
Dimmi: "Non c' nessun uomo nel mio appartamento, nonna...".
Che cosa?
Devi dire soltanto: "Non c' nessun uomo nel mio appartamento, nonna...".
Non c'... Non c' nessun uomo nel mio appartamento, nonna...
Brava. Ora devi dire: "No, non c' bisogno che tu venga qui, adesso".
No, non c' bisogno che tu venga qui, adesso. Non c' nessuno, qui.
A quel punto, dovevano essere ormai ansiosi di andarsene.
Benissimo. Ora, continua a discutere con la nonna, okay?
Quegli uomini non sono poliziotti, come avrai capito. Io posso aiutarti, ma solo se uscite di l.
Digli che tuo padre, quando  morto, aveva con s delle carte che ora sono nascoste a casa sua. Digli
che  impossibile spiegare dov' il nascondiglio, e che  meglio che glielo mostri tu. Mi hai capito?
Nonna, tu ti preoccupi troppo.
Io sono qui fuori che aspetto, dissi, prima di interrompere la comunicazione.
"Da che parte si dirigeranno?", pensai, alla ricerca di un luogo adatto all'imboscata. Proprio in
quell'istante dall'ascensore sbuc una vecchia, piegata in due dalla malnutrizione infantile e dal lavoro
nelle risaie, diretta in cortile a buttare l'immondizia. Le porte elettroniche si aprirono per farla uscire, e
io ne approfittai per entrare nel palazzo.
Sapevo che Midori abitava al terzo piano. Salii di corsa per le scale e, arrivato al piano giusto,
mi misi in ascolto dietro la porta del pianerottolo. Dopo circa mezzo minuto di silenzio, sentii il rumore
di una porta che si apriva.
Aprii leggermente la porta e, dopo aver estratto il mio portachiavi feci passare per la fessura lo
specchietto da dentisti, finch non inquadrai un lungo e stretto corridoio. Da un appartamento vidi
uscire un giapponese, che dopo aver guardato a destra e a sinistra fece un cenno a qualcuno. Un attimo
dopo, dallo stesso appartamento usc Midori, seguita da un secondo giapponese, che le teneva una
mano su una spalla in modo nient'affatto amichevole.
Quello che stava in testa al gruppo controll nuovamente il corridoio da entrambi i lati e si
avvi verso di me. Io ritirai lo specchietto. Al muro era appeso un estintore ad anidride carbo-nica, che
afferrai per poi nascondermi a destra della porta, dal lato della sua apertura. Tolsi la sbarretta di
sicurezza e puntai la bocchetta all'altezza della faccia.
Respirai con calma con la bocca, le dita tese sulla levetta che avrebbe messo in funzione
l'estintore.
Per una frazione di secondo, nella mia immaginazione, vidi la porta aprirsi di un soffio, ma
nella realt rimase ben chiusa.
Avevano proseguito oltre, fino agli ascensori.
Maledizione. Ero convinto che avrebbero preso le scale.
Riaprii un filo la porta e sporsi nuovamente lo specchietto, o-rientandolo in modo da inquadrare
il gruppo. La marcavano stretto, con il tipo che le stava alle spalle che le puntava qualcosa alla schiena.
Una pistola, forse, o un coltello.
Non potevo seguirli da l, se volevo sorprenderli. Non sarei riuscito ad avvicinarmi prima che si
accorgessero del mio arrivo, e se davvero erano armati, le mie probabilit di scamparla si sarebbero
ridotte praticamente a zero.
Mi voltai e filai gi per le scale. Giunto al pianterreno, attraversai l'atrio e mi nascosi dietro un
pilone di sostegno accanto al quale sarebbero dovuti passare uscendo dall'ascensore. Mi strinsi
l'estintore al fianco e feci di nuovo ricorso allo specchietto per osservare la situazione.
Comparvero trenta secondi pi tardi, schierati compatti nel classico modo che, nelle forze
speciali, gi al primo giorno di addestramento ti insegnano a evitare, perch rendono il gruppo
vulnerabile alle imboscate e alle mine. Temevano, evidentemente, che Midori tentasse di scappare.
Mi rimisi in tasca specchietto e portachiavi e mi concentrai sul rumore dei loro passi. Quando
dedussi che erano giunti a pochi centimetri da me, lanciai un kiyai da guerriero e saltai fuori dal mio
nascondiglio, premendo la leva dell'estintore all'altezza delle loro facce.
L'estintore ebbe un singulto, per poi produrre un deludente sibilo. Nient'altro.
L'uomo che guidava il gruppo rest per un attimo a bocca aperta, dopo di che cominci a
frugare concitatamente all'interno del cappotto. Con la sensazione di muovermi al rallentatore e la
certezza di essere ormai in ritardo, sollevai la bombola col fondo in avanti. La mano dell'uomo che
avevo di fronte stava per liberarsi: impugnava un revolver a canna corta. Avanzai di scatto e gli diedi
l'estintore in faccia a mo' di ariete, accompa-gnando il colpo con tutto il mio peso. Il rumore sordo
prodotto dall'impatto mi parve soddisfacente, e il tizio rovin addosso a Midori e al compare che le
stava alle spalle, lasciando cadere a terra la pistola.
Il secondo uomo arretr goffamente a sua volta, mollando la presa su Midori e roteando il
braccio sinistro. Nella destra stringeva una pistola, che cercava di puntare davanti a s.
Scagliai l'estintore come un missile, colpendo il bersaglio pi o meno a mezza altezza. Fu
sufficiente ad atterrarlo, e gli fui subito addosso, per disarmarlo. Prima che potesse alzare le mani per
proteggersi, gli sferrai con il calcio dell'arma una botta appena dietro l'orecchio. Si ud uno scrocchio
violento, e il tizio perse i sensi.
Mi voltai di scatto con la pistola in pugno, ma il suo collega era anche lui immobile. Dalla sua
faccia si sarebbe detto che era andato a sbattere contro un palo.
Mi girai verso Midori appena in tempo per scorgere un terzo scagnozzo che sbucava
dall'ascensore, dove probabilmente si trovava sin dall'inizio. Da dietro, afferr Midori per il collo con il
braccio sinistro, facendosene scudo, mentre infilava la mano destra nella tasca della giacca, alla ricerca
di un'arma. Prima che potesse estrarla, per, Midori ruot in senso antiorario e gli afferr il polso
sinistro torcendoglielo verso l'esterno, nella pi classica delle prese articolari che i praticanti dell'aikido
chia-mano san-kyo. Dalla reazione dell'uomo si capiva che era adde-strato: ruot con il corpo dal lato
in cui gli era stato girato il polso per evitarne la frattura, atterrando in caduta controllata con un
morbido ukemi. Prima che potesse rialzarsi, per, io mi ero gi avvicinato e usai la sua testa a mo' di
pallone tirandogli un calcio cos forte da farlo sollevare per un attimo da terra con tutto il corpo.
Midori mi guardava con gli occhi sbarrati, respirando a rapidi singulti.
Daijobu? le domandai. Stai bene? Sei ferita?
Midori scosse la testa. Dicevano di essere poliziotti, ma ho capito subito che non lo erano: non
hanno voluto qualificarsi.
Perch erano nascosti in casa mia? Chi sono? E tu come facevi a sapere della loro presenza?
La presi per un braccio e la guidai verso le porte di vetro, scrutando da ogni parte alla ricerca di
eventuali segnali di pericolo all'esterno.
Li avevo visti al Blue Note, dissi, incitandola ad accelerare il passo aumentando la pressione
sul suo braccio. Quando ho visto che non ci avevano seguiti, ho pensato che potessero essere nascosti
in casa tua, e a quel punto ti ho telefonato.
Li avevi visti al Blue Note? Chi sono? E tu chi diavolo sei?
Io sono uno che si  imbattuto per caso in un brutto affare e che ha deciso di proteggerti. Ti
spiegher pi tardi. Ora devi assolutamente trovare un nascondiglio sicuro.
"Sicuro"? Con te? Midori si blocc davanti alle porte a vetri e si volt per guardare prima i tre
uomini alle nostre spalle, con i volti trasformati in maschere di sangue, e poi me.
Ti spiegher tutto, ma non ora. In questo momento l'unica cosa importante  che tu sei in
pericolo e io non posso aiutarti se tu non mi credi. Lascia che ti porti al sicuro, e vedrai che ti dir tutto,
okay? Le porte automatiche si aprirono, dopo che un occhio agli infrarossi ebbe captato la nostra
presenza.
Dove andiamo?
In un posto dove a nessuno verrebbe in mente di cercarti o di aspettarti. Un albergo o qualcosa
del genere.
Lo scagnozzo che avevo preso a calci in faccia cerc ranto-lando di mettersi a quattro zampe.
Tornai da lui e gli sferrai al volo un altro calcio in faccia, rimandandolo al tappeto. Midori, non c'
tempo per discuterne qui. Devi credermi. Ti prego.
Le porte si richiusero.
Avrei voluto frugare le tasche di quegli uomini stesi a terra alla ricerca di documenti o di altri
elementi per identificarli, ma non potevo farlo e portar via Midori allo stesso tempo.
Come faccio a sapere se posso fidarmi di te? mi domand, ma si era gi rimessa in
movimento. Le porte si aprirono di nuovo.
Lasciati guidare dall'istinto. Non so che altro dirti. Sar lui a mostrarti quel che  giusto fare.
Oltrepassate le porte, la visuale pi ampia mi consent di scorgere un giapponese brutto e tozzo
in piedi a circa cinque metri di distanza da noi sulla sinistra. Aveva un naso che sembrava un'inversione
a U: doveva esserselo rotto cos tante volte da aver rinunciato a sistemarselo. Osservava la scena
nell'atrio e sembrava incerto sul da farsi. Un certo suo atteggiamento, qualcosa nel suo aspetto, mi
dicevano che non era un civile.
Probabilmente, era insieme ai tre che avevo messo fuori combattimento.
Guidai Midori verso destra, tenendomi alla larga dal tizio con il naso storto. Come hai fatto a
sapere... come hai fatto a sapere che c'erano quegli uomini in casa mia? mi domand.
Che cosa sai di quello che sta succedendo?
Lo sapevo, e basta, risposi, voltando continuamente la testa, mentre camminavamo, per
individuare eventuali pericoli.
Midori, se fossi stato d'accordo con questa gente, che cosa avrei da guadagnare da questa
messa in scena? Ti hanno preso come e quando hanno voluto. Per piacere, lascia che ti aiuti.
Non voglio che ti facciano del male.  questa l'unica ragione per cui sono qui.
Mentre ci allontanavamo dall'edificio in cui abitava Midori, vidi il tizio dal naso storto che vi
entrava, probabilmente per aiutare i suoi commilitoni caduti.
Posto che fossero arrivati con l'intenzione di portarla da qualche parte, avevano di certo
un'automobile. Guardai in giro, ma c'erano troppe auto parcheggiate nella zona per poter individuare la
loro.
Ti hanno detto dove intendevano portarti? le domandai.
O per chi lavoravano?
No, rispose lei. Te l'ho gi spiegato: si sono limitati a di-re che erano della polizia.
Okay, ho capito. Dove diavolo era la loro auto? Avrebbero potuto essercene altri. Non
importa... Vai, continua a camminare. Se vorranno prenderti, dovranno uscire allo scoperto.
Attraversammo il buio parcheggio del palazzo che fronteg-giava la casa di Midori, sbucando
sulla Omotesando-dori, dove fermammo un taxi. Dissi al tassista di portarci ai grandi magazzini Seibu,
a Shibuya. Mentre viaggiavamo, tenni d'occhio gli specchietti retrovisori. C'erano poche auto in giro, e
nessuna sembrava intenta a seguirci.
Avevo in mente di trovare un albergo dell'amore. Gli hotel dell'amore sono una vera e propria
istituzione, in Giappone, e sono nati come risposta alla carenza di abitazioni. Con famiglie talvolta
molto estese e stipate in piccoli appartamenti, mamma e pap hanno bisogno di un posticino dove stare
da soli ogni tanto: di qui lo sviluppo dei rabu hoteru, camere con tariffe a ore oppure per periodi pi
lunghi, famose per la discrezione del personale e per il fatto di non richiedere carte di credito all'atto
della registrazione. Alcuni sono addirittura esagerati, con stanze a tema che riproducono bagni romani
o arredamenti all'americana, a met tra Disneyland e un bordello.
Oltre che per la carenza di abitazioni, questi alberghi nacque-ro anche perch invitare un
estraneo a casa propria, in Giappone, ha un significato molto pi intimo che negli Stati Uniti. Ci sono
moltissime donne giapponesi che concedono a un uomo di entrare dentro di loro ben prima che in casa
loro, e gli alberghi dell'amore servono anche questa fascia di clientela.
Ma i nostri nemici non erano stupidi. Avrebbero potuto immaginare che per avere un posto
sicuro saremmo ricorsi a un albergo dell'amore. Quella, quantomeno, sarebbe stata la mia supposizione,
se fossi stato in loro. In ogni caso, dato che a Tokyo ci sono almeno diecimila rabu hoteru, gli
inseguitori avrebbero comunque avuto un bel daffare per trovarci.
Scendemmo dal taxi e raggiungemmo a piedi l'isolato 2 di Shibuya, gremito di piccoli hotel
dell'amore. Ne scelsi uno a caso, e all'anziana donna che trovammo alla reception dissi che volevamo
una stanza con bagno, per uno yasumi: un soggiorno prolungato, non solo di qualche ora. Posai il
denaro sul banco, e la donna, dopo aver frugato in un cassetto, afferr una chiave e ce la porse.
Prendemmo l'ascensore fino al terzo piano e trovammo la nostra stanza in fondo a un breve corridoio,
aprii la porta e feci entrare per prima Midori, seguendola subito dopo e richiudendo la porta alle nostre
spalle. Appena entrati ci to-gliemmo le scarpe. C'era un solo letto - i letti separati, in un albergo
dell'amore, sarebbero sembrati fuori luogo non meno di una bibbia - ma nella stanza c'era anche un
divano non troppo piccolo su cui avrei potuto rannicchiarmi.
Midori si sedette sul bordo del letto e mi guard in faccia.
Eccoci qua, disse, in tono neutro. Stasera c'erano tre uomini che mi aspettavano nel mio
appartamento. Dicevano di essere poliziotti, ma chiaramente non lo erano, o, ammesso che lo fossero,
dovevano essere impegnati in una qualche missione segreta. Potrei sospettare che tu sia d'accordo con
loro, ma ho visto quanto male gli hai fatto. Mi hai chiesto di seguirti in un posto sicuro, dicendomi che
mi avresti spiegato tutto. Sono tutta orecchi.
Io annuii, cercando le parole pi adatte per cominciare. Tu sai che tutto questo ha a che fare
con tuo padre.
Quegli uomini dicevano che era in possesso di qualcosa di cui loro avevano bisogno.
Esatto, e ora sono convinti che sia tu ad avere questa cosa.
Non so come abbiano potuto convincersene.
La guardai negli occhi. Secondo me, lo sai.
Credi un po' quel che ti pare.
Sai che cosa c' che non quadra in questa storia, Midori?
Tre uomini ti aspettano nel tuo appartamento e ti maltrattano un po', dopo di che io sbuco come
dal nulla e li maltratto un bel po', e tutto questo difficilmente rientra in una normale giornata di una
pianista jazz. Eppure, non ti ho sentita neanche una volta accennare all'idea di chiamare la polizia.
Midori non rispose.
Vuoi chiamarla? Puoi farlo, se vuoi.
Rest seduta di fronte a me, con le narici in preda a un lieve fremito, le dita che tamburellavano
sul bordo del letto. "Maledizione", pensai. "Che cosa mi nasconde?"
Raccontami di tuo padre, Midori. Ti prego, non posso aiutarti, se non mi dici tutto.
Balz in piedi di scatto e mi squadr in viso. Dirti tutto?
sibil. No, sei tu che devi dire tutto a me! Dimmi immediatamente chi cazzo sei, altrimenti
giuro che vado alla polizia, e me ne frego delle conseguenze!
"Be', facciamo progressi..." pensai. Che cosa vuoi sapere?
Tutto!
Okay.
Per cominciare: chi erano quegli uomini che mi aspettavano in casa?
Okay.
Chi erano?
Non lo so.
Per sapevi della loro presenza.
Si sarebbe aggrappata a quel filo e non avrebbe mollato finch l'intera tela non si fosse disfatta.
Non sapevo come evitarlo.
S.
E come?
Perch il tuo appartamento  pieno di microspie.
Ah, il mio appartamento  pieno di microspie... Sei in com-butta con quegli uomini?
No.
Ti dispiacerebbe smetterla di rispondermi a monosillabi? Se il mio appartamento  pieno di
microspie, chi ce le ha messe?
Tu?
Colpito. S.
Mi guard per un lungo istante, dopo di che torn a sedersi sul letto. Per chi lavori?
domand, in tono neutro.
Non ha importanza.
Trascorso un altro lungo attimo di silenzio, senza cambiare tono, disse: Dimmi almeno che
cosa vuoi.
La fissai in silenzio, finch lei non mi guard negli occhi.
Voglio essere sicuro che non ti succeda nulla di male...
L'espressione del suo viso era indecifrabile. E come?
Queste persone ti stanno inseguendo perch credono che tu abbia qualcosa che pu
danneggiarli. Non so di che cosa si tratti, ma finch saranno convinti che tu ne sei in possesso, non
potrai considerarti al sicuro.
Se io consegnassi questa cosa a te, per...
Finch non scoprir che cos', non posso neanche sapere se darla a me pu bastare. Te l'ho
detto: non sono interessato a quello che quegli uomini stavano cercando. Mi interessa soltanto che non
ti facciano del male.
Ti rendi conto dell'effetto che fa, una cosa del genere, dal mio punto di vista? "Tu dimmi tutto,
che poi ti aiuto."
Certo, me ne rendo conto.
Non ne sono completamente sicura.
Non ha importanza. Raccontami di tuo padre.
Segu un lungo silenzio. Sapevo che cosa stava per dire, e lei, puntualmente, lo disse: Ora
capisco perch mi facevi tutte quelle domande, prima. Sei venuto da Alfie e... Mio Dio!
Dall'inizio... Tu mi hai usata fin dal primo momento.
C' del vero in quello che dici, ma non tutto. Ora, dimmi di tuo padre.
No.
Sentii affluire la rabbia alla testa. "Calma, John." Anche il giornalista, te l'ha domandato.
Vero? Bulfinch... Che cosa gli hai detto?
Mi fiss, cercando di intuire quanto e che cosa sapessi. Non so di che cosa parli.
Mi voltai verso la porta e pensai: "Vattene, John! Vattene vi-a!"
E invece dissi: Ascoltami, Midori. Io potrei uscire da quella porta e sparire. Sei tu quella che
non pu pi dormire a casa sua, che ha paura di andare dalla polizia, che non pu tornare a fare la sua
vita. Quindi, o trovi un modo per venirmi incontro, in questa faccenda, o dovrai cercare una soluzione
da sola.
Ci fu una pausa lunghissima - un minuto, forse - dopo di che Midori disse: Bulfinch mi ha
detto che mio padre doveva consegnargli qualcosa, la mattina in cui  morto, ma non c' riuscito.
Voleva sapere se l'avesse data a me o se io sapevo dove fosse, questa cosa.
Che cos'?
Un disco per computer. Non mi ha detto altro. Ha spiegato che se mi avesse detto di pi, mi
avrebbe messo in pericolo.
Ti ha compromesso semplicemente incontrandoti. Fuori da Alfie c'era qualcuno che lo stava
pedinando. Con le dita eser-citai una leggera pressione sugli occhi. Sai qualcosa di questo disco?
No.
La osservai, per stabilire se fosse vero. Forse non c' bisogno che te lo dica, ma la gente che
vuole averlo non si fa particolari problemi sul modo in cui ottenerlo.
Me ne sono accorta.
Okay. Mettiamo insieme i pezzi che abbiamo in mano. Tutti credono che tuo padre ti abbia
detto o dato qualcosa.  cos?
Ti ha forse detto qualcosa o ti ha consegnato documenti o altre cose da lui ritenute importanti?
No, non che io ricordi.
Sforzati. La chiave di una cassetta di sicurezza... Di un ar-madietto... Non ti ha parlato di
qualcosa che aveva nascosto o che teneva custodito da qualche parte?
No, rispose Midori, dopo averci pensato un attimo. Niente.
Poteva darsi che mi stesse nascondendo qualcosa, lo sapevo.
Di certo, aveva ottime ragioni per non fidarsi di me.
Tu, per, sai qualcosa, dissi. Altrimenti, andresti dalla polizia.
Incroci le braccia sul petto e mi guard.
Per carit, Midori: parla! Lascia che ti aiuti.
Non  quello che speri, disse.
Io non spero proprio niente. Qualunque cosa tu sappia, dimmela.
Tacque a lungo, ma a un certo punto disse: Ti ho detto che, per molto tempo, io e mio padre...
siamo stati come estranei l'uno per l'altra. Cominci tutto quando io, da ragazza, iniziai a capire un po'
come funzionava il sistema politico giapponese e quale fosse il ruolo di mio padre in questo sistema.
Si alz in piedi e cominci a gironzolare per la stanza, senza guardarmi. Era un membro
dell'apparato del partito liberal-democratico, impegnato a fare carriera nel vecchio Kensetsusho, il
ministero dei lavori pubblici. Quando il Kensetsusho si trasform nel Kokudokotsusho, mio padre
venne nominato vi-ce-ministro con delega al territorio e alle infrastrutture, ossia alle opere pubbliche.
Sai che cosa significa, questo, in Giappone?
So qualcosa: i programmi di opere pubbliche comportano un cospicuo passaggio di denaro
dalle mani dei politici e delle imprese costruttrici a quelle della yakuza.
E la yakuza, in cambio, fornisce "protezione", risolve le vertenze e fa pressione per conto
dell'industria edilizia. Imprese costruttrici e yakuza sono come gemelli siamesi. Sapevi che le piccole
ditte di costruzioni vengono chiamate gumi?
Gumi  l'equivalente di gang, di organizzazione, ed  lo stesso termine utilizzato dagli
yakuza per autodefinirsi. I gumi, in origine, erano gruppi di sbandati che, dopo la seconda guerra
mondiale, si mettevano al servizio di boss pi o meno potenti svolgendo per essi ogni sorta di lavoro
per sopravvivere. Quelle bande, alla fine, si trasformarono in quelle che oggi sono le gang di mafiosi e
le ditte di costruzioni.
Lo so, dissi.
Allora sai anche che, dopo la guerra, tra imprese di costruzioni avversarie ci furono vere e
proprie guerre, talmente cruente che la polizia aveva paura di intervenire. Per mettere fine alle lotte fu
allora istituito un sistema di aste pubbliche truffaldino. Be', questo sistema esiste ancora, ed era mio
padre che lo dirigeva.
Midori scoppi a ridere. Ricordi, nel 1994, quando fu costruito l'aeroporto internazionale
Kansai di Osaka? L'aeroporto cost quattordici miliardi di dollari, e tutti volevano la loro parte. Ricordi
che, sempre in quell'anno, venne ucciso Takumi Masaru, il boss yakuza dello Yamaguchi Gumi? Lo
eliminaro-no perch non voleva condividere i profitti dovuti alla costruzione dell'aeroporto. Fu mio
padre a ordinarne l'eliminazione, per placare le ire degli altri boss.
Cristo, Midori, commentai io, a bassa voce. Te le ha dette tuo padre, queste cose?
S, quando ha scoperto che gli rimaneva poco da vivere.
Aveva bisogno di confessarsi.
Aspettai che si decidesse a proseguire.
Gli yakuza con i tatuaggi e gli occhiali da sole - quelli che si vedono nelle zone pi malfamate
di Shinjuku - sono semplici strumenti nelle mani di gente come mio padre, disse, continuando a
muoversi lentamente per la stanza. Quella gente fa parte di un sistema. I politici approvano opere
pubbliche inutili che alimentano le imprese costruttrici. Queste consentono ai politici di utilizzare i loro
dipendenti come "volontari" in occasione delle campagne elettorali. I burocrati del ministero dei lavori
pubblici ottengono, una volta in pensione, la carica di
"consulente" in imprese costruttrici (auto con autista e altri benefit, senza dover svolgere alcun
lavoro). Ogni anno, nel corso delle sedute per l'approvazione delle leggi di bilancio, funzionari dei
ministeri delle finanze e dei lavori pubblici si in-contrano con gli uomini politici fedeli all'industria
delle costruzioni per decidere come spartire la torta.
Si ferm per guardarmi in faccia. Lo sai che il Giappone ha un territorio che  il 4 per cento di
quello americano e una popolazione che  la met di quella statunitense, ma una spesa per opere
pubbliche di un terzo superiore a quella USA? Secondo alcune stime, negli ultimi dieci anni almeno
tremila miliardi di yen dello stato sono finiti nelle tasche della yakuza attraverso il canale dei lavori
pubblici.
"Tremila miliardi di yen?" pensai. "Una cifra vicina ai cento miliardi di dollari. E pensare che
con me, quei bastardi, lesina-vano i soldi."
S, certo. Queste cose, pi o meno, le so, dissi. Tuo padre aveva deciso di spifferare tutto?
S. Quando gli hanno diagnosticato la malattia, mi ha telefonato. Non ci sentivamo da un anno.
Mi disse che doveva parlarmi di una cosa importante e venne a trovarmi a casa. Era passato cos tanto
tempo dall'ultima volta che ci eravamo visti che pensai subito potesse trattarsi della sua salute, del suo
cuore. Mi parve invecchiato, dall'ultima volta, e capii di aver visto giusto, o quasi.
Preparai un t e ci sedemmo l'uno di fronte all'altra in cucina. Gli parlai della musica su cui
stavo lavorando, ma non avrei potuto domandargli del suo lavoro, cosicch non c'era praticamente
nulla di cui parlare. Alla fine, mi decisi. "Di che cosa volevi parlarmi, pap?"
"Taishita koto jaa nai", mi disse. "Niente di grande." Dopo di che mi guard e sorrise, con uno
sguardo dolce, ma triste, e per un attimo ebbi l'impressione che stesse guardandomi come faceva
quando ero bambina. "Ho scoperto di non avere pi molto da vivere", mi disse. "Anzi, mi resta ben
poco: un mese, forse due. Un po' di pi se decido di sottopormi a radiazioni e altre cure, ma non ne ho
proprio intenzione. La cosa pi strana  che quando me l'hanno detto non me n' importato granch, e
non ne sono stato neppure tanto sorpreso." A quel punto, gli vennero le lacrime agli occhi, come mai
gli era accaduto in mia presenza. "Quello che mi inquieta", aggiunse poi, "non  dover morire, ma aver
gi perso mia figlia."
Con un movimento rapido ed essenziale, Midori sollev la mano destra per passarla
delicatamente prima sotto un occhio e poi sotto l'altro. Mi parl di tutti gli affari in cui era stato
coinvolto, di tutto quello che aveva fatto. Mi disse che voleva fa-re qualcosa per rimediare, che avrebbe
dovuto farlo gi da molto se non fosse stato un codardo, poich sapeva che questo gli sarebbe costato la
vita. Disse anche che aveva paura per me, che la gente con cui aveva sempre trafficato non avrebbe
esitato a colpire un familiare per mandare un messaggio. Aveva in mente di fare qualcosa al pi presto,
qualcosa di giusto, ma temeva che io potessi trovarmi in pericolo.
Che cosa aveva in mente di fare?
Non lo so, ma io gli dissi che non potevo accettare di essere ostaggio di un sistema corrotto,
che se davvero voleva riconciliarsi con me, avrebbe dovuto agire senza preoccuparsi di quello che mi
sarebbe potuto accadere.
Ci riflettei. Sei stata coraggiosa.
Midori mi guard, con l'aria di chi aveva perfettamente recuperato il controllo della situazione.
Neanche tanto. Non dimenticare che io sono una radicai.
Be', sappiamo che era in contatto con quel Bulfinch, il giornalista, a cui avrebbe dovuto
consegnare un disco. Dobbiamo cercare di capire che cosa c'era scritto su quel dischetto.
E come?
Contattando direttamente Bulfinch, direi.
E che cosa gli diremo?
A questo non ho ancora pensato.
Restammo in silenzio per un minuto, durante il quale mi sentii sopraffare dallo sfinimento.
Perch non dormiamo un po'? proposi. Io mi sdraio sul divano. Domani mattina, ne
riparliamo. Tutto ci apparir pi chiaro.
Difficile, infatti, che la situazione diventasse pi nera di cos.
12
L'indomani mattina mi alzai di buon ora e andai diritto alla stazione Shibuya, dicendo a Midori
che l'avrei chiamata di l a poco sul cellulare, non appena mi fossi procurato alcune cose che mi
servivano. Avevo alcuni oggetti nascosti nel mio appartamento, a Sengoku, tra cui un passaporto falso,
che poteva tornare utile nel caso in cui avessi dovuto lasciare il paese all'improvviso. Le dissi di uscire
solo in caso di vera necessit, sapendo che a un certo punto avrebbe pur dovuto mangiare o comprarsi
un cambio di vestiti, e di non usare la carta di credito. Le dissi anche, nell'ipotesi che qualcun altro
avesse il suo numero di cellulare, che avremmo dovuto parlare poco, per telefono, tenendo sempre
presente che poteva esserci qualcuno in ascolto.
Presi la linea Yamanote fino a Ikebukuro, un'affollata e anonima zona commerciale e di svago
nel quadrante nordorientale della citt. Davanti alla stazione omonima, fermai un taxi e mi feci portare
a Hakusan, quartiere residenziale a dieci minuti di cammino dal mio appartamento, da dove consultai
l'indirizzo di posta vocale collegato al mio telefono di casa.
Il mio apparecchio aveva alcune speciali caratteristiche. In qualsiasi momento e da qualsiasi
luogo, posso stabilire un contatto e attivare silenziosamente un altoparlante incorporato che lo
trasforma, di fatto, in una radio-trasmittente. Il dispositivo possiede anche un'attivazione sonora: se c'
rumore nella stanza - una voce, ad esempio - l'altoparlante incorporato nel telefono si mette
silenziosamente in funzione e chiama un numero di posta vocale che ho negli States, dove la
concorrenza tra le compagnie di telecomunicazioni fa s che i prezzi di questi servizi siano ancora
accettabili. Prima di rientrare in casa, chiamo sempre il mio numero di posta vocale, cos se qualcuno si
 introdotto in casa mia durante la mia assenza, lo scopro in anticipo.
A dir la verit, questo telefono  praticamente inutile. E non solo perch non  mai successo che
qualcuno sia entrato in casa mia senza essere invitato. Il fatto  che nessuno sa dove abito.
Pago l'affitto di un monolocale a Ochanomizu, ma non ci vado mai. L'appartamento di Sengoku,
invece,  affittato a nome di una ditta con cui non ho alcun legame. Se si lavora in questo campo,
conviene sempre avere almeno un paio di identit di riserva.
Guardai a destra e a sinistra, lungo la strada, ascoltando i rumori elettronici con i quali la
telefonata si faceva strada sotto l'Oceano Pacifico. Quando il collegamento fu stabilito, digitai il mio
codice personale.
Tutte le volte che avevo svolto questa operazione, a parte i casi in cui periodicamente collaudo
il sistema, avevo sempre sentito una meccanica voce femminile che diceva: Non ci so-no chiamate.
Mi aspettavo di sentirla anche quel giorno.
Il messaggio, invece, diceva: Lei ha una chiamata.
Figlio di puttana. Ne fui cos sorpreso che non riuscivo a ricordare quale pulsante dovessi
premere per ascoltare il messaggio, e fu quella stessa voce meccanica a suggerirmelo. Praticamente
senza fiato, schiacciai il tasto 1.
Sentii una voce maschile, che parlava in giapponese. Il posto  piccolo. Difficile prenderlo di
sorpresa quando rientra.
Un'altra voce maschile, sempre in giapponese: Aspetta qui.
Sul lato del genkan. Quando arriva, usa lo spray al pepe.
Conoscevo quella voce, ma ci impiegai un minuto a identifi-carla: ero abituato a sentirlo parlare
in inglese.
Benny.
E se rifiuta di parlare?
Parler.
Stavo stringendo il telefono nella mano. Che pezzo di merda! Come ha fatto a rintracciarmi?
Quando era stato registrato quel messaggio? Qual era il tasto delle funzioni speciali?
Maledizione, avrei dovuto esercitarmi un po' di pi con questo affare per non trovarmi in questa
situazione. Mi ero adagiato. Premetti il tasto 6, che mand avanti rapidamente il messaggio. Merda.
Provai con il 5. La donna meccanica mi inform che quel messaggio era stato registrato da un
chiamante esterno alle due del pomeriggio, ora della Ca-lifornia, il che significava che nel mio
appartamento erano entrati alle sette di quel mattino, ossia un'ora prima, all'incirca.
Okay, dovevo cambiare i miei piani. Salvai il messaggio, interruppi la comunicazione e
telefonai a Midori sul suo cellulare. Le dissi che avevo scoperto qualcosa di importante e che gliene
avrei parlato al mio ritorno, pregandola di aspettarmi anche se avessi tardato. Quindi tornai verso
Sugamo, un tempo sede di una famosa prigione per criminali di guerra giapponesi, ora pi noto per il
quartiere a luci rosse e i relativi alberghi dell'amore.
Scelsi l'albergo pi vicino a Sengoku. Mi diedero una stanza umida, ma non aveva importanza:
mi serviva soltanto una base, per non dovermi preoccupare della batteria del telefonino che si scaricava
e per avere un posto dove aspettare.
Digitai il numero del mio appartamento. Non fece alcuno squillo, ma riuscii ugualmente a
capire quando la connessione fu stabilita. Mi sedetti e aspettai, restando in ascolto, ma tra-scorsa una
buona mezz'ora non avevo ancora sentito il bench minimo rumore, cosicch cominciai a domandarmi
se, per ca-so, non se ne fossero andati. All'improvviso, per, udii il rumore di una sedia spostata sul
pavimento di legno, alcuni passi e l'inconfondibile rumore di una pisciata. Erano ancora l.
Restai seduto cos tutto il giorno, ad ascoltare il nulla. L'unica consolazione era che dovevano
essere non meno annoiati di me. E speravo che fossero almeno altrettanto affamati.
Verso le sei e mezza di sera, mentre facevo alcuni esercizi di stretching da judoka per
sgranchirmi, sentii suonare un telefono nel mio appartamento di Sengoku. Sembravo il trillo di un
cellulare. Fu Benny a rispondere. Dopo alcuni grugniti di assenso, disse: Ho un affare da sbrigare a
Shibakoen: dovrei cavarmela in poche ore.
Sentii l'interlocutore di Benny che rispondeva - Hai - ma ormai non stavo pi davvero
ascoltando. Per andare a Shibakoen Benny avrebbe dovuto prendere, dalla stazione di Sengoku, la linea
Mita del metr in direzione sud. Di certo, non si sarebbe mosso con un'auto privata: i trasporti pubblici
consentono un profilo decisamente pi basso, e poi, comunque, non ci sono parcheggi per non
residenti, a Sengoku. Per raggiungere la stazione, dal mio appartamento, avrebbe potuto scegliere pi o
meno a caso tra una mezza dozzina di vie parallele e perpendicolari, che furono proprio una delle
ragioni per cui, in origine, avevo scelto quel posto. La stazione era troppo affollata: l non avrei potuto
intercettarlo. Per non parlare del fatto che non sapevo neppure che faccia avesse. Dovevo prenderlo
mentre usciva dal mio appartamento, altrimenti avrei perso le sue tracce.
Uscii a razzo dalla stanza e corsi gi per le scale. Una volta in strada, attraversai la
Hakusan-dori per poi svoltare a sinistra lungo l'arteria che mi avrebbe portato fino alla via in cui
abitavo. Cercai di correre il pi veloce possibile, senza per mai staccarmi troppo dagli edifici a cui
passavo accanto, per non farmi vedere da Benny. Se sapeva dove abitavo, non potevo pi essere sicuro
che non conoscesse anche la mia faccia.
Quando fui a una quindicina di metri dall'incrocio con la mia via, rallentai il passo e avanzai
rasente il muro esterno di una casa recintata, cercando di controllare la respirazione. All'angolo mi
rannicchiai e sbirciai sulla destra. Nessuna traccia di Benny. Non erano passati pi di quattro minuti da
quando avevo interrotto l'ascolto. Ero abbastanza fiducioso: non poteva essere uscito.
C'era un lampione esattamente sopra di me, ma dovetti aspettare l. Non sapevo se, una volta
uscito dal palazzo, Benny avrebbe svoltato a destra o a sinistra, e io dovevo essere in condizioni di
vederlo, in quel momento. Poi, quando fossi riuscito a mettergli le mani addosso, avrei potuto
trascinarlo in un angolo buio.
La mia respirazione era ormai tornata alla normalit quando sentii sbattere il portone del
palazzo in cui abitavo. Sorrisi. I residenti sanno che quel portone sbatte e fanno molta attenzione a
richiuderlo delicatamente.
Tornai ad accucciarmi e diedi un'altra prudente occhiata dietro l'angolo. Un giapponese
cicciottello veniva spedito nella mia direzione. Lo stesso tizio che avevo visto con la valigetta da
diplomatico nella stazione del metr di Jinbocho. Benny...
Avrei dovuto immaginarlo.
Mi alzai in piedi e attesi ascoltando il rumore sempre pi forte dei suoi passi. Quando dedussi
che dovesse essere a circa un metro di distanza, uscii allo scoperto.
Si blocc di colpo, strabuzzando gli occhi. Mi conosceva, questo fu subito chiaro. Prima che
potesse dire alcunch, gli ri-filai due montanti all'addome. Croll a terra con un grugnito.
Gli andai dietro e gli afferrai la mano destra torcendogli il polso con una stretta cos dolorosa da
indurlo all'obbedienza. Poi lo strattonai con violenza facendolo urlare.
In piedi, Benny. E muoviti, senn ti spezzo il braccio.
Gli torsi di nuovo il polso con violenza per conferire maggiore enfasi all'ordine. Si alz
ansimando e inspirando affannosamente.
Lo spinsi dietro l'angolo, lo sbattei con la faccia contro il muro e lo perquisii in fretta. Gli trovai
un cellulare nella tasca della giacca e glielo presi, ma nient'altro.
Gli diedi un ultimo strattone al braccio, quindi lo feci girare scaraventandolo contro il muro.
Grugn, ma non aveva ancora recuperato abbastanza fiato per fare altro. Gli strinsi la trachea con le dita
di una mano, mentre con l'altra gli afferrai le palle.
Benny. Ascoltami molto bene. Lui cerc di divincolarsi e io gli serrai la trachea con pi
forza. Lui cap al volo. Voglio sapere che cosa sta succedendo. Voglio dei nomi, e sar meglio che
siano nomi che io conosco.
Allentai leggermente la presa per lasciargli inspirare un po'
di ossigeno. Non posso dirti niente, lo sai, rantol.
Tornai a serrargli la gola con forza. Non ti far del male se mi dirai quello che voglio sapere,
ma se non parli, sar costretto a prendermela con te. Lo capisci? Se ti sbrighi, nessuno verr mai a
saperlo. Di nuovo, accentuai la pressione sulla trachea, impedendo qualsiasi passaggio di ossigeno per
alcuni secondi. Gli dissi di fare un cenno con il capo in caso di assenso, e dopo un paio di secondi
senz'aria, lui annu. Io decisi di tem-poreggiare comunque per qualche altro secondo, e quando i suoi
cenni si fecero pi decisi, allentai la pressione.
Holtzer, Holtzer, gracchi. Bill Holtzer.
Mi cost fatica, ma non mostrai alcuna sorpresa nel sentir pronunciare quel nome. Chi 
Holtzer?
Benny mi guard con gli occhi sbarrati. Lo conosci! Dai tempi del Vietnam. Questo, almeno, 
quello che mi ha detto lui.
Che cosa ci fa a Tokyo?
 della CIA.  a capo del distaccamento di Tokyo.
A capo di un distaccamento? Incredibile. Evidentemente, non aveva ancora perso la capacit di
leccare i culi giusti.
Sei anche tu uno schifoso agente della CIA, Benny? Anche tu?
Mi pagano, rispose lui, respirando a fatica. Mi servivano i soldi.
Perch mi sta dando la caccia? gli domandai, scrutandolo negli occhi. Io e Holtzer ci eravamo
scontrati, in Vietnam, ma alla fine era stato lui ad avere la meglio. Non capivo perch dovesse ancora
avercela con me, nonostante io continuassi ad avercela con lui.
Mi ha detto che tu sai dove si trova un certo disco per computer, e io ho il compito di
portarglielo.
Quale disco?
Non lo so. So soltanto che se finisse nelle mani sbagliate potrebbe nuocere alla sicurezza
nazionale degli Stati Uniti.
Lascia perdere questo tono da burocrate dei miei stivali, Benny. Che cosa c' su quel
dischetto?
Non lo so! Holtzer non me l'ha detto. Non era necessario...
Perch mai avrebbe dovuto dirmelo? Io sono una semplice pedina: nessuno viene a dirmi certe
cose.
Chi  il tizio che era con te a casa mia?
Di quale tizio...? cominci a dire, ma io gli richiusi la trachea prima che potesse finire la
frase. Cerc di inspirare aria, prov ad allontanarmi, ma non ci riusc. Dopo qualche secondo, allentai
la presa.
Se mi costringi ancora una volta a ripeterti una domanda, o se provi di nuovo a mentirmi,
Benny, ti giuro che la paghi. Chi c' in casa mia?
Non lo conosco, disse, socchiudendo gli occhi e degluten-do. Lavora per il Boeicho
Boeikyoku.  Holtzer che tiene i contatti. Mi ha semplicemente detto di portarlo a casa tua per dargli
modo di interrogarti.
Il Boeicho Boeikyoku  l'equivalente giapponese della CIA.
Perch mi pedinavi a Jinbocho? gli domandai.
Semplice sorveglianza. Stavo cercando il disco.
Come hai fatto a scoprire dove abito?
 stato Holtzer a darmi l'indirizzo.
E lui come l'ha trovato?
Non lo so. Me l'ha dato e basta.
Qual  il tuo ruolo in questa vicenda?
Domande, solo domande: sto cercando quel disco.
Che cosa mi sarebbe capitato, una volta che avessi risposto alle vostre domande?
Niente. Loro vogliono soltanto quel disco.
Tornai a serrargli la gola. Stronzate, Benny! Neanche tu potresti essere cos stupido. Tu sai
bene quel che sarebbe successo dopo, anche se non avresti di certo avuto le palle per occu-partene
personalmente.
Il quadro cominciava a prendere forma. Mi pareva di vederlo: Holtzer chiede a Benny di portare
questo tizio del Boeikyoku a casa mia per interrogarmi; Benny si rende conto di quello che sta per
succedere e si spaventa, ma non pu tirarsi indietro. Forse, razionalizzando, conclude che in fondo non
 affar suo; e poi ci penser quello del Boeikyoku a fare il lavoro sporco. Benny non sarebbe stato
neppure costretto ad assistere.
Che essere subdolo e vile... Gli strizzai con violenza le palle, chiudendogli
contemporaneamente le vie respiratorie per impedirgli di strillare. Poco dopo, mollai la presa in
entrambi i punti e Benny si accasci al suolo, in preda a conati di vomito.
Okay, Benny: ora ti spiego quel che dovrai fare, dissi.
Devi chiamare il tuo collega che  rimasto a casa mia. So che ha un cellulare. Digli che stai
chiamando dalla stazione del me-tr. Mi hai individuato, e hai bisogno che lui ti raggiunga
immediatamente sul posto. Usa le mie parole precise. Se fai di testa tua o ti sento dire qualcosa che non
corrisponde perfettamente a questo messaggio, giuro che ti ammazzo. Se farai co-me ti ho detto, sei
salvo. Naturalmente, era possibile che questa gente avesse un codice negativo, in base al quale
l'assenza di un determinato segnale sarebbe stata sufficiente a indicare un qualche problema, ma
dubitavo che fossero cos preparati.
Inoltre, in occasione della chiamata che Benny aveva ricevuto quando era in casa mia, non mi
era parso di cogliere nulla di questo genere. Benny mi guard con occhi imploranti. Mi la-scerai
andare?
Se eseguirai alla lettera gli ordini. Gli passai il suo telefonino.
Benny esegu, esattamente come io gli avevo prescritto. Il tono di voce mi parve abbastanza
fermo. Quando ebbe finito, gli ripresi il cellulare. Continuava a guardarmi dal basso verso l'alto,
inginocchiato ai miei piedi. Posso andare, adesso?
domand.
Subito, per, vide i miei occhi. Me l'hai promesso! Me l'hai promesso! ansim. Ti prego, io
stavo solo obbedendo agli ordini. Disse proprio cos.
Gli ordini sono una fregatura, dissi io, guardandolo dall'al-to in basso.
Cominciava ad andare in iperventilazione. Non uccidermi: ho moglie e figli!
Mi stavo gi mettendo in posizione. Far mandare dei fiori, gli bisbigliai, quindi lo colpii col
taglio della mano sulla nuca. Sentii le sue vertebre andare in pezzi e lui ebbe uno spa-smo, prima di
accasciarsi a terra.
Non potevo far altro che lasciarlo l dov'era. Ma il mio appartamento era terra bruciata, ormai, e
avrei dovuto trovarmene un altro.
Scavalcai il corpo di Benny e tornai al vicino parcheggio.
Udii il portone di casa mia che si chiudeva sbattendo.
La parte anteriore del parcheggio era recintata con funi legate a paletti piantati nella sabbia.
Presi un pugno di sabbia e tornai alla mia postazione all'angolo del muro, sbirciando oltre il bordo. Non
vidi il compagno di Benny. Merda, era riuscito a percorrere la stradina che collegava la mia via con
quella paral-lela, a circa quindici metri di distanza da casa mia. Ero convinto che si sarebbe tenuto sulle
vie principali.
Era un bel problema. Ora lui si trovava davanti a me, e io non avrei potuto appostarmi da
nessuna parte per aspettarlo.
Inoltre, non sapevo neanche che faccia avesse. Se era riuscito a raggiungere la via principale
che conduceva alla stazione, non sarei stato in grado di distinguerlo in mezzo alla folla. Dovevo
sbrigarmi.
Mi lanciai di corsa lungo la via per fermarmi a pochi passi dalla stradina. Diedi una rapida
occhiata dietro l'angolo e vidi una figura solitaria che si allontanava.
Mi guardai intorno alla ricerca di un'arma, ma non trovai nulla che potesse fungere da bastone.
Peccato.
Imboccai la stradina, tenendomi a circa sette metri di distanza da quell'uomo. Indossava un
giubbotto di pelle e aveva una corporatura tarchiata e forte. Anche da dietro risaltava il suo collo
taurino. Portava con s qualcosa: un bastone, all'apparen-za. Male. Avrei dovuto contare sulla sabbia.
Avevo ridotto la distanza a tre metri e stavo quasi per ri-chiamare la sua attenzione quando lui
si volt. Io non avevo fatto il minimo rumore e avevo perlopi tenuto gli occhi fissi altrove, cercando di
distogliere da lui la mia attenzione.
Dev'esserci, nell'essere umano, un qualche primitivo istinto animale che ti avverte quando sei
inseguito da qualcuno. Io lo avevo imparato in guerra, ma avevo anche imparato a non causare le
vibrazioni che innescano i sistemi di allarme delle persone. Quel tizio era dotato di antenne molto
sensibili.
Si volt e rest a guardarmi, con un'espressione confusa.
Benny gli aveva detto che ero stato individuato alla stazione, e io invece arrivavo dalla
direzione opposta. Stava cercando di risolvere la contraddizione a livello di computer centrale.
Vidi le sue orecchie bitorzolute come cavolfiori, sfigurate da colpi ripetuti. Gli judoka e i
kendoka giapponesi sono contrari all'uso di protezioni: chi pratica questi sport sfoggia a volte lobi
martoriati dai continui calci ricevuti sul tatami o dai colpi di spada di bamb nel kendo come medaglie
al valore. A un qualche livello della mia coscienza presi atto delle sue potenziali abilit.
Feci appello a tutte le mie risorse per dare l'impressione di essere un semplice passante la cui
unica intenzione fosse di ag-girarlo, al solo scopo di guadagnare qualche secondo. Mi spostai a sinistra
e avanzai di altri due passi. Vidi rapprendersi sul suo volto l'espressione di chi comincia a riconoscere.
Vidi il bastone alzarsi come al rallentatore, e il piede sinistro dell'uo-mo spingersi in avanti per
conferire maggiore potenza al colpo.
Gli gettai la sabbia in faccia e mi spostai di lato. La sua testa rincul, ma il movimento del
bastone non si interruppe, e il colpo si abbatt una frazione di secondo pi tardi alla cieca.
Nonostante il colpo fosse potente, lui riusc a bloccarlo rapidamente, non appena si rese conto
di aver mancato il bersaglio, per lasciar partire, con la stessa fluida rapidit, un fendente orizzontale. Io
indietreggiai diagonalmente, fuori dalla portata del suo assalto, rimanendo in piedi. Vidi la sua
espressione contorta, i suoi occhi serrati. La sabbia lo aveva colpito in pieno. Il fatto che lui si
trattenesse dallo strofinarsi gli occhi con le mani era segno di notevole disciplina. In compenso, per,
non vedeva niente.
Mosse cautamente un passo in avanti, proteggendosi con il bastone. Gli occhi cominciavano a
lacrimargli. Pur rendendosi conto della mia presenza davanti a lui, non era in grado di loca-lizzarmi con
precisione.
Dovetti attendere che mi passasse accanto per fare la mia mossa. Avevo avuto modo di vedere
quanto era rapido con quel bastone.
Lui mantenne la posizione, le narici frementi quasi stesse cercando di sentire il mio odore.
"Cristo, come fa a non strofinarsi gli occhi?" pensai. "Deve fargli un male atroce." Con un acuto kiyai
fece un balzo in avanti, fendendo orizzontalmente l'aria con il bastone a mezza altezza. La sua
supposizione, per, si rivel errata: io ero molto pi indietro. Fece due lunghi passi all'indietro, e con la
mano sinistra abbandon la presa sul bastone e cominci disperatamente a strofinarsi gli occhi.
Non aspettavo altro. Mi slanciai in avanti, sollevando il pugno destro per colpirlo alla clavicola.
Ci misi molta forza, ma all'ultimo istante, lui riusc a spostarsi leggermente, attutendo il colpo con i
muscoli trapezoidali. Feci partire allora una gomitata di sinistro, con l'intenzione di colpirlo allo
sfenoide, andando per a centrare l'orecchio.
Prima che potessi sferrare un altro colpo, lui fece passare il bastone dietro le mie spalle per
afferrarne la punta con la mano libera, dopo di che mi tir verso di s con un abbraccio violento, con il
bastone che mi si tagliava la schiena. Lui si inarc all'indietro e i miei piedi si staccarono da terra.
Restai senza fiato, sentendo un atroce dolore esplodermi nei reni.
Cercai di resistere all'impulso di divincolarmi, ben sapendo di non poter eguagliare la sua forza.
Gli cinsi il collo con le braccia e mi avvinghiai con le gambe dietro la sua schiena. Avevo l'impressione
che il suo bastone stesse per recidermi la spina dorsale.
La mia mossa lo colse di sorpresa, e lui perse l'equilibrio.
Fece un passo indietro, lasciando andare il bastone e roteando il braccio sinistro. Io incrociai i
miei piedi dietro la sua schiena e mi lasciai cadere di peso all'indietro con violenza, costringendolo a
controbilanciare un po' troppo e facendolo cadere su di me. L'impatto con il suolo fu violento e io, che
ero sotto, ne subii le maggiori conseguenze. Tuttavia, a quel punto, eravamo sul mio terreno.
Lo afferrai per il bavero del giubbotto e lo atterrai con un gyaku-jujime, una delle prime prese
alla gola che uno judoka impara. Lui reag all'istante, lasciando il bastone e lanciandosi verso i miei
occhi. Io, con una rapida oscillazione della testa, cercai di evitare le sue dita, utilizzando le gambe per
controllare il suo torso. A un certo punto riusc ad afferrarmi un orecchio, ma io fui in grado di
liberarmi.
Il soffocamento non fu dei migliori. Gli avevo afferrato pi la trachea che la carotide, cosicch
lui si dibatt a lungo, annaspando sempre pi disperato. Purtroppo per lui, per, non c'era nulla da fare.
Io insistetti nella mia presa anche dopo che aveva smesso di dibattersi, guardandomi
contemporaneamente intorno per vedere se ci fosse qualcuno in arrivo. Nessuno.
Quando ebbi la certezza di essere andato ben oltre il punto in cui qualcuno pu ancora pensare
di fingersi morto, allentai la presa e mi sfilai da sotto il suo peso. Cristo, che zavorra. Mi trascinai a una
certa distanza per poi alzarmi in piedi, con la schiena dolorante per la pressione del bastone, e il respiro
af-fannoso e rauco.
La mia lunga esperienza mi diceva che non doveva essere morto. Capita spesso, nei dojo, che
qualcuno perda i sensi dopo una presa alla gola: non  una cosa grave. Se lo svenimento  profondo,
come in questo caso, bisogna mettere a sedere la vittima, per poi dargli dei colpi sulla schiena e fargli
un massag-gio cardiaco, cos da rimettere in moto la respirazione.
Quel tizio avrebbe dovuto trovare qualcuno che gli ricaricas-se la batteria. Mi sarebbe piaciuto
interrogarlo, ma lui non era certo della pasta di Benny.
Mi accosciai, posando la mano al suolo, per tenermi in equilibrio e gli frugai nelle tasche. Nel
taschino interno del giubbotto c'era un cellulare e, rovistando nelle altre tasche, non trovai altro che lo
spray al pepe.
Mi alzai in piedi con la schiena percorsa da fitte di dolore, e mi avviai verso casa. Mentre
sbucavo dalla stradina sulla via in cui abitavo, mi passarono accanto due studentesse nelle loro
uniformi blu da marinarette. Rimasero a bocca aperta, vedendomi, ma io le ignorai. Perch mi avevano
fissato in quel mo-do? Mi toccai la faccia con una mano e sentii dell'umido su una guancia. Merda,
stavo sanguinando. Mi aveva rovinato la faccia a furia di graffi.
Raggiunsi il palazzo in cui abitavo il pi velocemente possibile e salii le scale con una certa
sofferenza. Una volta entrato nel mio appartamento, andai a inumidire un asciugamano nel lavandino
del bagno e mi ripulii la faccia dal sangue.
Quella casa mi fece un effetto strano. Era sempre stato un porto sicuro, un rifugio perfettamente
anonimo, ma ormai era stato scoperto da Holtzer e dalla CIA, due fantasmi del passato che credevo di
essermi lasciato alle spalle. Dovevo sapere perch mi stavano alle calcagna. Questioni professionali? O
personali? Dato che c'era in mezzo Holtzer, tutt'e due le cose, probabilmente.
Presi quel che mi serviva e infilai tutto in una borsa, per poi raggiungere la porta e voltarmi
indietro una sola volta prima di andarmene. Sembrava tutto identico a prima e non c'era segno del
passaggio di chicchessia. Mi domandai se e quando ci sarei mai ritornato.
Una volta in strada, mi avviai in direzione di Sugamo. Da l avrei potuto prendere la linea
Yamanote per tornare a Shibuya, da Midori. Forse, dai loro cellulari avrei potuto trarre qualche spunto
utile.
13
Quando raggiunsi l'albergo, il dolore alla schiena si era fatto sordo e pulsante. Avevo l'occhio
sinistro gonfio - a un certo punto, mi ci aveva ficcato un dito dentro - e un mal di testa che,
probabilmente, risaliva al momento in cui lui aveva cercato di staccarmi un orecchio.
Con passo strascicato passai davanti alla vecchia al banco della reception, mostrandole le chiavi
per farle capire che avevo gi firmato il registro. Lei alz gli occhi e ritorn subito alla sua lettura.
Cercai di mostrarle solo il profilo destro, che era in condizioni migliori di quello sinistro. Non sembr
far caso alla mia faccia.
Bussai alla porta per avvisare Midori che stavo arrivando e poi entrai usando le chiavi.
Era seduta sul letto e sobbalz vedendo il mio occhio gonfio e i graffi sul viso. Che 
successo? disse con un filo di voce e, nonostante il dolore che provavo, il suo tono preoccupato mi
risollev.
C'era qualcuno ad aspettarmi nel mio appartamento, risposi, chiudendo a chiave la porta. Mi
lasciai scivolare la giacca dalle spalle e mi abbandonai sul divano. A quanto pare, siamo diventati
piuttosto importanti ultimamente.
Mi raggiunse e si inginocchi vicino a me, esaminando le mie ferite. Quell'occhio  conciato
male. Vado a prendere del ghiaccio nel freezer.
La osservai mentre si allontanava. Indossava dei jeans e una felpa blu che doveva aver
comprato mentre io ero via, e poich aveva i capelli raccolti, potei ammirare l'armonia delle sue spalle,
della vita e della curva dei suoi fianchi. D'un tratto la desiderai al punto di riuscire quasi dimenticare il
dolore alla schiena. Non potevo farci niente. Come ogni vero soldato pu testimoniare, una delle
reazioni al combattimento  un'estrema eccitazione sessuale. Fino a un attimo prima sei l che combatti
per sopravvivere e, non appena hai finito, ti viene un'erezione spropositata. Non so perch accada, ma 
cos.
Midori ritorn con alcuni cubetti di ghiaccio avvolti in uno strofinaccio e io mi rigirai sul
divano, imbarazzato. Sentii delle scariche di dolore nella schiena, ma ci non intacc minima-mente la
natura del mio problema. Si inginocchi accanto a me e mi pos il ghiaccio sull'occhio,
accarezzandomi con l'altra mano i capelli. Avrebbe fatto meglio a rovesciarmi i cubetti nei pantaloni.
Mi aiut a rialzarmi a sedere sul divano e io feci una smorfia di intensa sofferenza per la
consapevolezza della sua vicinanza.
Ti fa male? mi domand, e il suo tocco si fece improvvisamente esitante.
No. Tutto a posto. Il tizio che mi ha rovinato la faccia, mi anche ha colpito con un bastone alla
schiena, ma passer.
Midori continu a tenermi il ghiaccio sull'occhio gonfio, posando l'altra mano, tiepida, sull'altra
guancia, mentre io restai l rigido, con la paura di muovermi e imbarazzato per la mia possibile
reazione, dopo di che la tensione poco a poco si sciolse.
A un certo punto lei fece per spostare il ghiaccio e io allungai una mano per prenderglielo, ma
lei continu a stringermi e la mia mano fin per stringere la sua. Il dorso della sua mano era tiepido
contro il mio palmo, mentre i miei polpastrelli erano gelati per il contatto con il ghiaccio.  una bella
sensazione, le dissi, e Midori non mi domand se mi riferissi al ghiaccio o alla sua mano. D'altra
parte, neanch'io avrei saputo dirlo.
Sei stato via a lungo, disse lei dopo un po'. Non sapevo che cosa fare. Stavo quasi per
chiamarti, ma poi ho cominciato a pensare che, magari, tu e quegli uomini che mi hanno aspettato a
casa forse eravate d'accordo, come lo sbirro buono e lo sbirro cattivo, per convincermi a fidarmi di te.
Al tuo posto avrei pensato la stessa cosa. Posso immaginare come deve apparire questa storia
dal tuo punto di vista.
In effetti, a un certo punto, tutto ha cominciato a sembrarmi cos irreale, finch non sei
ritornato.
Guardai lo strofinaccio, ora macchiato di rosso nei punti in cui era stato premuto contro la mia
faccia: Non c' niente di meglio che un po' di sangue per far sembrare tutto vero.
Hai ragione. Continuavo a ritornare con il pensiero alla potenza con cui avevi preso a calci
quell'uomo nell'atrio del mio palazzo: ho visto il sangue schizzargli dal naso. Se non avessi visto quella
scena con i miei occhi, credo che durante la tua assenza me ne sarei andata.
Sono felice di averlo preso in faccia, allora.
Midori rise sommessamente e torn a posare lo strofinaccio sulla mia faccia. Raccontami che
cosa  successo.
Non hai niente da mangiare, qui. Vero? le domandai. Sto morendo di fame.
Midori si allung per prendere un sacchetto posato accanto al divano e lo apr sotto i miei occhi.
Ho preso del bento. Per qualsiasi evenienza.
Dammi solo qualche minuto, dissi, e cominciai a sbranare polpette di riso, uova e verdura.
Innaffiai il tutto con una lattina di succo di frutta misto. Fu delizioso.
Quando ebbi finito, mi spostai sul divano in modo da poterla osservare meglio. C'erano due
persone ad aspettarmi in casa mia, le dissi. Uno di loro lo conoscevo: un galoppino del partito
liberal-democratico di cui so solo che si chiama Benny.
Ho scoperto che  legato alla CIA. Ti risulta qualcosa, a questo proposito? Ti viene in mente
qualcosa riguardo a tuo padre?
Midori scosse la testa. No, mio padre non mi ha mai parlato di questo Benny o della CIA.
Okay. L'altro, invece, era un kendoka: aveva un bastone che utilizzava a mo' di spada. Non so
quale sia il motivo della sua presenza. Comunque, sono riuscito a impadronirmi dei loro cellulari. Forse
ci trover qualche informazione sul suo conto.
Le tolsi il ghiaccio dalla mano e mi chinai lungo il divano per prendere la mia giacca, non senza
provare feroci fitte di dolore alla schiena. Rivoltai la giacca e dal taschino estrassi i telefonini, due
normalissimi DoCoMo, piccoli ed eleganti. Benny mi ha detto che la CIA sta cercando quel disco,
anche se non ho capito per quale ragione si siano messi alle mie calcagna.
Forse credono... che io possa dirti o aiutarti a capire qualcosa; o che io possa approfittare di
qualcosa che tu sai o possiedi. Che io possa capire che cosa c' in ballo. O impedirgli di ottenere ci
che vogliono?
Accesi il telefono del kendoka e premetti il pulsante di richiamo automatico. Sul display
comparve un numero. Questo pu essere un inizio: facciamo una ricerca telefonica a ritroso.
Inoltre, potrebbero esserci dei numeri preprogrammati. Ho un amico, di cui mi fido, che pu
aiutarci.
Mi alzai in piedi, socchiudendo gli occhi per il dolore alla schiena. Dovremo cambiare hotel
con una certa frequenza.
Non possiamo comportarci diversamente dagli altri clienti soddisfatti.
Midori sorrise. Gi, credo che tu abbia ragione.
Ci spostammo in un posto non lontano chiamato Morocco, che sembrava ispirato, in qualche
modo al tema delle Mille e una Notte: tappeti orientali, narghil, braccialetti con sonagli e altri
accessori da harem per le donne che volessero agghindar-sene. Era il classico quadretto della lussuria
arabeggiante, ma c'era un solo letto, e dormire sul divano, quella notte, sarebbe stato come dormire
sulla graticola.
Perch non dormi tu nel letto, stanotte? disse lei, come se mi avesse letto nel pensiero. Con
la schiena in quelle condizioni, non ti farebbe molto bene dormire su questo divano.
No, non ti preoccupare, le dissi, provando uno strano imbarazzo, il divano andr
benissimo.
No, ci dormo io sul divano, tagli corto lei, con un sorriso che non svan subito.
Finii per accettare la sua offerta, ma il mio sonno fu agitato.
Sognai di trovarmi nel fitto della giungla dalle parti di Tchepo-ne, nel Laos meridionale,
inseguito da un battaglione di contro-ricognitori dell'esercito nordvietnamita. Avevo perso i contatti
con gli altri miei commilitoni ed ero disorientato. Io continuavo a deviare e a tornare indietro, ma non
riuscivo a seminare i nordvietnamiti. Mi avevano circondato, e sapevo che sarei stato catturato e
torturato. Poi, a un certo punto, compariva Midori, che cercava di convincermi a impugnare una pistola.
Non voglio essere catturata, mi diceva. Ti prego, aiutami. Prendi questa pistola. Non preoccuparti
per me. Salva i miei montagnards.
Balzai a sedere sul letto, scattando come una molla. "Calma, John.  solo un sogno." Irrigidii i
muscoli dell'addome ed espirai a lungo con le narici, con la sensazione che in quella stanza, l con me,
ci fosse Crazy Jake.
Avevo le guance umide e pensai di aver ripreso a sanguinare, ma dopo essermi passato una
mano sul viso, mi guardai le dita e vidi che si trattava di lacrime. "E questa che roba ?" pensai.
La luna era bassa nel cielo, e i suoi raggi filtravano dalla finestra. Midori era seduta sul divano,
con le ginocchia raccolte contro il petto. Hai fatto un brutto sogno? mi domand.
Mi passai un pollice sulle guance. Da quanto tempo sei sveglia?
Midori alz le spalle. Da un po'. Continuavi a girarti e a ri-girarti.
Ho detto qualcosa?
No... Hai paura di poter dire qualcosa nel sonno?
Guardai Midori, il cui viso era per met illuminato dalla lu-na, mentre l'altra met era in ombra.
S, risposi.
Che cosa hai sognato? mi domand.
Non lo so, dissi io, mentendo. Si trattava perlopi di immagini slegate tra loro.
Sentii su di me il suo sguardo. Prima mi chiedi di fidarmi di te, disse, e poi non vuoi
neppure raccontarmi un brutto sogno.
Fui sul punto di risponderle, ma all'improvviso provai irritazione nei suoi confronti. Uscii dal
letto e andai in bagno. "Che cavolo vuole con le sue domande?" pensai. "Non ho tempo di prendermi
cura di lei. La CIA - quello stronzo di Holtzer - sa che sono a Tokyo e sa dove abito. Ho gi abbastanza
problemi per conto mio."
Era lei la chiave di tutto, ormai era chiaro. Suo padre doveva averle detto qualcosa, oppure lei
aveva quello che cercavano le persone che erano entrate in casa del padre il giorno del suo funerale.
Come diavolo poteva ignorare di che cosa si trattasse?
Tornai nella stanza da letto e la affrontai. Rimasi in piedi di fronte a lei.
Midori, devi fare uno sforzo: devi cercare di ricordare. Tuo padre deve averti detto o dato
qualcosa.
Sul suo viso vidi comparire lo stupore. Te l'ho gi spiegato: non mi ha detto n dato nulla.
Qualcuno  entrato in casa sua dopo la sua morte.
Lo so. Mi ha telefonato la polizia per avvertirmi.
Il fatto  che non sono riusciti a trovare quello che cercavano e ora sono convinti che sia tu ad
avere questa cosa, di qualunque cosa si tratti.
Ascolta: se vuoi andare a dare un'occhiata in casa di mio padre, posso farti entrare. Non ho
ancora fatto pulizia, e ho ancora le chiavi.
La gente che si era introdotta di soppiatto se n'era andata a mani vuote, e il mio amico Tatsu,
l'uomo pi pignolo che abbia mai conosciuto, ci era passato subito dopo con le credenziali del
Keisatsucho. Sapevo che un ulteriore sopralluogo non avrebbe portato a nulla, e la sua proposta non
fece altro che accrescere la mia frustrazione.
Non servirebbe a nulla. Che cosa credono che tu abbia? Il disco? Le informazioni contenute
nel dischetto? Una chiave?
Sei sicura di non avere niente?
La vidi arrossire leggermente. Te l'ho gi detto: non ho niente.
Be', pensaci: non riesci a fare un piccolo sforzo di memoria?
No, non mi viene in mente nulla, disse lei, irritata. Come posso ricordarmi di qualcosa che
non ho mai avuto?
Come fai a essere sicura di non averlo avuto, se  vero che non te ne ricordi?
Perch dici queste cose? Perch non mi credi?
Perch non ci sono altre possibilit! E ti dir anche che non mi piace avere a che fare con
gente che vuole uccidermi senza che io ne conosca almeno la ragione!
Con un movimento brusco, Midori pos i piedi a terra. Ah, certo, ti preoccupi per te! Credi
forse che a me piaccia, questa situazione? Io non ho fatto niente! E non so neanche perch questa gente
si comporti in questo modo!
Espirai con calma, cercando di controllare la mia rabbia. Te lo spiego io, il perch: sono
convinti che tu abbia quel dannato disco! O che tu sappia, se non altro, dove si trova.
Be', si sbagliano! Oai nikusama! Mattaku kokoroattari ga nai wa yo! Mo nan do mo so itterv ja
nai yo! Io non so niente.
Te l'ho gi ripetuto!
Restammo l a fissarci, ai piedi del letto, ad ansimare per la rabbia accumulata. Non te ne frega
un cazzo di me. Tu stai so-lo cercando la stessa cosa che vogliono quelle persone.
Non  vero.
S,  vero! Mo ii! Dose anata ga doko no dare na no ka sae oshiete kurenain da kara! Ne ho
abbastanza! Non mi hai neppure detto chi sei veramente! Si avvi con passo deciso verso la porta e
afferr una borsa, cominciando a ficcarci dentro delle cose.
Midori, ascoltami! Mi avvicinai a lei e le strappai di mano la borsa. Ascoltami, maledizione!
A me interessi tu! Non lo capisci?
Lei cerc di riprendersi la borsa. Perch dovrei credere a quello che mi dici, se tu non credi a
quel che dico io? Io non so nulla! Te lo assicuro!
Le tolsi definitivamente la borsa di mano. Okay! Ti credo!
S, col cazzo! Dammi quella borsa. Ridammela! Cerc di impossessarsene, ma io la nascosi
dietro la schiena.
Lei mi guard, per un attimo vagamente incredula, dopo di che cominci a percuotermi il petto.
Io lasciai cadere a terra la borsa e l'abbracciai per impedirle di colpirmi.
Poi, non ricordo di preciso come siano andate le cose. Lei cerc di divincolarsi, e io continuai a
trattenerle le braccia.
Sentii improvvisamente la presenza del suo corpo contro il mi-o, e un attimo dopo ci stavamo
baciando: si sarebbe detto che lei stesse ancora cercando di colpirmi, sennonch stavamo piuttosto
affannandoci a spogliarci a vicenda. Facemmo l'amore per terra ai piedi del letto, e lo facemmo con
passione, con fo-ga. Ogni tanto, avevo l'impressione che stessimo ancora lottando. La schiena mi
faceva male, ma il dolore era quasi piacevole.
Alla fine, allungai un braccio e tirai gi la coperta dal letto.
Restammo seduti con la schiena appoggiata al bordo del letto.
Yokatta, disse Midori, calcando l'ultima sillaba.  stato bello. Pi di quanto ti meritassi.
Io ero stordito. Era tanto tempo che non provavo sensazioni simili. C'era quasi da essere
nervosi.
Tu, per, continui a non fidarti di me, aggiunse. Ed  questo che mi fa pi male.
Non  una questione di fiducia, Midori. Io..., dissi e, dopo una breve pausa, ripresi: Ti credo.
Scusami per la mia insistenza.
Sto parlando del tuo sogno...
Mi premetti due dita contro le palpebre. Midori, io non posso, non... Non sapevo che cosa
diavolo dire. Io non parlo mai di certe cose. Se non le hai vissute, non puoi capire.
Si sporse verso di me e mi prese gentilmente le dita con cui mi stavo massaggiando i bulbi
oculari, portandosele istintivamente sui fianchi. La pelle e il seno di Midori erano bellissimi alla luce
della luna, con le zone d'ombra nel concavo delle cla-vicole. Tu hai bisogno di parlare, lo sento,
disse. E io voglio che tu mi dica tutto.
Abbassai lo sguardo sulle lenzuola e sulle coperte gettate sulle nostre ginocchia, con le ombre a
scavare scoscese colline e vallate simili a paesaggi alieni illuminati dalla luna. Mia madre... era
cattolica. Quand'ero ragazzino, mi portava sempre in chiesa, un'abitudine che mio padre detestava. Di
solito, andavo a confessarmi, e raccontavo al prete di tutti i miei pensieri lascivi, delle risse in cui ero
rimasto coinvolto, dei miei coeta-nei che odiavo e del male che avrei voluto fargli. All'inizio, era un po'
come andare dal dentista, ma a un certo punto cominciai a non poterne pi fare a meno...
Questo, per,  successo prima che andassi in guerra. In guerra ho fatto cose che... non si
possono neppure confessare.
Se le terrai chiuse dentro di te in questo modo ti divoreran-no dall'interno come un veleno.
Volevo parlargliene. Volevo liberarmi.
"Che cosa ti prende?" pensai. "Vuoi spaventarla e allontanar-la da te?"
S, forse era questo l'intento. Forse, sarebbe stato meglio co-s. Non potevo certo dirle di suo
padre, ma potevo parlarle di cose ben peggiori.
Quando mi decisi a parlare, lo feci con voce ferma e secca.
Si tratta di cose atroci, Midori... Di atrocit pure e semplici.
Un esordio ideale per una conversazione, ma lei non moll la presa. Non so che cosa tu abbia
fatto, disse, ma si parla di tanto tempo fa. Di un'altra vita, praticamente.
Non ha importanza. Non c' modo di spiegartelo, se non ti sei mai trovata in certe situazioni.
Tornai a massaggiarmi gli occhi con le punte delle dita, senza per riuscire a cancellare le immagini
che mi danzavano nella testa.
Una parte di me era entusiasta e ci sguazzava. Non tutti erano capaci di operare dietro le linee
dell'esercito nordvietnamita. C'erano quelli che, non appena sentivano allontanarsi gli elicotteri da
incursione, e sulla giungla calava il silenzio, spro-fondavano nel panico fin quasi a perdere la capacit
di respirare. A me, per, non  mai capitato. Avevo alle spalle pi di venti missioni in territorio
indocinese. Qualcuno, forse, avr pensato che avessi gi consumato tutto il mio bonus di fortuna, ma io
continuavo per quella strada, portando a termine missioni sempre pi folli.
Sono stato uno degli Uno-Zero - i capisquadra del SOG -
pi giovani di tutti i tempi. Io e i miei commilitoni eravamo compatti. In dodici eravamo capaci
di tener testa a una divisione nordvietnamita, e io ero certo del fatto che nessuno di loro sarebbe mai
scappato. Cos come loro sapevano che neanch'io l'avrei mai fatto. Riesci a immaginare che cosa
significhi, questo, per uno che da ragazzino  sempre stato emarginato per via delle sue origini miste?
Parlavo sempre pi velocemente. Non ha pi importanza chi sei. Se ci si va a ficcare nel
sangue e nella merda fino a quel punto,  impossibile uscirne puliti. C' chi  pi delicato di altri, ma
alla fine tutti oltrepassano i limiti. Due tuoi compagni saltano in aria su una mina e restano senza
gambe. Tu ti ritrovi a reggere quello che resta del loro corpo negli ultimi istanti della loro vita e gli
dici: Tranquilli... Andr tutto bene... Vedre-te... E loro piangono, e piangi anche tu, dopo di che
muoiono, e tu te ne vai, imbrattato dalle loro budella.
A quel punto vai a seminare trappole esplosive per il nemico - "occhio per occhio, dente per
dente" era la nostra specialit
- ma  impossibile, in dodici, vincere una guerra di logoramen-to di quel genere, per quanto si
causino perdite maggiori di quante se ne subiscano. Pi uomini si perdono, pi crescono la frustrazione,
la rabbia, la furia che ti soffocano e ti annodano i muscoli. Finch un giorno non passi per un villaggio
portando in spalla il potere di vita e di morte e cammini avanti e indietro, avanti e indietro, con la canna
del mitra puntata ad altezza d'uomo. Sei in una localit che rientra nella zona dei combattimenti, perci
chiunque non sia evidentemente dalla tua parte  per definizione un presunto vietcong e pu essere
trattato come tale. Le informazioni segrete in tuo possesso, inoltre, confer-mano che quel villaggio 
ritenuto un covo di vietcong, da cui partono rifornimenti per met della regione, oltre a fungere da
luogo di smistamento per le armi dirette a sud lungo il sentiero di Ho Chi Minh. Gli abitanti ti guardano
torvi, e a quel punto arriva una mama-san e comincia a dirti: "Ehi, Joe, va' a metterlo in culo a tua
madre, bastardo..." o roba del genere. Tieni presente che tu hai sempre le tue informazioni, e due ore
dopo un altro tuo compagno salta su una trappola esplosiva. Ti assicuro che viene voglia di farla pagare
a qualcuno.
Inspirai a fondo due volte. Se non mi fermi, io vado avanti.
Midori tacque.
Il villaggio si chiamava Cu Lai. Radunammo tutta la gente del posto: tra le quaranta e le
cinquanta persone, donne e bambini compresi. Bruciammo le loro case sotto i loro occhi.
Am-mazzammo tutti i loro animali d'allevamento e massacrammo maiali e mucche. Una questione di
esempio, hai presente? Di catarsi. Ma la catarsi non fu sufficiente.
Che fare, a quel punto, di quelle persone? Usai la radio, nonostante fosse vietato, perch il
nemico pu localizzarti. Che cos'altro avremmo dovuto fare? Avevamo appena raso al suolo il loro
villaggio.
Il tizio che rispose alla nostra chiamata - non so ancora chi fosse - disse: "Disfatevene". Quello
era il verbo che usavamo al posto di "sterminare", a quei tempi.
Io taccio, e allora il tizio mi ripete: Disfatevene. Capirai che la cosa era abbastanza
stressante: un conto  avere l'impulso di massacrare tutti a sangue caldo; un altro  quando
quell'impulso viene sancito a freddo dagli anelli superiori della catena di comando. "Di chi dobbiamo
disfarci?" gli domando.
"Di tutti: dal primo all'ultimo", fa lui. "Ci sono quaranta o cinquanta persone, qui, tra cui donne
e bambini. Se ne rende conto?" ribatto io. "Disfatevene, e basta", ribadisce lui. "Posso avere il suo
nome e il suo grado?" perch all'improvviso decido che io questa gente non la ammazzo solo perch
una voce alla radio mi dice di farlo. "Ti assicuro, ragazzo", mi fa quello, "che se ti dicessi il mio nome
e il mio grado, te la faresti nei pantaloni. Stai operando nella zona dei combattimenti. Fa' come ti ho
ordinato."
Gli dissi che non avrei obbedito senza prima essermi accer-tato della sua identit. E allora altri
due uomini, che sosteneva-no di essere i superiori del primo, vennero a parlare alla radio.
"L'ordine  stato impartito sotto la diretta responsabilit del comandante in capo delle forze
armate degli Stati Uniti d'America. Obbedisci, o ne pagherai le conseguenze."
Ne parlai con il resto del mio gruppo, rimasto a guardia della gente del luogo. Dissi loro quel
che mi avevano appena detto. Sulla maggior parte di loro, la notizia ebbe lo stesso effetto che aveva
suscitato in me: serv a raffreddarli e li spavent. Alcuni, per, ne furono elettrizzati. "Col cazzo",
dicevano. "Ci stanno ordinando di disfarcene? Disfiamocene." Eppure esita-vamo tutti.
C'era un mio amico l, Jimmy Calhoun, che tutti chiama-vamo Crazy Jake. Non aveva
partecipato granch alla discussione, ma all'improvviso disse: "Fighette del cazzo! Disfarsene significa
disfarsene!" Si mise a gridare in vietnamita rivolto agli abitanti del villaggio. "Tutti a terra! Num
suyn!" E quelli obbedirono. Restammo incantati a domandarci che cosa avesse intenzione di fare, e lui,
senza pensarci due volte, arretr di un paio di passi e, imbracciato il mitra, cominci a sparare. La co-sa
strana  che nessuno cerc di scappare. Al che un altro dei nostri si sfil il fucile dalla spalla e si mise a
sparare anche lui.
Un attimo dopo eravamo tutti l che scaricavamo le nostre armi addosso a quella gente, facendo
tutti a pezzi, finch non fi-nimmo il primo caricatore, dopo di che ricaricammo e spa-rammo ancora.
Avevo parlato con voce ferma e lo sguardo perso nel vuoto tra i ricordi. Se potessi tornare
indietro, cercherei di impedirlo e non parteciperei a un simile massacro. Il solo ricordo mi pro-stra.
Sono venticinque anni che tento di fuggire, ma  come cercare di sfuggire alla propria ombra.
Il silenzio dur a lungo, e io immaginai che stesse pensando:
Dio, sono andata a letto con un mostro!
Avrei preferito che non me lo dicessi, disse infine Midori, confermando i miei sospetti.
Allargai le braccia, in preda alla pi completa desolazione.
Forse,  meglio che tu lo sappia.
Lei scosse la testa. Non intendevo dire questo:  una storia raccapricciante.  raccapricciante
pensare quello che hai passato. Non avevo mai pensato alla guerra in termini cos... personali.
Personale... Puoi ben dirlo. E lo era da entrambe le parti.
Nell'esercito nordvietnamita davano onorificenze speciali ai soldati che uccidevano gli
americani. La testa mozzata ne era la prova. E se l'americano ucciso era uno del SOG, ricevevano
diecimila piastre aggiuntive, l'equivalente di alcuni mesi di pa-ga.
Mi tocc di nuovo il viso, e vidi nei suoi occhi un moto di sincera simpatia. Avevi ragione: hai
vissuto esperienze atroci, e io non lo sapevo.
Le presi le mani e le allontanai gentilmente dalla mia faccia.
Ehi, aspetta! Non ti ho ancora detto la cosa peggiore. Le informazioni secondo cui quel
villaggio doveva essere un covo di vietcong erano false. Non c'erano reti di tunnel n nascondigli di
cibo o di scorte.
Sonna, sonna koto..., disse Midori. Vuoi dire... be', tu comunque non lo sapevi.
Mi strinsi nelle spalle. Non c'era neanche una misera traccia, chess, dei pneumatici di
camion, che giustificasse lo sterminio di quella gente.
Tu, per, eri giovane. Dovevi essere fuori di te dalla paura, dalla rabbia.
Sentivo il suo sguardo su di me. Andava tutto bene. Dopo tutto quel tempo, le parole suonavano
morte al mio orecchio, suoni privi di senso.
Era a questo che ti riferivi, quella sera, mi domand,
quando dicevi di non essere una persona misericordiosa?
Ricordavo di averglielo detto, e ricordavo come mi aveva guardato, quasi sul punto di chiedere
chiarimenti, per poi decidere di lasciar correre. A dire il vero, no. Stavo pensando ad altre persone di
mia conoscenza, non a me. Ma credo che possa valere anche per me, s.
Midori annu lentamente e poi disse: Ho un'amica, a Chiba, che si chiama Mika. Quando ero a
New York, fece un incidente in automobile: invest una ragazzina che giocava per strada.
Mika stava andando a quarantacinque chilometri all'ora, nel rispetto del limite di velocit, e la
bambina sbuc con la bicicletta all'improvviso davanti a lei. Non c'era nulla da fare. Fu un caso
sfortunato. Sarebbe successo a chiunque si fosse trovato alla guida di un'auto in quel punto e in quel
momento.
A un certo livello, capivo dove voleva arrivare: l'avevo sempre saputo anch'io, gi prima della
perizia psichiatrica a cui, a un certo punto, mi avevano sottoposto per vedere come reagivo al
particolare stress cui si era soggetti nel SOG. L'analista con cui mi avevano fatto parlare mi aveva detto
la stessa cosa.
Come puoi rimproverarti per cose che andavano ben al di l della tua possibilit di impedirle?
Ricordavo bene quella conversazione. Mi ricordavo di quando gli avevo sentito pronunciare
quelle stronzate, un po' arrabbiato e un po' divertito per i suoi tentativi di tirarmi fuori dalla mia
situazione. Alla fine, gli avevo domandato: Ha mai ucciso qualcuno, dottore? E dato che lui non mi
aveva risposto, me n'ero andato. Non so che tipo di giudizio avesse espresso; sta di fatto che non mi
avevano espulso dal SOG. L'espulsione sarebbe arrivata dopo.
Lavori ancora per quella gente? mi domand.
Ho dei contatti, ammisi.
Perch? mi chiese dopo un breve silenzio. Perch mantenere legami con cose che ti
procurano incubi?
Mi voltai verso la finestra. La luna era ulteriormente salita nel cielo, e la sua luce, nella stanza,
si era affievolita.  difficile spiegare, dissi lentamente. Vidi i suoi capelli scintillare nella pallida
luce, simili a uno specchio d'acqua in verticale.
Con una mano attraversai quella superficie, per poi ritrarmi.
Una parte di quello che avevo fatto e vissuto in Vietnam, al mio ritorno negli Stati Uniti mi era
parsa estranea a quello che ero. Certe cose sono possibili solo in guerra, ma poi te le porti dietro nella
vita civile. Dopo la guerra, scoprii di non essere pi capace di tornare alla vita che facevo prima.
Volevo tornare in Asia, perch solo in Asia i miei fantasmi sembravano quietarsi, ma non per un fatto
puramente geografico. Tutto quello che avevo fatto poteva avere un senso nel contesto di una guerra ed
era giustificato solo dalla guerra; non potevo portarmeli dietro, a guerra finita. Perci, dovevo rimanere
in guerra.
Gli occhi di Midori erano cavit oscure. Non si pu rimanere in guerra per sempre, John.
Anche lo squalo, se smette di nuotare, muore, risposi con un cupo sorriso.
Tu non sei uno squalo.
Non so che cosa sono. Mi strofinai le tempie con le dita, nel tentativo di venire a capo delle
immagini, passate e presenti, che si scontravano nella mia mente. Non lo so proprio.
Restammo per un po' in silenzio, e mi sentii pervadere da un piacevole torpore. Una parte
ancora lucida della mia mente se ne rendeva conto, ma il sonno sembrava pi urgente, e poi quel che
era stato era stato.
Dormii, ma il dolore alla schiena rese il mio sonno intermit-tente, e nei brevi istanti in cui la
consapevolezza riaffiorava avrei persino dubitato di tutto quel che era successo se accanto a me non ci
fosse stata Midori. Subito, per, scivolavo di nuovo nel sonno, tornando a lottare con fantasmi ancora
pi atroci, personali e profondi, di cui a Midori non avrei mai potuto parlare.
PARTE SECONDA
Quando la tua spada incrocia quella del tuo nemico, non devi mai esitare,
ma attaccare, invece, con l'assoluta
determinazione di tutto il tuo corpo...
Miyamoto Musashi, A Book of Five Rings
14
Il mattino dopo ero seduto con le spalle appoggiate al muro nel mio punto d'osservazione
preferito al Las Chicas, in attesa dell'arrivo di Franklin Bulfinch.
Era un mattino fresco e soleggiato, e tra la limpida luce che filtrava dalle vetrine e la generale
atmosfera alla moda di cui il Las Chicas va orgoglioso, mi sentivo bene al riparo del lieve
camuffamento offertomi da un paio di occhiali Oakley che mi ero procurato arrivando sul posto.
Midori era nascosta al sicuro nel reparto musica del vicino Spirai Building, sulla Aoyama-dori,
abbastanza vicina da poter incontrare rapidamente Bulfinch, se necessario, ma abbastanza lontana da
potersi mettere in salvo se le cose si fossero messe male. Aveva telefonato a Bulfinch meno di mezz'ora
prima per organizzare l'appuntamento. Lui era, con tutta probabilit, un vero giornalista e si sarebbe
presentato da solo, ma non c'era ragione di dargli l'occasione di attivare eventuali rinforzi, nel caso mi
fossi sbagliato.
Non fu difficile individuare Bulfinch mentre si avvicinava al ristorante, con la sua figura
allampanata e gli occhialini che gi avevo visto sul metr, il giorno della morte di Kawamura.
Camminava a testa alta, con passo spedito e sicuro, e ancora una volta fui colpito dalla sua aria
aristocratica. Indossava jeans, scarpe da tennis e blazer blu. Percorse il vialetto d'accesso ed entr nel
ristorante, fermandosi a guardare prima a destra e poi a sinistra in cerca di Midori. Il suo sguardo mi
incroci senza riconoscermi.
Si addentr nel locale dirigendosi verso i bagni, presumibilmente per controllare nei separ in
fondo al ristorante. Sapevo che sarebbe ricomparso in un attimo, e approfittai di quel breve intervallo
per scrutare ancora un po' la via antistante. Dato che l'avevano seguito da Alfie, era probabile che
qualcuno lo stesse pedinando anche in quell'occasione.
La via, per, era ancora deserta quando Bulfinch fu di ritorno nella sala principale. Perlustr
nuovamente il locale con lo sguardo, e quando mi ebbe inquadrato, a bassa voce, gli dissi:
Mr. Bulfinch.
Mi guard per un istante, prima di dire: Ci conosciamo?
Sono amico di Midori Kawamura. Mi ha chiesto di venire qui al posto suo.
Dov', ora?
 in pericolo, al momento. Dev'essere prudente nei suoi movimenti.
Sta arrivando?
Dipende.
Da che cosa?
Da me: se decido che la situazione  sicura...
Chi  lei?
Come le ho gi detto, sono un amico di Midori, e voglio la stessa cosa che sta cercando lei,
Mr. Bulfinch.
E cio?
Lo guardai per un attimo da dietro le lenti. Il disco.
Lui tacque per un istante, e poi disse: Non so di che cosa stia parlando.
Lei stava aspettando che il padre di Midori le consegnasse un CD-ROM, quando lui  morto in
metr, sulla Yamanote, tre settimane fa. Lui, per, non lo aveva con s, e allora lei ha insistito con
Midori dopo il suo concerto da Alfie, il venerd successivo. Vi siete incontrati allo Starbucks sulla
Gaienhigashidori, vicino all'Almond Caf, a Roppongi. Fu quella volta che lei parl a Midori del disco,
perch sperava che lo avesse lei, senza per dirle che cosa conteneva, per timore di comprometterla.
Sennonch Midori era gi compromessa, perch quando lei si  presentato da Alfie era pedinato. E
spero che tutto questo basti per attestare la mia buonafede.
Non diede il minimo segno di volersi sedere. Non  detto che sia stata Midori a parlargliene, e
per rimediare ai buchi della sua ricostruzione potrebbe essersi basato su oculate conget-ture... tanto pi
se lei, signore, mi ha pedinato.
Alzai le spalle. E magari ho anche imitato la voce di Midori per darle questo appuntamento?
Bulfinch esit, ma poi venne avanti e si sedette, con la schiena eretta e le mani posate sul
tavolo. D'accordo. Che co-sa pu dirmi?
Stavo per farle la stessa domanda.
Senta: io sono un giornalista e scrivo articoli. Ha qualche informazione da darmi?
Ho bisogno di sapere che cosa c' su quel disco.
Lei continua a parlare di questo disco...
Mr. Bulfinch, dissi, concentrando per un istante la mia attenzione sulla strada, che continuava
a essere deserta, le persone che vogliono quel dischetto sono convinte che sia nelle mani di Midori, e
sembrano pi inclini a uccidere la ragazza che a recuperarlo. E a mettere Midori nei guai in cui ora si
trova  stata la sua idea di andare a trovarla da Alfie la sera del concerto, visto che lei era pedinato.
Quindi, smettiamola di prenderci per il culo, okay?
Bulfinch si sfil gli occhiali e sospir: Ammettendo, per ipotesi, che questo disco esista, non
capisco come la conoscenza del suo contenuto possa essere d'aiuto per Midori.
Lei  un giornalista, e io potrei supporre che sia interessato a pubblicare il contenuto di questo
ipotetico disco.
S, si potrebbe supporre.
E supporrei anche che qualcuno potrebbe voler impedire la divulgazione di queste notizie.
Anche questa mi sembrerebbe una supposizione corretta.
Bene. Ci che ha indotto queste persone a prendere di mira Midori  la paura della
pubblicazione. Se il contenuto del disco diventasse di pubblico dominio, Midori non sarebbe pi una
minaccia. Dico bene?
Quel che lei dice, in effetti, ha senso.
Dunque, a quanto pare, noi vogliamo la stessa cosa: vogliamo che il contenuto di quel disco
sia reso pubblico.
Bulfinch si agit leggermente sulla sedia. Capisco, ma non ne sar perfettamente convinto
finch non avr visto Midori.
Ci pensai su un attimo. Lei ha un cellulare?
S.
Faccia vedere.
Bulfinch infil una mano in una tasca del blazer e ne estrasse un piccolo flip-top.
Bene, dissi. Lo rimetta via. Mentre lui eseguiva l'ordine estrassi un foglietto dalla giacca e
cominciai a stilare un elenco di istruzioni. A naso, avrei detto che non aveva microspie, ma nessun naso
 infallibile.
Finch non ti dir altro, non ti azzardare a prendere quel telefono per nessuna ragione, scrissi
sul foglietto. Usciremo dal ristorante insieme. Appena fuori, fermati per permettermi di perquisirti e
accertarmi che tu non sia armato. Dopo, va' dove ti indicher. A un certo punto ti far capire che dovrai
andare avanti, e poi ti dir anche dove andiamo. Se hai domande da fa-re, mettile adesso per iscritto. In
caso contrario, restituiscimi il foglio. A partire da ora, non fiatare, a meno che non sia io a parlare per
primo.
Gli consegnai il foglietto. Lui lo afferr con una mano, mentre con l'altra si infil gli occhiali.
Quando ebbe finito di leggere, spinse il foglietto sul tavolo annuendo con il capo.
Lo ripiegai e lo rimisi di nuovo nella tasca della giacca, insieme alla penna. Quindi, posai una
banconota da mille yen sul tavolo per pagare il caff che avevo bevuto e gli feci cenno che era giunto il
momento di andare.
Ci alzammo e uscimmo dal ristorante. Lo perquisii e consta-tai senza alcuna sorpresa che era
pulito. Procedendo lungo la strada, feci in modo di mantenermi leggermente dietro di lui e un po' di
lato, cos da poterlo utilizzare come scudo se necessario. Conoscevo ogni possibile nascondiglio della
zona per spiare o tendere imboscate, quindi continuavo a voltarmi in tutte le direzioni in cerca di
eventuali presenze fuori posto, di qualcuno che potesse aver seguito Bulfinch al ristorante per poi
attender-lo fuori.
Mentre camminavo dietro di lui, gli dicevo di volta in volta
a destra o a sinistra per indicargli la strada, finch non arrivammo allo Spirai Building.
Attraversammo il portone di vetro per raggiungere il reparto musica, dove Midori ci stava aspettando.
Kawamura-san, disse lui con un inchino non appena la vi-de. Grazie per la telefonata.
Grazie per essere venuto all'appuntamento, rispose Midori.
Temo di non essere stata del tutto trasparente in occasione del nostro incontro al caff. Non
sono cos all'oscuro dei rapporti che intratteneva mio padre come ho voluto farle credere. Ma non so
nulla del disco di cui lei mi ha parlato. Non pi di quanto mi abbia detto lei stesso.
In tal caso, non so bene che cosa posso fare per voi, disse l'uomo.
Ci dica che cosa contiene il disco, lo incalzai io.
Non capisco come ci possa esservi di aiuto.
E io non capisco come possa nuocerci, dissi io. Al momento stiamo procedendo alla cieca.
Se mettiamo insieme tutte le nostre risorse abbiamo molte pi probabilit di trovare il disco di quante
ne avremmo agendo separatamente.
La prego, Mr. Bulfinch, intervenne Midori. Qualche giorno fa per poco non sono stata
ammazzata da due sconosciuti che volevano quel CD-ROM. Ho bisogno del suo aiuto.
Bulfinch fece una smorfia guardando Midori e poi me, ripe-tutamente. Due mesi fa fui
contattato da suo padre. Mi disse di aver letto il mio articolo su "Forbes". Si present e disse che
desiderava offrire il suo contributo. La classica soffiata.
Midori si rivolse a me. Quello era suppergi il periodo in cui gli era stato diagnosticato il
cancro.
Come dice? domand Bulfinch.
Cancro ai polmoni. Aveva appena saputo che gli rimaneva poco da vivere, disse Midori.
Bulfinch annu comprensivo. Capisco. Non lo sapevo. Mi dispiace.
Midori chin rapidamente il capo per accogliere le condo-glianze dell'uomo. Vada avanti, la
prego.
Nel corso del mese successivo ebbi alcuni incontri segreti con suo padre in cui lui mi parl con
dovizia di particolari della corruzione all'interno del ministero dei lavori pubblici e del suo personale
ruolo di intermediario tra il partito liberal-democratico e la yakuza. I suoi racconti mi offrirono
informazioni di valore inestimabile per comprendere la natura e le dimensioni della corruzione
all'interno della societ giapponese.
Ma avevo bisogno di pezze d'appoggio.
Quali pezze d'appoggio? gli domandai. Non pu semplicemente pubblicare una notizia
attribuendola a una "fonte ben informata all'interno del ministero"?
In genere, s, rispose Bulfinch, ma in questo caso c'erano due problemi. In primo luogo, la
posizione occupata da Kawamura nel ministero era tale che lui era l'unica persona a conoscenza delle
informazioni che mi forniva. Pubblicarle equiva-leva a firmare con il suo nome.
E qual era il secondo problema? domand Midori.
L'impatto, rispose Bulfinch. Abbiamo gi pubblicato una mezza dozzina di articoli su fatti
di corruzione simili a quelli denunciati da Kawamura, e la stampa nazionale si  sempre ri-fiutata di
riprendere le notizie. Perch? Perch sono i politici e i burocrati quelli che approvano e interpretano le
leggi che possono fare la fortuna o la sfortuna delle imprese giapponesi. Ed  dalle imprese che
proviene pi della met dei ricavi pubblicitari dei media. Perci, se ad esempio un giornale pubblica un
articolo che contiene accuse nei confronti di un politico, questi telefona ai suoi referenti all'interno
delle imprese, i quali ritira-no gli investimenti pubblicitari e li dirottano su una pubblicazione
concorrente, cosicch il giornale va in fallimento. Mi spiego?
Se si incarica un giornalista di indagare su questioni di cui le agenzie informative
sponsorizzate dal governo non si occu-pano, si finisce in mezzo a una strada. Se stai al gioco, il denaro
- lecito o illecito - continua a girare. Nessuno vuole correre rischi, qui: la verit viene considerata da
tutti alla stregua di una malattia contagiosa. La stampa giapponese  la pi man-sueta del mondo.
E con le prove? domandai.
L'esistenza di prove concrete cambierebbe tutto. I giornali sarebbero costretti a occuparsene,
per non dichiarare apertamente la loro natura di semplici megafoni governativi. Mettere in piazza gli
affari dei peggiori corrotti avrebbe l'effetto di in-debolirli, e la stampa ne trarrebbe beneficio. Si
innescherebbe un circolo virtuoso che potrebbe portare a un rivolgimento politico paragonabile, in
Giappone, solo alla restaurazione Meiji.
Credo che lei stia un po' sopravvalutando lo zelo dei media locali, osserv Midori.
Bulfinch scosse la testa. Nient'affatto. Conosco molta gente nell'ambiente: ci sono ottimi
giornalisti, che vorrebbero pubblicare certi articoli, ma  gente che coltiva anche un sano realismo.
Prove concrete..., dissi. A che cosa si riferisce?
Bulfinch mi guard da sopra l'orlo dei suoi occhialini. Non lo so, di preciso: so solo che deve
trattarsi di fatti inconfutabili, incontrovertibili.
A quanto pare, questo disco dovrebbe andare al Keisatsucho, non sui giornali, intervenne
Midori, alludendo all'organizzazione investigativa di Tatsu.
Tuo padre non sarebbe durato un solo giorno se avesse passato quelle informazioni ai
federali, dissi, risparmiando la fatica al giornalista.
Esatto, conferm Bulfinch. Suo padre non  stato il primo a cercare di smascherare la
corruzione. Ha mai sentito parlare di Honma Tadayo?
"Ah, s, Honma-san... Una storia triste."
Midori scosse la testa.
Quando la Nippon Credit Bank and in fallimento, nel 1998, spieg Bulfinch, almeno
trentasei dei centotrentatr miliardi di dollari di prestiti concessi dalla banca erano ormai inesigibili.
Questi prestiti erano stati concessi a personaggi del sottobosco e destinati anche a finanziamenti illegali
alla Corea del Nord. Per risolvere il guaio, un consorzio di istituti si impegn nel salvataggio e affid il
compito a Honma Tadayo, emerito ex direttore della Banca del Giappone. Honma-san divent
presidente della NCB all'inizio di settembre e cominci a studiare i libri contabili della banca, cercando
di riportare alla luce la reale entit del buco e di capire perch certi prestiti fossero stati rinnovati.
Honma resistette due settimane. Fu trovato impiccato in un hotel di Osaka, con alcuni biglietti
indirizzati alla famiglia, alla banca e ad altre persone a lui vicine. La salma fu cremata alla svelta,
prima che potesse essere sottoposta ad autopsia, e la polizia di Osaka attribu la morte a suicidio, senza
neppure avvia-re un'indagine.
E quello di Honma non  certo l'unico caso. Il suo fu il set-timo "suicidio" di persone
impegnate a investigare su irregola-rit finanziarie o prossime a testimoniare su casi analoghi dal 1997,
anno in cui cominciarono a emergere notizie sui prestiti ormai inesigibili versati da istituti come la
Nippon Credit. Tra i morti figurano un membro del parlamento che aveva preannunciato un intervento
sul finanziamento illegale dei partiti, un altro direttore della Banca del Giappone che lavorava come
su-pervisore per alcuni piccoli istituti finanziari, un investigatore dell'autorit di controllo finanziaria e
il capo della divisione Piccoli e medi istituti finanziari del ministero delle finanze. E
su nessuna di queste sette morti  mai stata avviata un'indagine per omicidio. I poteri forti di
questo paese non lo hanno permesso.
Pensai a Tatsu e alla sua teoria del complotto, senza battere ciglio dietro le lenti scure.
Girano voci sull'esistenza di uno speciale gruppo all'interno della yakuza, disse Bulfinch,
togliendosi gli occhiali e ripu-lendone le lenti sulla camicia, un gruppo di killer specializzati in "cause
naturali", che sorprendono le vittime di notte - in una stanza d'hotel, magari - le costringono a fare
testamento sotto la minaccia delle armi, iniettano loro sedativi e le strangolano in modo da far sembrare
che si siano suicidate impiccandosi.
Ha trovato qualche conferma a queste voci? gli domandai.
Non ancora, ma dove c' fumo c' sicuramente del fuoco.
Sollev gli occhiali davanti a s per esaminarli, dopo di che torn a infilarseli. E vi dir
un'altra cosa: per quanto gravi siano i problemi delle banche, non sono niente in confronto a quelli del
ministero dei lavori pubblici. Il ministero  "l'azienda" con il maggior numero di dipendenti in
Giappone: un giapponese su sei deriva il suo reddito dai lavori pubblici. Questo settore produttivo  di
gran lunga il contribuente pi generoso del partito liberal-democratico. Se si vogliono scoprire le radici
della corruzione in questo paese,  dai lavori pubblici che bisogna cominciare a indagare. Suo padre era
un uomo coraggioso, Midori.
Lo so, disse Midori.
Mi domandai se fosse ancora convinta della naturalit
dell'attacco di cuore che l'aveva stroncato. All'interno di quell'edificio cominciava a fare un
certo calduccio.
Io vi ho detto tutto quello che so, disse Bulfinch. Ora tocca a voi.
Lo guardai da dietro le lenti. Non le viene in mente una ragione per cui Kawamura potesse
aver deciso di venire all'appuntamento con lei senza il disco?
Bulfinch riflett prima di rispondere. No.
Avevate stabilito che il passaggio sarebbe avvenuto proprio in quella occasione?
S, come vi ho detto, avevamo gi avuto numerosi e appro-fonditi contatti, in precedenza. Quel
mattino Kawamura avrebbe dovuto passarmi il materiale.
Magari, non  riuscito a prelevarlo o a scaricare i dati a cui pensava, ed  stato costretto a
presentarsi a mani vuote.
No, il giorno prima, al telefono me l'aveva confermato: aveva tutto. Non doveva far altro che
consegnarmelo.
Ebbi una fulminea illuminazione. Mi voltai verso Midori.
Dove abitava tuo padre, Midori? Io, ovviamente, lo sapevo gi, ma a Midori non l'avevo
detto.
A Shibuya.
In quale chome? I chome sono piccole suddivisioni all'interno dei vari quartieri di Tokyo.
San-chome.
In cima alla Dogenzaka, allora. Pi su della stazione?
S.
Mi voltai verso Bulfinch. Dove aveva preso il metr Kawamura, quella mattina?
Alla stazione ferroviaria di Shibuya.
Mi  venuta un'idea che ho intenzione di verificare. Se scopro qualcosa la chiamo.
Ehi, aspettate un attimo..., disse il giornalista.
So che non  facile, per lei, gli risposi, ma dovr fidarsi.
Sono convinto di poter recuperare quel disco.
In che modo?
Come le ho detto, ho avuto un'idea, risposi, avviandomi verso l'uscita.
Aspetti, disse. Vengo con lei.
Io lavoro sempre da solo, ribattei scuotendo la testa.
Mi prese per un braccio e ripet: Vengo con lei.
Guardai la mano con cui mi aveva preso il braccio, e un attimo dopo lui la rimise al posto.
Ora lei deve uscire di qui, gli dissi. Proceda verso la Omotesando-dori. Io vado a portare
Midori in un posto sicuro e poi andr a verificare l'idea che m' venuta. Mi far sentire.
Bulfinch guard Midori, con aria disperata.
Stia tranquillo, gli disse lei. Vogliamo la stessa cosa.
Non credo di avere molta scelta, fece lui, lanciandomi uno sguardo che voleva essere pieno di
antipatia. Io, per, riuscii a leggere nei suoi occhi quello che pensava veramente.
Mr. Bulfinch, gli dissi, non provi a seguirmi, perch me ne accorgerei subito, e le assicuro
che la mia reazione non sarebbe amichevole.
Insomma, Cristo! Mi dica quello che ha in mente. Magari, potrei aiutarla.
Non dimentichi, dissi io, indicandogli l'uscita, di allontanarsi in direzione della
Omotesando-dori. Mi far vivo molto presto.
Sar meglio per lei, disse. Si avvicin di un passo e mi guard negli occhi, attraverso le lenti,
e io non potei fare a me-no di ammirarlo per il suo coraggio. Sar proprio meglio per lei. Rivolse un
cenno di saluto a Midori e oltrepass le porte a vetri dello Spirai Building uscendo in strada.
Che cos'hai in mente? mi chiese Midori.
Te lo spiego dopo, risposi io, osservando l'uscita di scena di Bulfinch. Ora dobbiamo
muoverci, prima che possa cambiare idea e tornare indietro per seguire uno di noi due. Andiamo!
Uscimmo immediatamente, fermammo un taxi e ci facemmo portare verso Shibuya, e mentre ci
allontanavamo riuscii a in-travedere Bulfinch che continuava a camminare nella direzione opposta.
Scendemmo dal taxi e ci separammo alla stazione ferroviaria di Shibuya. Midori torn
all'albergo mentre io risalii la Dogenzaka, dove avevo seguito Kawamura insieme a Harry - in quel
mattino che mi sembrava ormai cos lontano - e dove l'istinto mi diceva che Kawamura aveva
abbandonato il disco prima di morire.
Stavo pensando a Kawamura, al suo comportamento quella mattina, a quello che doveva
essergli passato per la mente.
Pi che altro, doveva essere spaventato. Quello era il giorno fatidico: in tasca aveva il disco che
avrebbe smascherato tutti i corrotti. Pur essendo piccolo e quasi privo di peso, quell'oggetto - che gli
sarebbe costato i pochi giorni che gli rimanevano da vivere, se glielo avessero trovato addosso - faceva
sentire la sua presenza in modo acuto. Nel giro di mezz'ora, per, avrebbe dovuto incontrare Bulfinch
e, grazie a Dio, se ne sarebbe liberato.
"E se in questo momento qualcuno mi stesse seguendo?" poteva aver pensato. "E se mi
scoprono con questo dischetto in tasca?" A quel punto, aveva cominciato a guardarsi alle spalle,
fermandosi ad accendere una sigaretta per osservare meglio i dintorni.
Qualcuno, alle sue spalle, doveva essergli parso sospetto.
Perch no, in fondo? Quando si  in preda alla paura, tutto il mondo si trasforma: qualunque
uomo in giacca e cravatta pu sembrare un sicario del governo, pronto a infilarti una mano in tasca per
sottrarti il disco e a piantarti, con un sorriso, una pallottola nella testa.
"Devo liberarmi di questo maledetto affare... Ci penser Bulfinch a recuperarlo, se gli interessa.
Un posto qualsiasi andr bene... Ecco, l... Higashimura, il negozio di frutta, andr benissimo."
Mi fermai davanti alla piccola porta del negozio e guardai l'insegna che la sovrastava. L si era
infilato Kawamura quella mattina. Se non l'aveva abbandonato l, poteva essere dovunque; se invece se
n'era liberato andando all'appuntamento con Bulfinch, non poteva essere che l.
Entrai. Il proprietario, un tizio piuttosto basso dagli occhi rassegnati e dalla pelle del colore
tipico dei vecchi tabagisti, mi guard e mi accolse con uno stanco Irrashaimase, per poi tornare a
sfogliare il suo manga. Il negozio era piccolo e rettangolare, e il proprietario, dalla sua posizione,
godeva di una vista senza ostacoli sull'intero locale. Kawamura avrebbe potuto nascondere il disco solo
in punti dove un cliente poteva mettere le mani senza destare sospetti. E avrebbe anche dovuto agire
alla svelta. Per quel che interessava a lui, poi, il nascondiglio doveva servire per un'ora o poco pi,
cosicch non era necessario che fosse particolarmente difficile da trovare.
Questo, per, implicava che il disco doveva essere stato rinvenuto da un pezzo. Non poteva pi
essere nel posto in cui l'aveva nascosto Kawamura. Poich per non avevo altri appigli, decisi di fare
un tentativo.
Mele. Avevo visto una mela rotolare gi dal metr, quando le porte si erano richiuse.
Ce n'era un'ottima scelta della variet Fuji, frutti lucidi e bellissimi nel loro vassoio di
polistirolo, nell'angolo del negozio pi lontano dalla cassa. Mi immaginai Kawamura che si avvicinava
allo scaffale e, osservando le mele, faceva scivolare il disco sul fondo della cassetta.
Mi avvicinai anch'io e guardai. Nel contenitore c'erano solo due o tre strati di mele, e fu facile
perci verificare se c'era qualcosa.
Del disco, per, nessuna traccia. Merda.
Ripetei l'operazione con le pere, nello scaffale adiacente, e poi con i mandarini. Niente.
Maledizione. Mi ero convinto di aver trovato la soluzione.
Avevo creduto di essere sulla strada giusta.
Per fugare qualsiasi sospetto, avrei dovuto comprare qualcosa. Dovevo sembrare un cliente
attento ed esigente, in cerca di qualcosa di speciale.
Potrebbe farmi una confezione-regalo di frutta varia? domandai al proprietario. Una mezza
dozzina di frutti, direi, compreso un piccolo melone.
Kashikomarimashita, rispose l'uomo, con un fiacco abbozzo di sorriso. Subito.
Mentre lui si occupava di scegliere la frutta, io proseguii nelle mie ricerche. Nei cinque minuti
che il fruttivendolo impieg per soddisfare la mia richiesta, concrollai tutti gli angoli del negozio cui
Kawamura poteva aver avuto accesso quella mattina. Fu tutto inutile.
Il negoziante stava per finire il suo lavoro. Estrasse da sotto il banco un nastro verde e lo
avvolse facendo due giri intorno alla scatola, per poi annodarlo con un semplice fiocco.
Io presi alcune banconote e gliele passai. "Che cosa ti aspettavi?" pensai. "Kawamura non ha
avuto il tempo di nascondere il disco con cura. Se anche ci ha provato, a quest'ora qualcuno l'ha gi
ritrovato."
Qualcuno doveva averlo ritrovato di certo.
Il fruttivendolo stava contando il resto che mi doveva con la stessa lentezza con cui aveva scelto
e confezionato la frutta. Un uomo decisamente attento. Metodico.
Quando ebbe terminato i suoi conti, gli dissi in giapponese:
Mi scusi, so che  difficile che lei possa aiutarmi, ma un mio amico, una settimana fa
all'incirca, ha perso un CD da queste parti e mi ha chiesto di domandare in giro se qualcuno non l'ha
trovato.  cos improbabile che ho esitato a parlarne, ma...
Un, grugn il negoziante, chinandosi a rovistare sotto il banco. Si rialz un attimo dopo, con
una comune scatola porta-gioielli. Mi chiedevo, appunto, se non sarebbe venuto qualcuno a cercarlo.
Lo spolver con un paio di passate del suo grembiule e me lo diede.
Grazie, gli dissi, senza il minimo segno di sorpresa. Il mio amico sar molto contento.
Buon pro gli faccia, concluse il negoziante, e i suoi occhi tornarono a velarsi.
15
Alle prime luci dell'alba Shibuya sembra un gigante addormentato che stia smaltendo una
sbronza. Si riesce ancora a cogliere l'allegria, si sentono le risate spensierate della sera prima
riecheggiare negli strani silenzi e negli spazi deserti dei tortuosi vicoli della zona. Le voci ebbre dei
fanatici del karaoke, gli i-pocriti richiami dei procacciatori di clienti dei vari locali, i segreti sussurri
degli amanti a passeggio sottobraccio sono svani-ti, ma chiss come, per alcune effimere ore, nel
silenzio del primo mattino, le loro ombre si attardano, come fantasmi che si rifiutino di credere che la
notte sia finita e che non ci siano pi feste a cui andare.
Camminai, in compagnia di quei fantasmi, lungo una serie di viuzze che correvano pi o meno
parallele alla Meiji-dori, la principale arteria che collega Shibuya ad Aoyama. Mi ero alzato presto,
uscendo dal letto senza far rumore, per lasciar dormire Midori, ma lei si era svegliata ugualmente.
Avevo portato il disco ad Akihabara, la mecca elettronica di Tokyo, per provarlo su un PC in
uno degli anonimi grandi magazzini di computer della zona. Niente da fare. Era criptato.
Ci significava che avevo bisogno di Harry. Questa scoperta non fu affatto piacevole: data la
descrizione del suo contenuto fatta da Bulfinch - secondo cui conteneva le prove contro uno o pi killer
specializzati in morti per cause naturali - sapevo che in quel disco potevano anche esserci notizie sul
mio conto.
Telefonai a Harry da un telefono pubblico di Nogizaka. Mi parve intontito e immaginai di
averlo svegliato, ma la sua attenzione aument sensibilmente quando menzionai il cantiere aperto a
Kokaigijidomae - che era il segnale in codice per i nostri incontri di emergenza. Usai il nostro codice
abituale per convocarlo da Doutor, un coffee shop sulla Imoaraizaka, a Roppongi. Era vicino a casa
sua, cos sarebbe riuscito ad arrivarci alla svelta.
Venti minuti dopo, quando arrivai sul luogo dell'appuntamento, mi stava gi aspettando, seduto
a un tavolo e intento a leggere un giornale. Aveva i capelli appiattiti da una parte e la faccia pallida.
Scusami se ti ho svegliato, gli dissi, sedendomi accanto a lui.
Lui scosse la testa. Che cosa ti sei fatto in faccia?
Ehi, dovresti vedere in che condizioni era l'altro! Ordiniamo una prima colazione.
Io credo che berr soltanto un caff.
Non prendi delle uova o qualcos'altro?
No, mi basta il caff.
Si direbbe che tu abbia avuto una notte burrascosa, gli dissi, interrogandomi su quel che
avrebbe potuto significare, nel suo caso.
Harry mi guard. Mi stai mettendo paura con queste tue chiacchiere insulse. So che non
avresti mai usato quel codice in assenza di un motivo serio.
 l'unico motivo per cui puoi perdonarmi di averti tirato gi dal letto, eh? gli dissi.
Ordinammo un caff e una prima colazione, e io gli spiegai tutto quello che era successo dall'ultima
volta che ci eravamo visti, a cominciare dal mio incontro con Midori, passando per gli agguati che ci
avevano teso a casa sua e a casa mia, fino all'incontro con Bulfinch e al ritrovamento del disco. Non gli
parlai della notte precedente. Gli dissi soltanto che utilizzavamo un albergo dell'amore come rifugio
sicuro.
Vedendolo l di fronte a me, con quella sua aria preoccupata, mi accorsi di avere piena fiducia
in lui. Non solo perch sapevo che, da un punto di vista operativo, non poteva in alcun modo
danneggiarmi - requisito minimo, di solito, perch io possa concedere fiducia a qualcuno - bens perch
mi parve davvero degno di fiducia e perch volevo fidarmi di lui.
Sono in una situazione un po' complicata, gli dissi. Mi servirebbe il tuo aiuto, ma... sar
necessario che ti spieghi a fondo un certo numero di cose, prima. Se questo non ti garba, non devi far
altro che dirlo.
Harry arross leggermente, e mi resi conto dell'importanza che aveva per lui il fatto che io gli
chiedessi aiuto, che gli dicessi di aver bisogno di lui. Non ci sono problemi, disse.
Gli raccontai di Holtzer, di Benny e dell'apparente legame con la CIA.
Sarebbe stato meglio se me ne avessi parlato prima, disse lui quando ebbi finito di parlare.
Magari sarei riuscito ad aiutarti di pi.
Io alzai le spalle. Meno sai, meno dovr preoccuparmi di te.
Harry annu. La classica mentalit da agente CIA.
E se lo dici tu...
No, ascolta: io ho lavorato nel palazzo dei misteri, ricordi?
Sto parlando di quegli agenti che fanno della paranoia un punto d'onore. E poi, perch mai
dovrei volerti fare del male?
 solo una questione di prudenza, ragazzo, dissi. Niente di personale.
Tu mi hai salvato il culo, quella volta a Roppongi, ricordi?
Credi che potrei dimenticarmene?
Resteresti meravigliato se sapessi quello che la gente riesce a dimenticare.
Io non dimentico. Hai pensato a quanto devo fidarmi di te per lasciare che mi passi queste
informazioni, trasformandomi in un potenziale anello debole? Io so quanto sei prudente, e so anche di
che cosa sei capace.
Non sono sicuro di aver capito quello che vuoi dire, dissi.
Mi guard per un lungo istante prima di rispondere. Ho mantenuto i tuoi segreti per molto
tempo, e continuer a farlo.
Ti basta?
"Non sottovalutare Harry", pensai, annuendo.
Ti basta? ripet lui.
S, risposi, non potendo fare altro. Ora, per, smettiamola con queste chiacchiere e
analizziamo il problema. A cominciare da Holtzer.
Dimmi qualcos'altro su di lui.
Non subito. Dopo mangiato.
 cos orrendo?
Mi strinsi nelle spalle. L'ho conosciuto in Vietnam. Lavorava con la CIA, allora, ed era stato
distaccato presso il SOG, un gruppo operativo speciale congiunto CIA-esercito.  uno con i coglioni:
questo devo ammetterlo. Non aveva paura di andare in missione, a differenza di certi altri colletti
bianchi con cui ho lavorato laggi. Mi era piaciuto questo suo aspetto, quando l'ho conosciuto. Anche
allora, per, non era altro che un arrivista.
La prima volta che ci scornammo fu in seguito a un'operazione dell'ARVN, l'esercito
sudvietnamita, nella zona militare numero tre. I sudvietnamiti avevano bombardato una sospetta base
vietcong a Tay Ninh sulla scorta di informazioni fornite da una fonte in contatto con Holtzer. Noi
fummo chiamati a fare il conto dei morti al fine di verificare a posteriori le informazioni.
L'esercito sudvietnamita aveva pestato davvero duro, su quel villaggio, e fu difficile
identificare i corpi: c'erano membra umane dappertutto. Delle armi, per, neanche l'ombra. Dissi a
Holtzer che non avevo trovato traccia di attivit dei vietcong, e lui mi rispose: "Che cosa stai dicendo?
Questo  Tay Ninh: qui sono tutti vietcong". Io ripetei che non avevamo trovato armi e gli dissi che la
sua fonte l'aveva preso per il culo: che c'era stato un errore. Lui neg qualsiasi errore. Disse che
dovevano esserci almeno venti, venticinque nemici morti, ma lui contava ogni pezzo di corpo come un
cadavere intero.
Tornati alla base, scrisse il suo rapporto e mi chiese di con-trofirmarlo. Io lo mandai affanculo.
C'erano alcuni ufficiali, nei paraggi, non cos vicini da sentire quello che ci dicevamo, ma abbastanza
vicini da poterci vedere. Io mi riscaldai e finii per stenderlo. Gli ufficiali se ne avvidero, ed era
esattamente quello che Holtzer voleva, ma credo che l'avrebbe evitato se avesse saputo della
rinoplastica che gli sarebbe toccata. Di norma, una cosa di quel genere non avrebbe suscitato
particolare attenzione, ma all'epoca si era pi sensibili sul modo in cui le forze speciali e la CIA
collaboravano sul campo, e Holtzer sapeva come muoversi nei meandri della burocrazia. Riusc a far
credere a tutti che io non volevo controfirmare il suo rapporto per via di un mio problema personale
con lui, e ancora adesso mi domando quante delle successive operazioni seek-and-destroy fossero
basate su informazioni fornite dalla sua cosiddetta fonte del cazzo.
Bevvi un sorso di caff. Ho avuto un mucchio di problemi, da quella volta. Lui  il classico
tipo che sa con chi andare a parlare, mentre io non sono mai stato bravo in questo gioco.
Una volta tornato dalla guerra, sono stato perseguitato da una specie di nuvola nera, e io sono
sempre stato convinto che ci fosse lui dietro le mie sventure, anche se non sono mai riuscito a beccarlo
con le mani nel sacco.
Non mi avevi mai parlato di quello che ti  successo negli Stati Uniti dopo la guerra, disse
Harry un attimo dopo. 
questa la ragione per cui te ne sei andato?
In parte.
E di Benny che cosa puoi dirmi? mi domand.
So solo che era legato al partito liberal-democratico: un galoppino, a cui per affidavano
commissioni importanti. Inoltre, a quanto pare, era anche una talpa della CIA.
Il termine talpa mi suon sgradevole.  tuttora uno dei peggiori insulti che conosca.
Per sei anni le operazioni del SOG in Laos, in Cambogia e nel Vietnam del Nord erano state
compromesse dalla presenza di una talpa. Il pi delle volte, i commando riuscivano a infil-trarsi con
successo in territorio nemico per poi essere catturati nel giro di pochi minuti dalle pattuglie
nordvietnamite. Alcune di quelle missioni si erano rivelate vere e proprie trappole mortali, con interi
commando del SOG spazzati via. Altre operazioni, per, avevano avuto successo, il che testimoniava
del fatto che la talpa aveva un accesso limitato. Se un investigatore avesse potuto confrontare i dati e
gli elenchi delle persone a conoscenza delle varie operazioni, saremmo riusciti a restringere di molto la
lista dei sospettabili.
Il MACV - il comando di assistenza militare statunitense per il Vietnam - si era sempre opposto
a qualsiasi indagine per non urtare le delicate relazioni con la controparte: temevano, in sostanza, di
offendere il governo sudvietnamita adombrando l'ipotesi che un qualche loro concittadino legato al
MACV potesse essere men che affidabile. Peggio ancora, il SOG aveva ricevuto l'ordine di continuare
a fornire i propri dati all'esercito sudvietnamita. Avevamo cercato di eludere l'ordine comuni-cando alle
nostre controparti sudvietnamite coordinate false, ma il MACV se n'era accorto e l'avevamo pagata
cara.
Nel 1972 era stato scoperto un caporale sudvietnamita traditore, ma quel singolo agente di
basso livello non poteva essere stato l'unica causa dei problemi che avevamo avuto per tutti quegli anni.
La vera talpa non era mai stata trovata.
Presi dalla tasca della mia giacca i telefonini di Benny e del kendoka e li passai a Harry. Ho
bisogno di due cose: primo, devi controllare i numeri delle chiamate in uscita. Dovrebbero essere
memorizzati. Gli spiegai quali erano, rispettivamente, l'apparecchio di Benny e quello del kendoka.
Prova a vedere se ci sono dei numeri programmati con la funzione di chiamata rapida e prova a
identificarli. Voglio sapere con chi erano in contatto questi due, e quali erano i loro rapporti reciproci e
con la CIA.
Non c' problema, disse lui. Ti far sapere qualcosa prima di sera.
Bene. Ed ecco la seconda cosa. Estrassi il disco e lo posai sul tavolo. Quello che tutti
cercano si trova su questo disco.
Secondo Bulfinch  la prova della corruzione all'interno del partito liberal-democratico e del
ministero dei lavori pubblici, e potrebbe far cadere il governo.
Harry raccolse il disco e lo osserv pi da vicino.
Perch un CD-ROM? mi domand.
Stavo per farti la stessa domanda.
Non saprei. Le informazioni contenute su questo disco potevano essere trasferite molto pi
facilmente via Internet. Forse c' un programma di gestione delle copie che lo impedisce. Ci dar
un'occhiata.
Si infil il disco in una tasca della giacca.
Non potrebbe essere cos che hanno scoperto del nostro interesse per Kawamura? gli
domandai.
Che cosa vuoi dire?
Forse  stato cos che hanno scoperto che lui aveva preparato il dischetto.
Pu darsi. Ci sono programmi di gestione delle copie che ti dicono se qualcuno ha copiato
qualcosa.
 anche criptato. Io ho cercato di aprirlo, ma non ci sono riuscito. Perch Kawamura ha deciso
di criptarlo?
Dubito che sia stato lui a farlo. Forse lui non era autorizzato ad accedere a quelle informazioni.
Forse il dischetto  stato criptato dalla persona che gliel'ha dato.
L'ipotesi era plausibile. Tuttavia, ancora non avevo capito perch Benny, qualche settimana
prima, mi avesse affidato l'incarico di uccidere Kawamura. Dovevano aver scoperto, attraverso qualche
altro canale, del contatto tra Kawamura e Bulfinch: intercettazioni telefoniche, magari, o qualcosa del
genere.
Okay, dissi. Mandami un messaggio quando hai finito.
Ci rivediamo qui: baster che tu mi dica a che ora. Usa il solito codice.
Harry annu e si alz per andarsene. Harry, dissi. Non essere imprudente. C' gente che, se
sapesse che hai quel disco, ti ucciderebbe per prenderselo.
Harry annu. Star attento.
Attento  poco. Sii paranoico. Non fidarti di nessuno.
O quasi, disse, serrando le labbra con una leggera enfasi che poteva far pensare a un sorriso.
Di nessuno, ripetei io, pensando a Crazy Jake.
Dopo che Harry se ne fu andato, chiamai Midori da un telefono pubblico. Avevamo
nuovamente cambiato albergo, quella mattina. Rispose al primo squillo.
Volevo solo controllare, le dissi.
Il tuo amico ci pu aiutare? mi domand. Le avevo detto di fare attenzione a quello che
diceva per telefono, e lei stava scegliendo le parole con cura.
Troppo presto per dirlo. Ci prover.
Quando torni?
Sto arrivando.
Fammi un piacere: portami qualcosa da leggere. Un romanzo, qualche rivista. Avrei dovuto
pensarci prima, quando sono uscita per mangiare qualcosa. In questa stanza non c' niente da fare e io
sto impazzendo.
Mi fermer da qualche parte, sulla strada. Ci vediamo tra poco.
La sua voce mi parve meno tesa di quando le avevo detto del ritrovamento del disco. Lei mi
aveva chiesto di spiegarle come avevo fatto, ma io avevo deciso di non dirglielo. Non potevo, per ovvi
motivi.
Lavoravo per una persona che lo voleva, le avevo detto.
Non sapevo, allora, che cosa contenesse. E ignoravo, evidentemente, quali e quante cose
avrebbero fatto per cercare di impossessarsene.
Chi  questa persona? aveva insistito lei.
Non ha importanza, le avevo risposto. Ti basti sapere che sto cercando di diventare parte
della soluzione, okay? Ascolta: se avessi voluto consegnarlo alla persona che mi ha chiesto di trovarlo,
ora non sarei qui a discutere con te. Non ho intenzione di aggiungere altro.
Non sapendo nulla di me, Midori non aveva ragione di sospettare che l'attacco di cuore del
padre potesse avere cause diverse da quelle naturali. Se si fosse trattato di qualcos'altro - di una
pallottola o anche di una caduta da una finestra - sarei apparso di certo sospetto.
Mi diressi verso Suidobashi, dove cominciai una tortuosa procedura di controsorveglianza
prendendo il treno per Shinjuku. Cambiai a Yoyogi e osservai con attenzione le persone che scesero
con me, per poi aspettare sulla banchina anche dopo che il treno fu ripartito. Lasciai passare altri due
convogli prima di risalire a bordo e scendere alla fermata successiva, uscendo poi sul lato orientale
della stazione di Shinjuku, la parte pi antica e brulicante del quartiere cui si contrappone l'asettica
zona occidentale occupata dalle sedi istituzionali. Avevo ancora addosso gli occhiali scuri per
nascondere il mio occhio gonfio, e le loro lenti scure conferivano alla folla frenetica un aspetto
vagamente spettrale. Mi lasciai trascinare dalla calca in uno dei labirintici centri commerciali
sotterranei finch non mi ritrovai davanti al Virgin Megastore, dove cominciai a farmi strada fino al
grande magazzino Isetan, con l'impressione di essere un esploratore impegnato a guadare un fiume
impetuoso.
Decisi di comprare a Midori un enorme scialle di cashmere blu navy e un paio di occhiali da
sole con lenti avvolgenti che immaginavo avrebbero trasformato il suo aspetto. Pagai a due diverse
casse, in modo che nessuno potesse sospettare che il tizio con gli occhiali scuri stesse comprando un
bel travestimento per la donna della sua vita.
Infine, mi fermai da Kinokuniya, a una cinquantina di metri dall'Isetan, dove dovetti
immergermi in una massa di persone cos fitta che, in confronto, il centro commerciale poteva
sembrare desolato. Scelsi alcune riviste e un romanzo dallo scaffale dei best seller giapponesi e mi
avviai alla cassa per pagare.
Mentre ero in coda, intento a osservare chi compariva dalla rampa delle scale e dalla scala
mobile, sentii vibrare nella tasca il teledrin. Lo prelevai, convinto di veder comparire un messaggio in
codice da parte di Harry, e vidi invece che il display mostrava un numero di otto cifre preceduto dal
prefisso di Tokyo.
Pagai le riviste e il libro e ripresi le scale per tornare al pianterreno, dopo di che raggiunsi un
telefono pubblico in una stradina laterale accanto alla Shinjuku-dori. Infilai nel telefono una moneta da
cento yen e digitai il numero registrato dal teledrin, guardandomi intorno in attesa di prendere la linea.
Sentii sollevare la cornetta all'altro capo. John Rain, disse una voce in inglese. Io tacqui, da
principio, cosicch quella vo-ce ripet il mio nome.
Credo che lei abbia sbagliato persona.
Dopo una breve pausa, l'uomo disse: Mi chiamo Lincoln.
 un bellissimo nome.
Il capo vuole incontrarti.
Capii subito che il mio interlocutore lavorava per la CIA e che il capo a cui si riferiva era
Holtzer. Aspettai per capire se Lincoln avesse intenzione di aggiungere qualcos'altro, ma quando vidi
che non aveva intenzione di dire nulla, parlai io.
Lei vuole scherzare.
Per niente. C' stato un errore, e lui vuole spiegarti. Scegli tu il posto e l'ora.
Non credo proprio.
Devi assolutamente sapere quello che ha da dirti. Le cose non stanno come credi tu.
Guardai verso Kinokuniya soppesando i rischi e i possibili vantaggi.
Dovr incontrarmi adesso, dissi.
Impossibile.  in riunione. Non sar libero prima di stasera, se va bene.
Non mi interessa: potrebbe essere anche in sala operatoria con il cuore aperto. Tu diglielo,
Abramo: se vuole incontrarmi, lo aspetto a Shinjuku tra venti minuti. Se arriva in ritardo anche di un
solo minuto, non mi trova pi.
Dopo una lunga pausa, Lincoln domand: In che punto di Shinjuku?
Digli di uscire dalla porta est della stazione ferroviaria di Shinjuku e di dirigersi verso
l'insegna dello Studio Alta Building, e digli che se indossa qualcos'altro oltre a pantaloni, scarpe e
maglietta a maniche corte, non mi vedr mai. Okay?
Volevo rendere il pi complicato possibile per Holtzer il compito di nascondere un'arma, se era
questo che aveva in mente.
Ricevuto.
Venti minuti esatti, ribadii io, prima di riagganciare.
C'erano due possibilit. Nel primo caso, Holtzer poteva avere davvero qualcosa da dirmi,
sebbene le probabilit fossero re-mote. Nel secondo caso, si trattava di un semplice tentativo di
attirarmi in una trappola per finire il lavoro che non erano riusciti a portare a termine a casa mia. Come
che fosse, era per me un'occasione di scoprire qualcos'altro. Non che contassi sulla sincerit di Holtzer,
ma ero convinto di poter leggere tra le righe delle sue bugie.
Dovevo presumere che ci sarebbero stati dei fotografi nascosti. Avrei dovuto tenerlo
continuamente in movimento, ma ci non avrebbe eliminato il rischio di essere fotografato. "Al
diavolo", pensai. "Visto che sanno dove abito, quei bastardi avranno probabilmente un intero album di
mie foto, a quest'ora.
Non c' pi tanto da preoccuparsi dell'anonimato, ormai."
Tornai sulla Shinjuku-dori e raggiunsi lo Studio Alta Building, davanti al quale diversi taxi
sostavano in attesa di clienti. Mi avvicinai a uno dei tassisti, un tizio giovane che aveva l'aria di poter
chiudere un occhio di fronte a una stranez-za, purch il compenso fosse adeguato, e gli dissi che
avrebbe dovuto prelevare un passeggero che sarebbe uscito dalla porta orientale della stazione nel giro
di quindici o venti minuti: un gaijin in maglietta a maniche corte.
Domandagli se  il capo, gli spiegai in giapponese, pas-sandogli una banconota da diecimila
yen. Se ti risponde di s, voglio che lo porti gi per la Shinjuku-dori, per poi svoltare a sinistra sulla
Meiji-dori e, poi, di nuovo a sinistra, sulla Yasukuni-dori. Dovrai aspettarmi l, sul lato nord della
Yasukuni-dori, davanti alla Daiwa Bank. Sar l subito dopo di voi. Tirai fuori un altro biglietto da
diecimila e lo strappai in due, gliene diedi met e gli dissi che avrebbe ricevuto l'altra met non appena
lo avessi raggiunto nel punto convenuto. Fece un inchino a mo' di assenso.
Hai un biglietto da visita? gli domandai.
Hai, rispose lui, sfilando all'istante un biglietto dal taschino della camicia.
Presi il biglietto, lo ringraziai e mi avviai verso lo Studio Al-ta Building, salendo al quinto
piano, da dove si godeva un'ottima visuale sull'uscita est della stazione di Shinjuku. Consultai
l'orologio: mancavano quattordici minuti. Trascrissi un indirizzo di Ikebukuro sul retro del biglietto da
visita e me lo infilai nel taschino esterno della giacca.
Holtzer comparve con un minuto di anticipo. Lo vidi emergere dall'uscita orientale e dirigersi
verso l'insegna dello Studio Alta. Anche da lontano riconobbi le sue labbra carnose, la pro-tuberanza
del naso. Per un breve e piacevole attimo indugiai nel ricordo di quando gliel'avevo rotto. I capelli non
li aveva persi, ma tendevano ormai pi al grigio metallico che al biondo cenere di un tempo. Dal
portamento e dall'aspetto era chiaro che si teneva in forma. Sembrava infreddolito, in maglietta a
maniche corte. Peggio per lui.
Vidi il tassista che, dopo essersi avvicinato, gli disse qualcosa. Holtzer annu e lo segu verso il
taxi, guardando con cautela tutt'intorno e dentro l'auto, prima di salire. Richiuse le portiere, l'auto si
avvi lungo la Shinjuku-dori.
Non avevo dato il tempo agli uomini di Holtzer di preparare un'auto o un altro mezzo di
sorveglianza in zona, cosicch chiunque avesse avuto intenzione di seguirlo sarebbe stato costretto a
muoversi in fretta, per prendere un taxi. Osservai la zona dall'alto per quattro minuti, ma non notai
alcun movimento sospetto. Tutto tranquillo, al momento.
Mi voltai e mi diressi verso le scale, scendendo tre gradini alla volta fino al pianterreno, per poi
raggiungere la filiale della Daiwa Bank sulla Yasukuni-dori, arrivando nel preciso istante in cui il taxi
accost al marciapiede. Mi avvicinai alla portiera anteriore pi lontana dal posto di guida tenendo
d'occhio le mani di Holtzer. La portiera automatica si apr, e Holtzer si sporse verso di me.
John..., disse, con il suo tono di voce pi rassicurante.
Le mani, Holtzer, dissi, interrompendolo. Tieni le mani bene in vista: in alto, con i palmi
rivolti in avanti. Non ero realmente convinto che avesse intenzione di ammazzarmi, ma non avevo
intenzione di concedergliene l'occasione.
Dovrei pretendere la stessa cosa da te.
Fa' come ti ho detto. Holtzer esit, ma poi si appoggi allo schienale e sollev le mani.
Bene. Ora incrocia le dita e metti le mani dietro la nuca. Dopo di che dovrai voltarti e guardare fuori
dal finestrino dalla parte del guidatore.
Oh, dai, Rain...
Obbedisci, o me ne vado. Mi squadr per un secondo, ma alla fine decise di eseguire.
Salii a bordo sedendomi accanto a lui e passai al tassista il biglietto da visita su cui era scritto
l'indirizzo di Ikebukuro, di-cendogli di portarci l. Non volevo dire nulla ad alta voce. Afferrai con la
mano sinistra le mani intrecciate di Holtzer e lo perquisii con la destra. Dopo un minuto di ricerche,
ormai convinto che fosse disarmato, mi allontanai da lui. Questo, per, era solo uno dei miei motivi di
preoccupazione.
Spero tu sia soddisfatto, ora, disse Holtzer. Ti dispiacerebbe dirmi dove stiamo andando?
Sapevo che me l'avrebbe domandato. Hai addosso un microfono, Holtzer? gli domandai
guardandolo attentamente negli occhi. Non rispose. "Dove potrebbe essere nascosto?" pensai. Non lo
avevo tastato sotto la camicia.
Togliti la cintura, gli ordinai.
Col cazzo, Rain! Stai oltrepassando il limite.
Toglitela, Holtzer. Non ho intenzione di scherzare con te.
Sto cominciando a pensare che il modo migliore di risolvere i miei problemi sarebbe di
romperti il collo qui su due piedi.
Prego: provaci...
Sayonara, brutto stronzo. Mi sporsi verso il tassista. To-matte kudasai. Fermati qui.
Okay, okay... Hai vinto tu, disse Holtzer, sollevando le mani in segno di resa. C' un
microfono nella cintura.  una semplice precauzione, dopo lo sfortunato incidente che  capitato a
Benny.
Stava forse dicendomi che non c'era problema? Che la storia di Benny non aveva importanza?
Iya sumimasen, dissi al tassista. Itte kudasai. Scusami, puoi ripartire.
Fa piacere vedere che hai sempre la stessa, alta considera-zione per i tuoi uomini, dissi a
Holtzer. Dammi la cintura.
Benny non era un mio uomo, replic Holtzer, scuotendo la testa in risposta alla mia evidente
ottusit. Stava cercando di fotterci, cos come stava cercando di fottere te. Si sfil la cintura e me la
pass. Io la osservai e subito, sotto la fibbia, trovai il microfono.
Dov' la batteria? domandai.
La batteria  la fibbia. Idruro di nickel.
Annuii, impressionato. Vi trattate bene, voialtri, eh? Abbassai il finestrino e feci volar via la
cintura.
Holtzer ebbe un moto istintivo, come per afferrarla, ma arriv un istante troppo tardi.
Maledizione, Rain, non ce n'era bisogno. Bastava disattivarlo.
Fammi vedere le scarpe.
Neanche per sogno, se hai intenzione di farmele volare fuori dal finestrino.
Se sono collegate a qualcosa, te le butto di sicuro. Toglite-le. Me le pass. Erano mocassini
neri, con la tomaia in morbida pelle e la suola di gomma. Non c'erano nascondigli per mi-crofoni.
L'interno era caldo e umido per via del sudore, e ci significava che le portava da un po'. C'era anche il
segno delle dita. Non erano certo scarpe preparate dai ragazzi del laborato-rio per qualche occasione
speciale. Gliele restituii.
Siamo a posto? mi domand.
Di' quel che hai da dire, gli dissi. Non ho molto tempo.
Holtzer sospir. L'incidente davanti a casa tua  stato un equivoco. Non sarebbe dovuto
accadere, e io volevo scusarmi personalmente.
Era disgustoso come riuscisse a suonare sincero. Ti ascolto.
Mi costringi ad avventurarmi su un terreno minato, qui, Rain..., fece lui sottovoce. Quel che
sto per dirti  top secret...
Sar meglio per te. Se mi avessi chiamato per raccontarmi cose che posso leggere
comodamente sul giornale, staremmo perdendo tempo.
Holtzer aggrott le sopracciglia. Negli ultimi cinque anni abbiamo avuto un nostro uomo
all'interno del governo giapponese. Una persona ben inserita nell'ambiente e in grado di accedere a tutte
le informazioni. Uno che sapeva dove sono nascosti tutti gli scheletri... e non solo in senso figurato.
Se sperava di suscitare in me una qualche reazione, rest deluso, perci prosegu. Abbiamo
ottenuto moltissime informazioni, da quest'uomo; mai, per, tali da andare oltre il pi immediato
retroterra. Niente su cui potessimo far leva. Mi spiego?
Annuii. Far leva, nel nostro campo, equivale a ricattare.
Un po' come le ragazze cattoliche, hai presente? Continuano a dire di no, e tu devi
semplicemente trovare un'altra via, perch in fondo lo sai che ne hanno voglia. Sogghign con i suoi
laidi labbroni. Be', gli abbiamo dato tempo, seguendolo passo passo sempre pi a fondo. Alla fine, sei
mesi fa, la motivazione dei suoi rifiuti ha cominciato a cambiare. Invece di di-re: "No, non posso", ha
iniziato a dire: "No,  troppo pericoloso. Correrei dei rischi". Obiezioni pratiche, insomma.
Lo sapevo. I bravi piazzisti, gli abili negoziatori e gli esperti agenti segreti finiscono tutti per
ricorrere alle obiezioni pratiche, per segnalare il passaggio dal problema del se a quello del come,
dal problema del principio a quello del prezzo.
Ci abbiamo messo cinque mesi per convincerlo. Stavamo per pagarlo in contanti, in un'unica
tranche, una cifra tale che non avrebbe pi dovuto preoccuparsi di nulla, oltre a uno stipendio annuo.
Documenti falsi, residenza in una localit tropi-cale dove si sarebbe trovato bene: l'equivalente del
programma di protezione dei testimoni, ma per conto della CIA, e in versione extra-lusso.
In cambio lui avrebbe dovuto darci informazioni scottanti sul partito liberal-democratico: gli
scambi di denaro, la corruzione, i legami con la yakuza, l'eliminazione di chi faceva la spia. Si parla di
prove schiaccianti: registrazioni telefoniche, fotografie, conversazioni registrate, tutto materiale
decisivo in tribunale.
E a che cosa vi sarebbe servito?
A che cazzo sarebbe potuto servire, secondo te? Con informazioni del genere, il governo
americano avrebbe avuto il partito liberal-democratico in pugno. Avremmo potuto tenere sotto scacco
tutti gli uomini politici giapponesi. Credi che avremmo avuto ancora problemi, a quel punto, con le
nostre basi militari di Okinawa e di Atsugi? O a esportare la quantit di riso, semiconduttori o
automobili che ci garba? Qui il potere  nelle mani del partito liberal-democratico, e noi avremmo
avuto il controllo su quel potere. Il Giappone sarebbe stato fino alla fine del secolo il giovane
prigioniero prediletto dello Zio Sam: quello che se lo prende regolarmente in culo.
Dal tuo tono di voce devo forse dedurre che lo Zio Sam ha avuto una delusione amorosa? feci
io.
Holtzer fece un sorriso pi simile a un ghigno. Non ha avuto una delusione. Deve solo
aspettare. Riusciremo comunque a ottenere quello che vogliamo.
Qual era il tuo rapporto con Benny?
Povero Benny. Era una grande fonte di informazioni sulle malefatte del partito
liberal-democratico. Conosceva i giocato-ri, ma non aveva un accesso totale, capisci? Il nostro uomo,
invece, l'accesso ce l'aveva.
Per sei stato tu a mandare Benny a casa mia.
S, l'abbiamo mandato noi. Da solo, per interrogarti.
Come hai fatto a scoprire quello che gli  successo?
Suvvia, Rain, aveva il collo spezzato di netto appena sotto casa tua. Chi poteva essere stato?
Uno dei pensionati tuoi vicini? Inoltre, aveva addosso un microfono.  una procedura standard, in
questi casi. Dunque abbiamo sentito tutto, anche quando ha incolpato me, lo stronzo.
E l'altro?
Non sappiamo nulla di lui se non che  stato trovato morto a cento metri dal luogo in cui 
stato rinvenuto il cadavere di Benny.
Benny mi ha detto che era del Boeicho Boeikyoku, e che sei stato tu a gestire i contatti.
 vero che sono stato io a gestire i contatti con il Boeikyoku, ma che io conoscessi il suo
amico  una balla. Comunque, sta pur certo che abbiamo fatto le dovute ricerche e che l'amico di
Benny non lavorava per i servizi segreti giapponesi. Quando Benny l'ha portato a casa tua, lui era in
missione privata per conto di qualcun altro. Sai che non ci si pu fidare di queste talpe, Rain. Ricordi i
problemi che abbiamo avuto in Vietnam con i nostri alleati dell'esercito sudvietnamita?
Alzai gli occhi verso lo specchietto retrovisore e vidi che il tassista ci stava guardando con
sospetto. La possibilit che fosse in grado di seguire la nostra conversazione in inglese erano nulle, ma
si capiva che aveva colto un che di strano, in quella situazione, ed era nervoso.
Come prendono i soldi da te, li prendono da chiunque gliene offra, prosegu Holtzer. Ti dir
di pi: Benny non mi mancher per niente. Se uno prende soldi da due parti in con-flitto e qualcuno lo
scopre, si becca quel che gli spetta.
O, almeno, cos dovrebbe essere. Okay, dissi io.
Ma fammi finire il discorso sul nostro uomo. Tre settimane fa era sul punto di consegnare le
informazioni, le aveva gi ca-ricate su un CD-ROM, cazzo: aveva in mano i gioielli della corona ma, ci
credi?, gli  venuto un colpo al cuore sulla Yamanote ed  morto. Abbiamo mandato della gente
all'ospedale, ma il disco era sparito.
Come fate a essere sicuri che l'avesse con s quando  morto?
Oh, ne siamo certi, Rain. Abbiamo le nostre fonti, lo sai.
Fonti e metodi particolari, di cui per non posso parlare. Ma il disco scomparso non  neppure
l'aspetto pi clamoroso della faccenda. Vuoi sapere qual , invece?
Non sto nella pelle.
Bene, allora, fece lui, e si protese sfoderando di nuovo il suo grottesco sorriso. L'aspetto pi
clamoroso  che non  neppure morto di attacco cardiaco: quel coglione  stato fatto fuori da uno
capace di far sembrare l'omicidio una morte per cause naturali.
Non so, Holtzer. Mi sembra una supposizione un po' tirata per i capelli.
Vero? Soprattutto se si pensa che ci sono ben poche persone al mondo capaci di portare a
termine un'operazione del genere. E, porca miseria, io ne conosco solo una: tu.
 per questo che hai voluto incontrarmi? gli domandai.
Per adombrare l'ipotesi di un mio coinvolgimento in questa storiaccia?
Suvvia, Rain, piantiamola di prenderci per il culo. So esattamente in che cosa sei coinvolto.
Non ti seguo.
Ah, no? Allora ho una notizia da darti: met dei lavori che hai fatto nel corso degli ultimi dieci
anni li hai fatti per conto nostro.
Cosa diavolo...?
Si avvicin ulteriormente, e bisbigli i nomi di diversi politici di spicco, banchieri e burocrati
che avevano conosciuto morti precoci ma apparentemente naturali. Erano tutti lavori miei.
Quei nomi li puoi leggere sul giornale, dissi, ma sapevo che avrebbe potuto farne altri.
Mi elenc i particolari della tabella utilizzata con Benny, i numeri dei rispettivi conti in
Svizzera.
"Maledizione", pensai, provando un senso di nausea. "Ti sei fatto usare come un idiota. Non hai
mai smesso di fare il loro gioco. Maledizione."
Immagino che sarai scioccato, Rain, disse, riaccomodan-dosi sul sedile. In tutti questi anni
sei stato convinto di essere un freelance, e invece era la CIA a pagarti lo stipendio. Ma considera il lato
positivo della faccenda: sei bravissimo nel tuo lavoro! Cristo, sei un mago! Fai scomparire la gente
senza lasciare traccia, neanche un indizio rivelatore. Mi piacerebbe sapere come fai. Davvero.
Lo guardai con occhi inespressivi. Magari, una volta o l'altra, avr modo di mostrartelo.
Continua pure a sognare, amico... Ora stammi a sentire: siamo riusciti a leggere il risultato
dell'autopsia di Kawamura.
Be', aveva un pacemaker che, chiss come, si  spento. Il coroner l'ha attribuito a un difetto di
fabbricazione. Tuttavia, facendo qualche ricerca, abbiamo scoperto che un difetto del genere 
praticamente impossibile. Qualcuno ha spento il pacemaker, Rain. Esattamente il genere di lavoro che
fai tu. Voglio sapere chi ti ha mandato.
Non ha senso, ribattei io.
Che cosa?
Perch ucciderlo, se l'obiettivo era solo quello di imposses-sarsi del disco?
Si accigli. Speravo che potessi dirmelo tu.
Io non lo so. Posso solo dirti che se avessi voluto il disco, avrei trovato modi molto pi
semplici per procurarmelo.
Magari non dipendeva da te, disse lui. Magari chi ti ha ingaggiato per il lavoro ti ha detto di
recuperarlo. So che non hai l'abitudine di fare troppe domande in occasione di incarichi del genere.
E ho forse mai avuto l'abitudine di fare piccole commissioni nel mio lavoro, tipo "recuperare"
articoli particolari?
Incroci le braccia e mi guard. No, per quel che ne so io.
Be', allora, a quanto pare, ti sei rivolto alla persona sbagliata.
Sei stato tu, Rain. Sei l'ultima persona che l'ha visto: lo ca-pirai anche tu che non  una bella
figura.
Vorr dire che mi roviner la reputazione.
Si massaggi il mento per un istante guardandomi in faccia.
Tra tutti quelli che stanno cercando di impadronirsi del disco, noi della CIA siamo di certo
quelli da cui hai meno da temere, lo sai bene.
A chi ti riferisci?
Secondo te? A tutte le parti coinvolte: i politici, la yakuza, la muscolatura che sostiene tutta la
struttura di potere giapponese.
Dopo averci pensato un attimo, dissi: Come hai fatto a rintracciarmi? Come hai fatto a
scovarmi in Giappone?
Scosse la testa. Mi dispiace, ma per risponderti dovrei di nuovo tirare in ballo il discorso delle
fonti e dei metodi, e questo discorso, in questa sede, non lo posso affrontare. Ti dir una cosa, per: se
vieni da noi, potremo parlare di tutto quello che vuoi.
Era una proposta cos insensata da indurmi a pensare di aver capito male. Hai detto: "Se vieni
da noi?"
S. Se consideri bene la tua situazione, ti renderai conto di avere bisogno del nostro aiuto.
Queste tue inclinazioni umanitarie mi giungono nuove, Holtzer.
Dacci un taglio, Rain. Non abbiamo scopi umanitari. Vogliamo solo che collabori con noi. O
hai tu il disco oppure, visto che hai dato la caccia a Kawamura, possiedi informazioni che potrebbero
aiutarci a trovarlo. In cambio, noi ti offriamo il nostro appoggio. Semplicissimo.
Ma io conoscevo quella gente, e conoscevo Holtzer. Non c'e-ra nulla di limpido nei rapporti con
loro, e quanto pi limpide apparivano le cose tanto pi brutalmente si preparavano a fre-garti.
Sono in una situazione scomoda, dissi. Inutile negarlo.
Forse dovrei fidarmi di qualcuno. Ma non certo di te.
Senti, se  per via di quello che  successo in guerra, le tue remore sono ridicole.  acqua
passata. Siamo in tutt'altra epoca, ora, e in tutt'altro posto.
Ma gli attori sono sempre gli stessi.
Agit la mano come per cercare di mandar via un cattivo odore. Quello che pensi di me non ha
importanza, Rain. Perch riguarda solo te e me. Quello che conta  la situazione, e la situazione  la
seguente: la polizia ti sta cercando; il partito liberal-democratico ti sta cercando; la yakuza ti sta
cercando. E
prima o poi ti troveranno, perch la tua copertura  ormai andata a farsi fottere. Quindi, lascia
che ti aiutiamo.
Che fare? Ammazzarlo l per l? Sapevano dove abitavo, la qual cosa mi rendeva vulnerabile, e
far fuori il capo del distaccamento avrebbe potuto innescare la rappresaglia.
L'auto dietro di noi svolt a destra. Mi guardai alle spalle e vidi la macchina dietro di essa, una
berlina nera con tre o quattro passeggeri giapponesi che, anzich occupare lo spazio ve-nutosi a creare,
rallentava. Non era certo un modo di guidare abituale, nel traffico di Tokyo.
Rimasi in attesa finch non fummo quasi arrivati al semaforo successivo, allora dissi all'autista
di girare a sinistra. Fece appena in tempo a frenare e a svoltare. La berlina cambi strada insieme a noi.
Dissi al tassista di essermi sbagliato e di tornare sulla Meiji-dori. Lui mi guard con chiara
irritazione, chiedendosi che ac-cidenti stesse succedendo.
La berlina ci rimase alle calcagna.
Oh, merda.
Ti sei portato della gente, Holtzer? Mi sembrava di averti detto di venire da solo.
Quella gente  qui per portarti in salvo. Per proteggerti.
Bene, possono seguirci fino all'ambasciata, allora, dissi io, d'un tratto spaventato, alla ricerca
di una via di scampo.
Non ho intenzione di entrare con te in taxi all'interno del muro di cinta dell'ambasciata.  gi
stata un'imprudenza accettare di incontrarti. Ti porteranno dentro loro.  pi sicuro.
Come avevano fatto a seguirlo? Se anche si fosse nascosto un microfono in una cavit del
corpo, non sarebbero riusciti a localizzarlo in quel traffico.
Poi, per, capii. Mi avevano giocato a meraviglia. Quando
Lincoln aveva chiamato, sapevano gi che avrei preteso un incontro immediato. Non
sapevano dove, ma avevano collaboratori mobili e pronti ad agire non appena determinato il luogo
dell'incontro. Avevano venti minuti per raggiungere Shinjuku e potevano tenersi abbastanza vicini da
reagire a quello che sentivano attraverso il microfono senza farsi vedere da me. Holtzer doveva aver
fornito loro il nome della compagnia del taxi, la descrizione dell'auto e il numero di targa, tenendoli
informati sui suoi movimenti finch a bordo non ero salito io. A quel punto erano gi appostati. Proprio
mentre io mi congratulavo con me stesso per aver escogitato un piano cos efficace e aver assunto il
controllo della situazione; proprio quando mi stavo rilassando dopo aver eliminato la microspia...
Sperai di sopravvivere per poter fare tesoro di quella lezione.
Chi sono quegli uomini? domandai.
Gente di cui possiamo fidarci. Collaboratori dell'ambasciata.
Il semaforo del cavalcavia sul fiume Kanda divent rosso. Il taxi rallent.
Girai di scatto la testa a destra e a sinistra in cerca di una via di scampo.
La berlina si avvicin, fermandosi a un'auto di distanza.
Holtzer mi guard, cercando di capire che cosa avessi intenzione di fare. I nostri sguardi si
incontrarono per un frazione di secondo. Quindi, si lanci su di me.
 per il tuo bene! strill, cercando di bloccarmi cingen-domi il tronco con le braccia. Vidi le
portiere della berlina nera che si aprivano su entrambi i lati per fare uscire due robusti giapponesi con
occhiali da sole. Cercai di spingere via Holtzer, ma lui aveva ormai intrecciato le mani dietro la mia
schiena. Il tassista si gir e prese a gridare qualcosa, ma non capii che co-sa dicesse.
I due giapponesi avevano richiuso le portiere da cui erano sbucati e si stavano avvicinando con
cautela al taxi. Merda.
Misi il braccio intorno al collo di Holtzer, serrandogli la testa contro il mio petto, per poi
infilare il sinistro tra me e lui cercando la sua carotide con il taglio della mano. Aum da! Aum
Shinrikyo da! gridai all'autista Sarin! Aum  il nome della setta che nel 1995 ha gassato la
metropolitana di Tokyo, e il so-lo ricordo dell'attacco con il sarin  ancora in grado di scatena-re il
panico.
Holtzer grid qualcosa contro il mio petto. Io mi sporsi in avanti, utilizzando il tronco e le
gambe come uno schiacciano-ci. Lo sentii perdere conoscenza.
Ei? Nan da tte? domand il tassista con gli occhi sgranati.
Che cosa vuoi dire?
Uno dei giapponesi buss su un vetro dell'auto. Aitsu! Aum da! Sarin da! Boku no tomodachi -
ishiki ga nai! Ike! Kuruma o dase! Quegli uomini sono di Aum: hanno il sarin! Il mio amico ha perso i
sensi! Forza, riparti! Presto! Il terrore che tra-pelava dalla mia voce non era certo forzato.
Forse, ebbe il sospetto che stessi mentendo o che fossi pazzo, ma non  il caso di scherzare con
il sarin. Ripart e sterz a destra, con una bruciante inversione a U sulla Meiji-dori tagliando la strada
all'intenso flusso di automezzi che sopraggiungeva.
Vidi i due giapponesi correre verso la loro macchina.
Isolde! Isolde! Byoin ni tanomu! Presto! All'ospedale!
All'incrocio tra la Meiji-dori e la Waseda-dori, il tassista sfrecci nonostante fosse appena
scattato il rosso, svolt fre-nando e sbandando sulla sinistra dirigendosi verso l'ospedale.
La forza di gravit fece cadere Holtzer all'indietro. Il flusso del traffico sulla Waseda-dori si
blocc dietro di noi un secondo dopo, e io calcolai che per un minuto, e forse anche di pi, la berlina
sarebbe stata immobilizzata.
La fermata di Waseda si trovava poco pi in l. Era tempo di tagliare la corda. Dissi all'autista
di accostare. Holtzer era ri-verso contro la portiera alle spalle del guidatore, svenuto ma vivo. Avrei
voluto completare l'opera di strangolamento: un avversario in meno di cui preoccuparsi... Ma non c'era
tempo.
Il tassista fece per protestare, dicendo che dovevamo portare il mio amico all'ospedale e
chiamare la polizia, ma io insistetti, e lui accost. Quando si fu fermato, io estrassi la met della
banconota da diecimila yen che gli dovevo e gliene diedi un'altra.
Afferrai il pacchetto per Midori e saltai fuori dal taxi, scendendo a rotta di collo gli scalini della
metropolitana. Se non fosse arrivato un treno al volo, avrei raggiunto un'altra uscita dalla stazione per
proseguire a piedi, ma il tempismo fu perfetto: un convoglio della linea Tozai stava fermandosi proprio
in quel momento. Scesi a Nihonbashi e presi la linea Ginza, per poi cambiare a Shinbashi e prendere la
Yamanote. Durante il tragitto seguii un'accurata procedura di controsorveglianza e all'uscita della
stazione di Shibuya, sapevo di essere, almeno momentaneamente, in salvo. Ma ero di nuovo senza
copertura, e quel momento non sarebbe durato.
16
Un'ora dopo ricevetti il messaggio di Harry e, come d'accordo, ci incontrammo al Doutor.
Quando arrivai, mi stava gi aspettando.
Che cosa hai scoperto? gli domandai.
Mah,  strano...
In che senso?
Be', innanzi tutto, il dischetto  protetto con un sistema piuttosto avanzato.
Sei in grado di decifrarlo?
Non si tratta di questo. La gestione delle copie  cosa diversa dalla criptazione. Questo disco
non pu essere duplicato, trasmesso elettronicamente o diffuso via Internet.
Vuoi dire che se ne pu fare una sola copia dall'originale?
Una o pi copie, non lo so. Il fatto  che non puoi fare una copia di una copia. Niente nipoti, in
questa famiglia.
E non c' modo di diffondere il contenuto del disco via Internet, caricarlo su una bacheca
elettronica o altro?
No. Se ci provi, i dati contenuti sul disco si deteriorano, e non sarai pi in grado di leggerli.
Be', questo spiega tutta una serie di cose, dissi.
Ad esempio?
Ad esempio, spiega perch si sono messi a trafficare con i dischi; e perch sono cos ansiosi di
recuperare proprio questo singolo esemplare. Sanno che non  stato copiato n diffuso, perci sanno
anche che i danni potenziali che possono venir-gliene sono ancora limitati a questo singolo disco.
Giusto.
Ora, dimmi una cosa: perch l'autore del disco originale non ha impedito che venisse fatta
anche quell'unica copia possibile? Non sarebbe stato pi sicuro?
Forse, ma sarebbe stato anche pi rischioso. Se succede qualcosa all'originale, tutti i dati
vanno persi. Avere una copia  sempre consigliabile.
Soppesai quella spiegazione. Che altro c'?
Be', come sai, il disco  anche criptato.
Gi...
Il sistema utilizzato, per,  strano.
 tutto strano, secondo te.
Mai sentito parlare di "riduzione del reticolo"?
Non mi pare.
 un tipo di codice. Il crittografo codifica un messaggio secondo un modello, come quello dei
fiori disposti simmetrica-mente su una carta da parati. Le carte da parati, per, sono semplici: una sola
immagine su due dimensioni. Un codice pi complesso adotta un modello che si ripete a livelli sempre
pi dettagliati, nel contesto di dimensioni matematiche multiple.
Per decifrare il codice, devi trovare il modo fondamentale in base al quale il reticolo si
riproduce: l'origine del modello, insomma.
Ho capito, ma sei in grado di decifrarlo?
Non lo so. Ho lavorato un po' con questo sistema a Fort Meade, ma questo  strano...
Harry, se lo ripeti ancora una volta...
Scusa, scusa:  strano perch il reticolo sembra consistere in un modello musicale, non fisico.
Non capisco.
C' un primo livello che sembra fatto di note musicali, tant' che il mio drive ottico lo
identifica come un disco musicale, non come un disco contenente dati. Il modello  bizzarro, ma
altamente simmetrico.
Sei in grado di scardinarlo?
Ci ho provato, ma non ci sono ancora riuscito. Devo ammettere che non rientra esattamente
nelle mie competenze.
Non rientra nelle tue competenze? Con tutti gli anni che hai passato alla NSA, che cosa c' che
pu esulare dalle tue competenze?
Harry arross. Il problema non  il metodo crittografico. 
la musica. Mi serve un musicista per decifrarlo.
Un musicista..., dissi io.
S, una persona capace di leggere la musica; meglio ancora se  uno che la sa anche scrivere.
Non dissi nulla.
Midori potrebbe tornare molto utile, disse.
Fammici pensare un attimo, risposi, a disagio.
D'accordo.
E dei cellulari che cosa mi puoi dire? Hai trovato qualcosa?
Sorrise. Speravo che me lo domandassi. Hai mai sentito parlare dello Shinnento?
Non saprei..., dissi, cercando di ricollegare quella parola a qualcosa. C'entra con l'anno
nuovo?
Shinnen come "fede" o "convinzione", non come "anno nuovo", mi spieg Harry, disegnando
nell'aria con un dito il corrispondente kanji per chiarirmi uno dei casi particolari di cui la lingua
giapponese  piena.  un partito politico. L'ultima chiamata fatta dal kendoka era diretta alla loro sede
centrale di Shibakoen, e il numero era programmato per la chiamata rapida su entrambi i telefonini.
Sorrise, pregustando chiaramente quello che stava per aggiungere. E se non ti sembra sufficiente per
stabilire un nesso, ti dir che era il partito che si in-caricava di pagare la bolletta del kendoka.
Non smetterai mai di stupirmi, Harry. Va' avanti.
Okay. Lo Shinnento  stato fondato nel 1978 da un certo Yamaoto Toshi, che  tuttora il capo
del partito. Yamaoto  na-to nel 1949.  l'unico figlio di una importante famiglia il cui albero
genealogico risale ai clan dei samurai. Suo padre era un ufficiale dell'esercito imperiale specializzato
nel settore delle comunicazioni che, dopo la guerra, mise in piedi una ditta che produceva sistemi di
comunicazione portatili. Il padre di Yamaoto riusc a fare strada nel suo lavoro grazie ai legami della
sua famiglia con i resti delle zaibatsu e divent ricco ai tempi della guerra di Corea, quando gli
americani cominciarono a comprare le apparecchiature prodotte dalla sua ditta.
Le zaibatsu erano le grandi imprese industriali prebelliche, dominate dalle pi potenti famiglie
giapponesi. Dopo la guerra, MacArthur aveva tagliato l'albero, ma non era riuscito a estir-parne le
radici.
Yamaoto si ciment, all'inizio, nel campo dell'arte: da adolescente trascorse alcuni anni in
Europa per studiare pianoforte.
Su insistenza della madre, credo. A quanto sembra era una specie di bambino prodigio, ma suo
padre lo costrinse a smettere al compimento del ventesimo anno di et e lo mand negli Stati Uniti per
completare i suoi studi con l'obiettivo di affidargli l'impresa di famiglia. Yamaoto si laure a Harvard
in economia e aveva la responsabilit degli affari di famiglia negli States quando il padre mor. A quel
punto, Yamaoto rientr in Giappone, vendette tutto e utilizz il denaro ricavato per fondare lo
Shinnento e candidarsi al parlamento.
Gli studi musicali... possono avere qualcosa a che fare con il metodo con cui il disco  stato
criptato?
Non saprei, ma potrebbe darsi.
Scusa, continua pure.
A quanto sembra, l'antica posizione del padre all'interno dell'esercito imperiale e la
discendenza dai samurai ha lasciato un'impronta sulla politica di Yamaoto. Lo Shinnento fu il
tram-polino per le sue idee destrorse. Fu eletto nel 1985 nel collegio di Nagano-ken, ma perse il seggio
nelle elezioni successive.
In Giappone non si viene eletti per le proprie idee, osservai io. Ci vuol ben altro.
Questa  esattamente la lezione che Yamaoto ha tratto dalla sua sconfitta. Dopo la sua
elezione, dedic tutto il tempo e il capitale politico a sua disposizione per promuovere l'abolizione
dell'articolo 9 della costituzione, in modo che il Giappone potesse nuovamente disporre di un suo
esercito, sbattere fuori gli americani dal paese, insegnare lo shintoismo nelle scuole... Le solite
posizioni nazionalistiche. Dopo la mancata rielezione, per, Yamaoto si ricandid, concentrandosi
questa volta sui ponti e sulle strade che avrebbe fatto costruire per gli elettori del suo collegio, sui
sussidi e i prezzi per il riso che si ripro-metteva di imporre. Un politico completamente cambiato. Le
posizioni nazionalistiche passarono decisamente in secondo piano. Yamaoto riconquist il seggio nel
1987 e da allora non lo ho mai pi perso.
Lo Shinnento, per, ha un ruolo marginale. Non mi pare che il partito liberal-democratico lo
abbia mai cooptato nella formazione di un governo. Dubito che al di fuori di Nagano-ken se ne sia mai
sentito parlare.
Yamaoto, per, pu contare su un paio di cose. In primo luogo, non ha problemi di
finanziamento, per via dell'eredit lasciatagli dal padre. In secondo luogo, sa come distribuire i
benefici. Nagano ha sul suo territorio una serie di zone agrico-le, e Yamaoto fa s che i sussidi
continuino ad arrivare e si op-pone apertamente all'attenuazione del rifiuto giapponese di importare
riso. Infine, pu contare sul sostegno da parte della comunit shintoista.
Lo shintoismo..., dissi io, meditabondo. Questo culto che si propone la venerazione della
natura era stato trasformato dai nazionalisti, prima della guerra, in un'ideologia della giappone-sit.
A differenza del cristianesimo e del buddismo, lo shintoismo  nato in Giappone e non viene
praticato in nessun altro luogo.
C'era qualcosa che mi infastidiva, a proposito di questo collegamento con lo shintoismo -
qualcosa che avrei dovuto sapere -
e a un certo punto capii di che cosa si trattava.
Ecco come hanno scoperto dove abitavo! esclamai. Ora capisco perch continuavo a
incontrare preti shintoisti que-stuanti fuori dalle stazioni della linea Mita. Mi hanno fregato con la
sorveglianza fissa, rintracciando il mio quartiere un passo alla volta. Maledizione! Come ho potuto non
accorgermene?
L'altro giorno stavo addirittura dando cento yen a uno di loro.
Harry aveva un'aria preoccupata. Come hanno fatto a indovinare che dovevano concentrarsi
sulla linea Mita?
Forse non l'hanno indovinato subito. Con un po' di fortuna, per, qualche piccola coincidenza,
un po' di informazioni fornite da Holtzer e, forse, persino qualche foto dell'epoca in cui ero soldato, ci
sono riusciti. Se mi hanno individuato al Kodokan, avranno immaginato che non potevo abitare troppo
lontano da l. E sono solo tre le linee metropolitane che hanno una fermata a una distanza ragionevole
dalla palestra: dev'essere bastato mettere in campo una sufficiente quantit di persone, in un numero
sufficiente di posti e per un tempo sufficiente. Merda, mi hanno proprio fregato...
Dovevo riconoscere che erano stati bravi. La sorveglianza fissa  praticamente impossibile da
individuare.
Diversamente da quel che accade con il pedinamento,  impossibile cogliere chi ti sorveglia
nell'atto di compiere gesti in-naturali o insoliti che lo tradiscano.  un po' come la difesa a zona nel
basket: dovunque vada, il giocatore con la palla trover sempre un nuovo elemento a marcarlo. Se si
dispone di un numero sufficiente di persone da dislocare in giro, la sorveglianza fissa  un sistema
infallibile.
Su che basi si fonda questo legame con lo shintoismo?
domandai.
Il culto shintoista dispone di un'organizzazione enorme, con sacerdoti che gestiscono templi a
livello nazionale, locale e persino di quartiere. Poich ogni tempio riceve numerose do-nazioni e
dispone sempre di notevoli risorse finanziarie, lo shintoismo  in grado di sostenere i candidati politici
che mostrano di avere un occhio di riguardo per la setta. E, secondo Yamaoto, in Giappone lo
shintoismo dovrebbe assumere un ruolo sempre pi importante, che implicherebbe un aumento del
potere dei sacerdoti.
Vuoi dire che i templi fanno parte a pieno titolo della rete del finanziamento?
S, ma c' dell'altro. Lo shintoismo rientra nel programma dello Shinnento. Il partito ne
propugna l'insegnamento nelle scuole, e vuole formare un'alleanza anticrimine tra polizia e templi
locali. Tieni presente che lo shintoismo era un elemento centrale del nazionalismo giapponese di prima
della guerra. 
diffuso soltanto in Giappone e pu essere facilmente piegato a sostenere il culto xenofobo
dell'anima giapponese, o Yamato Gokoro. E in questa fase se ne registra una certa diffusione, anche se
ben pochi, fuori dal Giappone, se ne rendono conto.
La sede centrale  a Shibakoen, vero? dissi.
S.
Okay. Mentre tu provi a forzare il reticolo, io dovr procu-rarmi un po' di materiale per la
sorveglianza: dispositivi a infrarossi e laser. E apparecchi video. Una trasmittente, anche, nel caso
riesca a entrare nel palazzo. Voglio sentire un po' che cos'hanno da dire i nostri amici dello Shinnento.
Perch?
Ho bisogno di altre informazioni. Di chi era questo disco?
Chi sta cercando di riappropriarsene? E perch? Se non sappiamo queste cose, non posso fare
granch per proteggermi, o per proteggere Midori.
Devi avvicinarti un bel po' all'edificio, per poter usare il genere di materiale che hai appena
elencato; figurarsi, poi, per piazzare una microspia. Perch non mi dai un po' di tempo per provare a
lavorare sul reticolo? Forse, quello che ti serve sta tutto l dentro.
Non ho tempo. Potresti metterci una settimana per forzare quel codice, e non  detto che tu ci
riesca. Nel frattempo, io so-no alle prese con la CIA, con la yakuza e con un esercito di sacerdoti
shintoisti. Sanno dove abito, e ora sono senza coperture.
Il tempo gioca a mio sfavore: devo sbrigarmi a risolvere la faccenda.
Perch non lasci il Giappone, allora? Almeno finch non ho forzato la protezione del disco.
Che cosa ti trattiene?
Per prima cosa, devo proteggere Midori, e lei non pu partire. Non mi piace l'idea che se ne
vada in giro con il suo vero passaporto.
Harry annu, come a voler mostrare di aver capito, ma poi si avvicin per osservarmi pi da
vicino. C' qualcosa tra voi due?
Io non risposi.
Lo sapevo, disse lui, arrossendo.
E io sapevo di non poterti fregare.
Harry scosse la testa.  per questo che non vuoi che mi aiuti a decifrare il codice del disco?
Sono davvero cos trasparente?
In genere, no.
D'accordo, glielo chieder, dissi, non potendo far altro.
Il suo aiuto potrebbe tornare utile.
Lo so, non preoccuparti: non ho mai creduto che tu potessi decrittare da solo una cosa cos
complessa senza l'aiuto di qualcuno.
Per una frazione di secondo la sua bocca ebbe un moto di in-dignazione, ma subito Harry mi
vide sorridere.
Ci sei cascato, gli dissi.
17
Harry and a noleggiarmi un furgone in un'agenzia di Roppongi - sotto falso nome, per non
correre rischi - mentre io restai a casa sua per limitare al minimo la mia esposizione. La casa di Harry 
un posto strano, zeppo di misteriose apparecchiature elettroniche, ma privo di qualunque cosa possa
rendere la vita pi comoda. Alcuni anni prima, mi aveva raccontato di aver letto che la polizia era
riuscita a scoprire un tizio che col-tivava marijuana al coperto attraverso un controllo delle bollet-te
dell'elettricit - a quanto pare, le apparecchiature idroponiche consumano molta pi energia della media
- e ora Harry  convinto che le sue impronte elettriche possano attirare su di lui l'attenzione della
polizia. Perci, ha eliminato tutti gli elettro-domestici che non siano assolutamente indispensabili,
catego-ria che, per Harry, include il frigorifero, il riscaldamento e il condizionamento d'aria.
Al suo rientro, caricammo il materiale sul retro del furgone.
Roba sofisticata. Il laser legge le vibrazioni prodotte sui vetri delle finestre dalle conversazioni
in corso in una stanza, fornendo poi i dati a un computer che li decodifica trasformandoli in parole. I
dispositivi a infrarossi sono in grado di captare le pi piccole variazioni di temperatura sui vetri, come
quelle causate, ad esempio, dal calore di un corpo in una stanza altrimenti fredda.
Finito il lavoro, andai a parcheggiare il furgone per poi tornare a Shibuya, non senza compiere
la solita procedura di controsorveglianza.
Arrivai all'albergo poco prima dell'una. A una bancarella in una delle vie senza nome che si
dipartono dalla Dogenzaka avevo comprato qualche panino, che io e Midori mangiammo seduti sul
pavimento della stanza, mentre le raccontavo gli ultimi sviluppi. Le diedi il pacchetto con lo scialle e
gli occhiali neri e le dissi che, per uscire, avrebbe dovuto indossarli. Le diedi anche l'indirizzo di Harry,
dicendole di raccogliere le sue cose e di farsi trovare l entro due ore.
Quando arrivai da Harry, lui era gi al lavoro sul disco di Kawamura. Mezz'ora dopo, squill il
citofono. Harry and a rispondere e disse: Hai.
Watashi desu. Sono io. Feci un cenno di intesa a Harry, alzandomi per andare alla finestra a
controllare, e lui apr il portone, dopo di che and alla porta, la apr e diede un'occhiata sul pianerottolo.
Meglio vedere chi  prima che il nuovo arrivato possa guadagnare la tua posizione, quando tu hai
ancora tutto il tempo di reagire.
Poco dopo spalanc la porta e fece cenno a Midori di entrare.
Rivolgendomi a lei, in giapponese, dissi: Questo  Harry, l'amico di cui ti ho parlato.  un po'
timido, con le persone, perch passa tutto il suo tempo al computer. Se per si  gentili con lui, dopo un
po' si scioglie.
Hajimemashite, disse Midori, voltandosi verso Harry e facendo un inchino. Piacere.
Piacere mio, rispose Harry, in giapponese. Sbatteva le palpebre a ripetizione ed era
chiaramente nervoso. Non ascoltarlo, ti prego. Il governo, durante la guerra, l'ha usato come cavia per
alcune droghe sperimentali:  destinato all'invec-chiamento precoce.
"Harry...?", pensai, colpito dalla sua inattesa arguzia.
Midori assunse un'espressione di assoluto candore e disse:
Ah,  colpa delle droghe?
Notai con piacere la leggerezza dell'approccio di Midori.
Harry mi sorrise, raggiante, convinto di aver finalmente avuto la meglio su di me e, forse, di
aver trovato anche un'alleata.
Okay, si  capito che andrete d'accordo, dissi, tagliando corto, prima che Harry approfittasse
di quella nuova iniezione di fiducia per slanciarsi fino a chiss quale vetta. Non abbiamo molto tempo.
Ora vi spiego il mio piano. Parlai a Midori di quello che avevo intenzione di fare.
Non mi piace, disse, quando ebbi finito. Potrebbero vederti.  pericoloso.
Non mi vedranno.
Dovresti prima lasciare a me e a Harry un po' di tempo per cercare di decifrare quel codice
musicale.
Questo argomento l'ho gi affrontato con Harry. Voi fate il vostro mestiere, e io far il mio. 
meglio. Andr tutto bene.
Guidai il furgone fino alla sede dello Shinnento, a Shibakoen, a sud del quartiere governativo di
Kasumigaseki. Il partito occupava una parte del secondo piano di un edificio affacciato sulla
Hibiya-dori, sul lato opposto rispetto al parco Shiba. Avevo intenzione di usare il laser per individuare
il tenore delle conversazioni nei vari uffici, previa analisi dei dati da parte di Harry, e sarei stato in
grado di decidere in quale stanza sistemare eventualmente le microspie. Lo stesso dispositivo mi
avrebbe aiutato anche a capire quando la sede si sarebbe svuota-ta - probabilmente, in tarda serata -
perch a quel punto mi sarei introdotto nel palazzo per piazzare la cimice. La strumenta-zione video
poteva tornare utile per identificare eventuali altri elementi di raccordo tra il partito e la CIA, per
ricavare ulteriori informazioni sulla natura del legame tra questi due gruppi.
Parcheggiai davanti all'edificio, ma sul lato pi lontano della via. Ero in pieno divieto di sosta,
ma il rischio di beccarsi una multa da un vigile annoiato era ampiamente compensato dalla posizione,
che era ideale.
Non appena ebbi finito di montare il materiale e di orientarlo in direzione delle finestre che mi
interessavano, sentii bussare al finestrino dal lato opposto a quello di guida. Alzai gli occhi e riconobbi
la divisa di un poliziotto. Stava battendo sul vetro con la sua torcia elettrica.
Oh, merda! Feci un gesto conciliatorio, come a voler dire che me ne stavo andando, ma il
poliziotto scosse la testa e disse: Deteyo. Scendi.
Le strumentazioni erano puntate verso il finestrino situato al-le spalle del guidatore, cosicch lo
sbirro, dalla sua posizione, non poteva vederle. Non potevo far altro che rischiare. Passai sul sedile
accanto a quello del guidatore e aprii la portiera per scendere.
Insieme a quello che aveva bussato, c'erano altri tre uomini, che dall'interno del furgone non
avevo visto. Erano tutti armati di Beretta 92 Compact e indossavano occhiali scuri e impermeabili.
Avevano tutti le classiche orecchie da kendoka. Ne riconobbi uno, quello che mi stava pi vicino: era
l'uomo che avevo incontrato sotto casa di Midori, il tizio col naso piatto che era entrato nel palazzo
dopo che io avevo steso i due aspiranti rapitori. Uno dei tre ringrazi il poliziotto, che gir i tacchi e se
ne and.
I tre mi fecero cenno di camminare. Se non altro, avevo risolto il problema di come entrare nel
palazzo. In tasca avevo un auricolare, oltre a una delle microspie personalizzate e adesive preparate da
Harry. Se ne avessi avuto l'occasione, avrei appic-cicato la cimice da qualche parte.
Mi condussero all'ingresso principale, senza mai togliere le mani dalle tasche dei loro
impermeabili. Salii le scale fino al primo piano, marcato stretto dai tre hendoka. Giunti sul pianerottolo,
Naso Piatto mi sbatt contro il muro puntandomi la pistola alla nuca. Uno dei suoi compari mi perquis.
Cercava ar-mi, e non fece caso alla microspia che avevo in tasca.
Quando quello ebbe finito, Naso Piatto fece un passo indietro e mi tir una ginocchiata nelle
palle. Io mi piegai in due, e lui mi sferr un calcio allo stomaco, seguito da altri due alle costole. Caddi
in ginocchio, cercando di respirare, con il torso trafitto da un dolore lancinante. Feci per sollevare le
braccia, come per proteggermi da un ulteriore colpo, ma uno degli altri due si frappose tra me e Naso
Piatto, dicendo: Iya, sono kurai ni shite ohe. Pu bastare. Ebbi la vaga sensazione di essere tirato in
mezzo, mio malgrado, al gioco dello sbirro buono e dello sbirro cattivo.
Restammo l per qualche minuto, con il compare di Naso Piatto che provava a placarlo, mentre
io cercavo di riprendere fiato. Quando fui in grado di rimettermi in piedi, mi condussero lungo un breve
corridoio con porte chiuse su entrambi i lati. Ci fermammo davanti all'ultima porta a destra. Naso Piatto
buss, e una voce dall'interno rispose: Dozo. Avanti.
Mi fecero entrare in una stanza piuttosto ampia rispetto alla media giapponese e arredata
secondo il tradizionale stile mini-malista: molto legno dalle tinte tenui, scaffali ornati da costose
ceramiche. Alle pareti erano appese alcune xilografie. Opere originali, probabilmente. In un angolo
della stanza c'erano un divanetto e due poltrone in pelle, sistemati intorno a un imma-colato tavolino di
vetro. L'impressione generale era di pulizia e di ricchezza, e si trattava, probabilmente, proprio
dell'impressione che quella gente voleva comunicare. Forse, quando hanno ospiti, Naso Piatto e i suoi
compari vanno a nascondersi.
In fondo alla stanza c'era una scrivania in legno. Mi ci volle un attimo per riconoscere l'uomo
che vi era seduto. Non l'avevo mai visto vestito in borghese.
Era il judoka che avevo incontrato al Kodokan. Quello con cui avevo combattuto in randori.
Salve, John Rain, disse, accennando un sorriso. Hisashiburi desu ne! Da quanto tempo!
Ricambiai lo sguardo. Salve, Yamaoto.
Si alz in piedi e aggir la scrivania con gli stessi movimenti vigorosi e aggraziati che avevo
potuto ammirare al Kodokan.
La ringrazio di essere venuto, oggi, disse. La stavo aspettando.
Quello era poco, ma sicuro. Mi spiace di non aver chiamato per annunciarmi, risposi.
Oh, si figuri... Non me l'aspettavo di certo, ma avevo previsto che avrebbe trovato il modo di
prendere l'iniziativa: in fondo, come judoka, lei  sicuramente pi a suo agio quando attacca, anche se
adotta un atteggiamento apparentemente difen-sivo.
Yamaoto fece un cenno ai suoi uomini e disse loro, in giapponese, di aspettare fuori. Li guardai
sfilare silenziosi fuori dalla stanza. Naso Piatto, richiudendosi la porta alle spalle, ne approfitt per
lanciarmi un'occhiataccia.
Perch il bruitone ce l'ha con me? Che cosa gli ho fatto?
domandai, massaggiandomi le costole. Ho l'impressione di non essergli simpatico.
L'ha maltrattata? Gli avevo detto di non farlo, ma ha sempre avuto qualche problema di
autocontrollo. Era amico di Ishikawa, l'uomo che lei ha ucciso sotto casa sua.
Oh, sono davvero dispiaciuto.
Yamaoto scosse la testa, come se non si trattasse d'altro che di uno spiacevole equivoco. Dozo,
suwatte kudasai, mi disse.
Prego, si sieda. Desidera qualcosa da bere?
No, grazie. Non ho sete. E preferirei restare in piedi.
Yamaoto annu. Immagino quel che lei star pensando, Rain-san. Non dimentichi che io ho
l'ho vista combattere. Per questo ci sono tre uomini armati fuori dalla porta: per intervenire nel caso lei
riesca a battermi. Mi regal un sorriso che denotava un senso di suprema fiducia in s stesso, e
ripensando a com'erano andate le cose al Kodokan, sapevo che la sua fiducia era giustificata. Sarebbe
una bella sfida, ma ora non  il momento di combattere. Si accomodi, la prego: sar pi facile trovare
una soluzione al nostro problema comune.
"Problema comune"?
S, il nostro problema  lo stesso: lei ha - o sa dov' - una certa cosa che a me interessa. Una
volta che ne sar entrato in possesso, lei sar fuori dal gioco, e noi potremo attenerci a un sano "vivi e
lascia vivere". Fino a quel momento, per, le cose si metteranno sempre peggio.
Io tacqui, per vedere se aveva altro da aggiungere. Dopo un attimo, disse: Sarei veramente
felice di poter parlare con lei.
Doto kakete kudusai. Si sieda, la prego.
Chinai la testa e mi avvicinai a una delle poltrone sistemate ai lati del divano, infilandomi le
mani nella tasca della giacca e fingendo un'aria di rassegnazione. Accesi la microspia. Comunque fosse
finita quella storia, Harry sarebbe almeno riuscito a sentire tutto. Mi sedetti e aspettai.
Grazie, disse Yamaoto, sedendosi di fronte a me sul divano. Ora mi dica: come ha fatto ad
arrivare a me?
Mi strinsi nelle spalle. Quel suo uomo, Ishikawa,  entrato in casa mia e ha cercato di
uccidermi. Gli ho preso il cellulare e ho scoperto che aveva a che fare con lei. Per il resto,  stato
sufficiente prendere l'iniziativa: la miglior difesa  l'attacco.
Ishikawa non era venuto a casa sua per ucciderla. Voleva solo farle qualche domanda.
Se quello era il suo modo di fare domande, dissi, doveva mandarlo da Dale Carnegie.
In ogni caso, noi non vogliamo lei, Rain: vogliamo solo il disco.
Quale disco?
Non vorr offendere la mia intelligenza, spero. Lei sta proteggendo Kawamura Midori.
Mi colse di sorpresa, ma poi ricollegai: doveva averlo saputo dagli uomini che l'avevano
aspettata a casa. Dovevano essere uomini di Yamaoto. Avevano concentrato la loro attenzione su di lei,
credendo che il disco fosse in mano sua, dopo di che ero entrato in scena io. Solo dopo il mio agguato e
dopo che Midori era sparita, si erano messi alle mie calcagna.
Che cosa avrebbe a che fare Midori con il disco?
So che suo padre aveva il disco con s quando  morto. 
probabile, perci, che ora lo abbia la ragazza, che a quanto pare si  nascosta.
 ovvio che si sia nascosta. A casa sua ha ricevuto lo stesso benvenuto che stavo per ricevere
io a casa mia. Sa di essere in pericolo, ma non ne capisce la ragione.
Di norma, una persona come Midori si rivolgerebbe alla polizia, ma finora non l'ha fatto.
Di questo non so nulla, ma neanch'io ho troppa fiducia nella polizia.
Dov' ora la ragazza?
Non lo so.  sparita dalla circolazione dopo l'imboscata che gli avete teso. Credeva che fossi
d'accordo con voi.
Davvero? In giro, non si  pi vista.
Magari  a casa di amici, forse ha persino lasciato il Giappone. Mi  sembrata piuttosto
spaventata.
Capisco, disse, congiungendo le mani a forma di guglia.
Lei si rende conto, Rain-san, che quel disco contiene informazioni che potrebbero essere
dannose per il nostro paese, se ca-dessero in mano nemica o fossero divulgate. E le assicuro che i
nemici stanno a loro volta cercando di impadronirsi del disco.
Pensai a Holtzer e a come voleva trasformare il governo giapponese - secondo la formula che
solo lui poteva partorire -
nel giovane prigioniero prediletto che se lo prende regolarmente in culo.
Restava una cosa da chiarire. Perch quel contatto al Kodokan? domandai.
Curiosit, disse, in posa contemplativa. Volevo scoprire qual  la molla che spinge un uomo
con la sua storia. Se allora avessi saputo del suo imminente coinvolgimento in questa faccenda, avrei
certamente evitato.
Perch? Quale sarebbe la mia storia?
Alludo al fatto che lei appartiene a due paesi e a due culture cos opposti...
Credo di non seguirla... A parte il casuale incontro tra me e i suoi uomini sotto casa di Midori,
non sapevo che ci conosces-simo.
Ah, certo, lei non poteva saperlo, ma io mi sono avvalso dei suoi servigi, in alcune
circostanze.
Tramite Benny, evidentemente. Cristo, quel bastardo, teneva davvero il piede in pi scarpe. E
probabilmente rivendeva i miei servigi facendoci la cresta. "Ora non pi, per!", pensai.
Come vede, dunque, fino a poco tempo fa, i nostri rispettivi interessi sono sempre andati a
braccetto, e se riusciamo ad ap-pianare quest'unica faccenda, possiamo tornare allo status quo ante
bellum.
Voleva quel disco a tutti i costi. Sperai che gli algoritmi di Harry stessero funzionando.
Il problema, come ho detto,  che non ho idea di dove sia questo disco e non so nulla del suo
contenuto, dissi. Altrimenti, glielo consegnerei.
Yamaoto si accigli.  davvero una disdetta. Neanche la figlia di Kawamura sa nulla?
Come faccio a saperlo?
Yamaoto annu gravemente. Questo  un problema. Vede, finch non avr quello che cerco, la
figlia di Kawamura  tra le persone sospette. Sarebbe di gran lunga pi al sicuro se quel disco fosse
nelle mie mani.
Per un attimo fui tentato di credere che ci fosse del vero in quello che diceva. Se avesse avuto il
disco, Midori non avrebbe pi corso rischi.
Tuttavia, c'erano altre persone interessate a quel disco, le quali - se anche Midori se ne fosse
sbarazzata - non avrebbero avuto modo di saperlo. L'aspetto logistico, poi, presentava problemi
insuperabili. Yamaoto non mi avrebbe mai lasciato andare sulla parola, con la semplice promessa di
fargli avere il disco, e io non avevo alcuna intenzione di dirgli dove si trovavano Midori e Harry.
Infine, nulla impediva che Yamaoto conti-nuasse a eliminare i testimoni scomodi anche dopo aver
recuperato il disco.
Per quel che pu valere, non credo che la ragazza abbia il disco, dissi. Perch mai il padre
avrebbe dovuto darglielo?
Era facile prevedere che l'avrebbe messa nei guai, no?
Forse, gliel'ha dato senza volere. D'altronde, il fatto che Midori non si sia rivolta alla polizia la
dice lunga.
Tacqui, in attesa che lui dicesse qualcos'altro.
Basta scherzare, ora! esclam a un certo punto. Si alz e raggiunse un attaccapanni, da cui
prese una giacca. Ho un appuntamento e non ho pi tempo per cercare di convincerla. Mi dica dov' il
disco o dove posso trovare Kawamura Midori.
Le ho gi detto che non lo so.
Purtroppo, lei ha un solo modo per dimostrarmelo, e credo che lei abbia gi capito di che cosa
si tratta.
Restammo in silenzio per un minuto buono, durante il quale lo sentii espirare come se avesse
trattenuto il respiro. Lei  in una posizione scomoda, Rain-san, e io nutro per lei tutta la simpatia del
caso, ma deve capire che otterr comunque quello che voglio. Se lei mi aiuter, da amico, io potr
fidarmi di lei, e lei sar libero di andarsene dove vuole. Se invece i miei uomini dovranno carpirle
l'informazione con altri mezzi, potrei avere dei problemi a lasciarla andare, poi. Anzi, il rischio  che
sia lei a trovarsi in condizioni di non potersene andare. Mi capisce?
Se non trovo il disco, dovr optare per una soluzione diversa: eliminare sistematicamente
qualsiasi rischio che possa derivar-ne. Quindi, come vede, se lei parlasse sarebbe molto meglio.
Incrociai le braccia e lo guardai impassibile, ma mentalmente stavo ripassando la pianta del
corridoio e delle scale, alla ricerca di un modo per fuggire.
Probabilmente, sperava davvero che io cedessi: aspett a lungo. Alla fine, richiam i suoi
uomini. La porta si apr, e io fui circondato e costretto ad alzarmi in piedi. Yamaoto berci alcuni
ordini in giapponese. Trovate il disco, e la ragazza, a qualunque costo.
Mi sospinsero fuori dalla stanza. Alle mie spalle, Yamaoto disse: Sono molto deluso. Lo
sentii a malapena. Ero troppo impegnato a cercare una via di fuga.
18
Mi riportarono indietro per il breve corridoio e io vidi l'entrata, passando accanto a una porta a
vetri a due battenti chiusa da un chiavistello senza scatto. Al nostro arrivo si era aperta verso l'esterno.
Se avessi colpito nel punto giusto, in volo, forse il lucchetto avrebbe ceduto. In caso contrario, e se mi
fosse rimasto il tempo per indietreggiare un po' e riprovare, avrei potuto lanciarmi direttamente contro i
vetri, nella speranza di non farmi troppo male. Opzioni scadenti, ma sempre meglio che essere torturati
a morte da Naso Piatto e dai suoi amici.
Mi spinsero con una certa rudezza per il corridoio, e io cercai di comunicare un'impressione di
paura e di disperazione, per alimentare il loro senso di sicurezza. Volevo che si rilassassero.
Volevo far credere di essere spaventato dalla loro superiorit numerica e di stazza. C'era la
possibilit che mi concedessero l'occasione di prenderli di sorpresa. Oltre a questo, avevo un solo
vantaggio rispetto a loro, lo stesso che gli uomini del SOG
avevano sempre avuto nei confronti dei nordvietnamiti, anche quando operavano dietro le linee
nemiche: considerando quello che mi aspettava, avevo pi stimoli io a fuggire che loro a trat-tenermi.
Mi condussero all'estremit opposta del corridoio, in una stanza non pi grande di tre metri
quadrati. La porta era dotata di una finestrella con vetro smerigliato e si apriva verso l'interno e in senso
antiorario, sul fondo della stanza. A destra c'era un piccolo tavolo rettangolare, con due sedie su
ciascuno dei lati pi lunghi. Mi sbatterono su una delle sedie con lo schienale rivolto verso la porta. Io
posai le mani sulle ginocchia, sotto il tavolo.
Naso Piatto scomparve per alcuni minuti. Ritorn con un pesante manganello di legno e si
accomod di fronte a me, dal la-to opposto del tavolo. Gli altri due si appostarono alle mie spalle, uno
per lato.
Tra Naso Piatto e il muro retrostante c'era s e no un metro di spazio. Bene.
Non avevano chiuso la porta a chiave. Perch preoccuparse-ne, in fondo? Loro erano in tre,
grossi e cattivi. Giocavano in casa. Erano certi di avere il pieno controllo della situazione.
Sollevai il tavolo con le ginocchia, in misura quasi impercettibile, per farmi un'idea del suo
peso. Bench fosse piccolo, era abbastanza pesante. Il cuore mi rimbombava nelle orecchie e nel collo.
Naso Piatto stava per dire qualcosa, ma non ci badai. Non appena apr bocca, gli rovesciai
addosso il tavolo sollevandolo da sotto con le braccia. La forza che ci misi lo scaravent all'indietro
contro il muro. Sentii il riverbero dell'impatto nelle braccia.
Gli altri due balzarono in avanti. Io feci scattare la gamba colpendo quello che mi stava
assalendo da destra, beccandolo in pieno allo stomaco con una violenza tale che l'inerzia accumulata
continu a sospingerlo all'indietro. Cadde a terra, e subito l'altro mi fu addosso.
Mi afferr alle spalle e tent un hadaka jime, la presa sopo-rifera, ma io incassai il collo nelle
spalle, e il suo avambraccio si chiuse all'altezza della mia bocca. La sua pressione, per, era tale che,
per un attimo, ebbi paura che potesse scardinarmi la mandibola. Aprii la bocca e il suo braccio mi si
infil tra i denti. Prima che potesse liberarsi, lo azzannai. Sentii i denti affon-dare nella carne e lui
lanci un urlo.
La sua presa perse vigore, e io potei girarmi, per poi cominciare a colpirlo con una serie di
montanti all'addome. Abbass le braccia per proteggersi il corpo, e io ne approfittai per spa-rargli un
diretto sotto il naso, a mano aperta, con la base del palmo. Non cadde, ma rimase intontito, al che lo
spinsi verso destra e mi lanciai verso la porta.
Quello che avevo colpito per primo mi afferr una gamba da terra, ma io riuscii a divincolarmi.
Mi aggrappai alla maniglia e la girai, spalancando con violenza la porta, che and a sbattere contro la
parete, mandando in frantumi il vetro smerigliato.
Mi precipitai con foga nel corridoio, correndo e quasi caden-do in avanti, come se avessi perso
l'equilibrio lungo un ripido pendio. Ci misi un attimo per arrivare alla porta a vetri. La colpii con tutte
le mie forze, e i battenti si spalancarono, proprio come previsto. Rotolai in corridoio al di l della porta,
mi rialzai in piedi e filai verso le scale. Quando ebbi raggiunto la porta d'ingresso della sede, la aprii e
scesi i gradini quattro alla volta, appoggiandomi al corrimano per tenermi in equilibrio.
Ero appena arrivato in fondo alla prima rampa, quando sentii spalancarsi la porta da cui ero
appena uscito: mi erano gi alle costole.
Dovevo abbandonare l'edificio prima che cominciassero ad arrivare i rinforzi. La stazione del
metr di Shibakoen si trovava proprio sul lato opposto della Hibiyadori. Attraversai la strada di corsa,
procedendo in diagonale rispetto al flusso del traffico e costringendo pi di un automobilista a frenare
di colpo per evitarmi.
Dalle scale della stazione stava sbucando una folla compatta: doveva essere appena passato un
treno. Imbucandomi, mi voltai e vidi che due dei tirapiedi di Yamaoto si erano lanciati al mio
inseguimento.
Sentii il campanello che annunciava l'arrivo di un altro treno.
Potevo farcela. Non avevo dubbi sul fatto che, a quel punto, mi avrebbero sparato, se avessero
potuto. In mezzo a quella folla, nessuno sarebbe riuscito a capire chi, e da dove, avesse sparato.
Sgomitai affannosamente per farmi strada, superando tre an-ziane signore molto lente che
ostruivano il passaggio, e in fondo ai gradini svoltai a sinistra. Davanti alla biglietteria c'era una
bancarella, da cui, passando, arraffai un caff in lattina che stava alla perfezione nel palmo di una
mano. Centonovanta grammi. Bordi duri di metallo.
Oltrepassai i tornelli e raggiunsi la banchina. Troppo tardi: le porte si erano gi chiuse, il treno
stava ripartendo.
La banchina era affollata, ma tra la folla e il treno che sfilava si era creato un corridoio, di cui
approfittai per procedere pi in fretta. Voltandomi, vidi uno dei sicari di Yamaoto che superava a sua
volta il mezzanino, infilandosi nel varco lungo il bordo della banchina.
Feci una rapida stima della distanza - cinque metri - in rapida diminuzione.
Lanciai con tutte le mie forze la lattina come fosse una palla da baseball e lo colpii allo sterno,
che rimbomb chiaramente nonostante il brusio della folla. Si accasci all'istante, ma il suo compare gli
era immediatamente alle spalle, con una pistola spianata.
Mi voltai, respirando a ritmo serrato, mentre il treno accele-rava. Sentii uno sparo. Un altro.
Due metri. Uno.
Ero abbastanza vicino al convoglio da poter allungare un braccio e afferrare la sbarra verticale
di ferro situata sull'angolo posteriore dell'ultima carrozza, ma non potevo avvicinarmi oltre. Per un
attimo, la mia velocit fu identica a quella del treno in partenza, ma ben presto cominci a sfilarmi
accanto.
Lanciai un urlo selvaggio e spiccai un salto, la mano spalan-cata per afferrare la sbarra. Per un
secondo ebbi l'orribile sensazione di aver mancato la presa e di precipitare, ma subito do-po la mia
mano si strinse intorno al freddo metallo.
Fui trascinato in avanti e andai a sbattere con le ginocchia contro il metr. I miei piedi
penzolavano a pochi centimetri dai binari. Le dita mi stavano scivolando lungo il sostegno. Alzai gli
occhi e vidi uno scolaretto in divisa che mi guardava a bocca aperta dal finestrino posteriore. A quel
punto il treno entr nel tunnel, e io fui costretto a mollare.
Ruotai istintivamente il corpo, facendo passare il braccio sinistro sotto il torace per poter
rotolare al momento dell'impatto.
Invece, andai a sbattere sui binari con una tale forza da rimbal-zare. Sentii un dolore diffuso in
tutta la parte sinistra del corpo, seguito dalla sensazione di prendere il volo. Un attimo dopo, per,
sentii un tonfo sordo e mi fermai.
Mi ritrovai supino, gli occhi puntati sulla volta della galleria.
Restai l immobile per un attimo, senza fiato, a muovere le dita dei piedi e delle mani. Sembrava
tutto a posto.
Passarono cinque secondi; poi altri cinque. Inspirai un paio di volte, affannato.
"Che diavolo..." pensai. "Su che cosa sono atterrato?"
Mi rialzai grugnendo e scoprii di essere finito su un ammas-so di sabbia sistemato alla sinistra
dei binari. Accanto a quel cumulo c'erano due operai giapponesi, con il classico casco protettivo, che
mi guardavano vagamente sorpresi.
Vicino al cumulo di sabbia c'era una superficie di cemento che quei due stavano riparando. La
sabbia gli serviva per mi-schiarla al cemento. Vidi che se mi fossi lasciato andare mezzo secondo pi
tardi, sarei atterrato sul duro, invece che su quella morbida montagnetta di sabbia.
Mi feci scivolare a terra, mi alzai e cominciai a spolverarmi.
Nella sabbia si notava chiaramente la concavit lasciata dal mio corpo, come in un cartoon
esagerato.
Gli operai non si mossero di un millimetro. Continuarono a guardarmi, sempre a bocca aperta,
chiaramente sotto shock per la scena a cui avevano assistito.
Ah, sumimasen, esordii io, non sapendo che altro dire.
Etto, otearae wa arimasu ka? Scusate, c' un bagno, qui?
I due rimasero impietriti, e io mi resi conto di averli ulteriormente scombussolati con la mia
domanda. Fa niente. Mi trovavo a pochissimi metri dall'imbocco della galleria e mi avviai per uscirne.
Pensai a quello che era successo. Gli uomini di Yamaoto dovevano avermi visto entrare in
galleria appeso al treno, ma non si erano accorti della mia caduta, e il treno andava troppo veloce
perch potessi aver deciso di mollare deliberatamente la presa. Di conseguenza, dovevano aver pensato
che sarei arrivato, di l a tre minuti, al capolinea di Mita ed erano quasi certamente corsi fuori diretti
alla stazione del metr di Mita per cercare di intercettarmi.
Ebbi un'idea un po' folle.
Misi una mano in tasca, presi l'auricolare che ci avevo nascosto, prima che Naso Piatto e la sua
banda mi sorprendessero all'interno del furgone, e me lo sistemai all'orecchio. Frugai un'altra volta
nelle tasche alla ricerca della microspia adesiva e la trovai. Ma funzionava ancora?
Harry? Mi senti? Rispondimi, dissi.
Ci fu un lungo silenzio, ma, proprio quando stavo per riprovare, dall'auricolare giunse una voce.
John! Che diavolo sta succedendo? Dove sei?
Fu bello risentirlo. Tranquillo... Sto bene, ma ho bisogno del tuo aiuto.
Che cosa sta succedendo? Ho sentito tutto. Sei in una stazione del metr? Tutto a posto?
Mi arrampicai sulla banchina, e qualcuno, tra i presenti, mi guard stranamente. Io per li
ignorai e passai loro accanto come se fosse perfettamente normale che una persona sbucas-se, sporca e
piena di lividi, da una galleria del metr di Tokyo.
Mi  capitato di stare meglio, ma ne parliamo un'altra volta.
Le apparecchiature sul furgone sono ancora in funzione?
S, sto ricevendo i dati relativi a tutte le stanze dell'edificio.
Bene. Proprio di questo avevo bisogno. Quanta gente c', nella sede?
Stando agli infrarossi, solo una persona. Tutti gli altri sono usciti per venirti dietro.
Anche Yamaoto?
S.
Dov' quello che  rimasto?
Nella stanza in fondo, dove ti hanno portato quei tre uomini.  l da quando tu sei scappato.
Doveva trattarsi di Naso Piatto o di uno dei suoi due compari: forse, non ce l'aveva fatta a
muoversi. Buono a sapersi.
Ti spiego la situazione. Loro credono che io sia attaccato a un metr diretto verso la stazione
Mita e, nel giro di quattro minuti, saranno l. Ci metteranno, probabilmente, cinque minuti per rendersi
conto che non ci sono e che li ho seminati. Ci vorranno altri cinque minuti per ritornare in sede. Quindi,
ho quattordici minuti per rientrare nel palazzo e piazzare la microspia.
Che cosa? Tu non sai dove sono! E se a Mita non ci sono andati? Potrebbero tornare mentre tu
sei ancora nella loro se-de!
Per questo conter su di te: dovrai avvertirmi se li vedi arrivare. Ricevi ancora le immagini
della videocamera?
S, le immagini mi arrivano.
Ascolta: sono praticamente arrivato: la via  ancora sgom-bra?
S, ma  una cosa da pazzi.
Non capiter mai pi un'occasione del genere: sono tutti fuori e devono aver lasciato tutto
aperto. Quando rientreranno potremo sentire tutto quello che diranno. Sto entrando.
Okay, ti vedo. Sbrigati!
Consiglio inutile. Oltrepassai il portone e in cima alle scale svoltai a destra, per poi correre
verso l'entrata della sede del partito. Come previsto, erano usciti di fretta e avevano lasciato tutto
aperto. L'ufficio di Yamaoto era la terza porta sulla destra.
Sarei entrato e uscito in un attimo.
La porta, per, era chiusa. Afferrai la maniglia e provai a gi-rarla.
Oh, cazzo! bisbigliai.
Che cosa c'?
 chiusa.
Lascia perdere... Piazza la microspia da un'altra parte.
Non posso:  qui che si dicono le cose che ci interessano.
Esaminai la serratura e vidi che aveva un semplice meccanismo di ritenuta a cinque denti.
Niente di particolare. Aspetta un attimo. Credo di poterla forzare.
John, vieni via di l. Potrebbero rientrare da un momento all'altro.
Non risposi. Estrassi il portachiavi e sfilai uno dei miei grimaldelli artigianali, insieme allo
specchietto da dentista. La lunga e sottile impugnatura di quest'ultimo sarebbe andata benissimo per i
miei scopi. Infilai l'impugnatura nella serratura e impressi una delicata rotazione in senso orario.
Quando il cilindro arriv al limite del gioco concessogli, infilai il grimaldello e cominciai a lavorare sul
quinto dente del meccanismo di ritenuta.
Non cercare di forzare la porta! Non  il tuo campo! Metti la microspia da un'altra parte e vieni
via!
Che cosa vuol dire "non  il tuo campo"? Sono stato io a in-segnartelo. Te ne sei
dimenticato?
Proprio per questo so che non  il tuo campo. Tacque, forse rendendosi conto dell'inutilit dei
suoi tentativi di fermarmi e preferendo lasciarmi concentrare.
Sentii scattare il quinto dente del meccanismo di ritenuta, ma poi mi sfugg l'appiglio. Merda.
Ruotai di pochissimo lo specchietto, riportando il cilindro contro i dentelli. Harry, ci sei?
Ho nostalgia della tua voce... Il meccanismo di ritenuta mi sfugg un'altra volta.
Non parlare con me. Concentrati.
Lo sto facendo, ma  difficile... Sentii il quinto dentello scattare e tenere. Con i tre dentelli
successivi non ebbi problemi. Ne mancava uno.
L'ultimo dente doveva essere danneggiato. Non riuscivo a farlo scattare. Spostai su e gi il
grimaldello, ma senza risultato.
Dai, bellezza! Dove sei? bisbigliai. Trattenni il respiro continuando a muovere i ferri
all'interno della serratura.
Non sentii alcuno scatto, ma all'improvviso la maniglia gir, e la porta si apr.
L'ufficio era nelle stesse condizioni in cui l'avevo lasciato.
Persino le luci erano rimaste accese. Mi inginocchiai accanto al divanetto in pelle e ne tastai il
fondo, che risult rivestito di tessuto. I bordi erano fissati a un telaio che pareva di legno. Ottimo
supporto, per una microspia.
Tolsi la protezione della superficie adesiva e sistemai la cimice.
Qualunque parola detta in quella stanza sarebbe giunta forte e chiara al ricevente.
La voce di Harry, all'auricolare, mi inform che due uomini stavano tornando in sede. Sono
sul marciapiede. Vieni via, John! Prendi l'uscita laterale. Sulla sinistra del palazzo, guardando la
facciata.
Merda! La microspia  a posto. Non potr pi risponderti, una volta che sar uscito da questa
stanza. Tu, per, continua a parlarmi, perch io ti sento.
Si sono appena fermati sul marciapiede davanti all'ingresso principale. Forse stanno
aspettando gli altri. Vai all'uscita laterale, e resta l al coperto finch non ti dir di uscire.
Okay. Sto uscendo. Rigirai la serratura dall'interno e infine uscii, richiudendo. Mi girai
avviandomi verso il corridoio esterno.
Lungo il corridoio, per, stava sopraggiungendo Naso Piatto, con la camicia zuppa di sangue. Il
tavolo doveva averlo preso in piena faccia, rompendogli per l'ennesima volta il naso. Non era certo
servito a migliorare il suo aspetto. Dal suo petto pro-rompevano rauchi rumori animaleschi.
Era tra me e l'uscita. Non potevo far altro che affrontarlo.
Un secondo dopo, sentii la voce di Harry. Ne hai uno di fronte! E gli altri stanno salendo!
Naso Piatto chin la testa, incassando il collo nelle spalle, come un toro pronto a partire alla
carica.
Non vedeva l'ora di avermi tra le mani. Mi stava venendo addosso a tutta forza, pazzo di rabbia,
senza pensare.
Si avvent su di me, accorciando rapidamente le distanze.
Quando allung le braccia per mettermi le mani al collo, io gli afferrai la camicia bagnata e lo
gettai a terra con un tomo-nage modificato, sferrandogli un calcio nei coglioni e facendolo volare alle
mie spalle. Si abbatt al suolo di schiena, con una violenza tale da far vibrare il pavimento. Sfruttando
l'inerzia della mossa, mi rialzai in piedi, feci due ampi passi e mi staccai da terra come un bisonte
incazzato, abbattendomi sul suo torace a piedi uniti, con tutta la forza che avevo. Sentii le ossa del suo
petto frantumarsi e il sibilo gorgogliante dell'aria proiettata fuori dai polmoni, simile al rumore di un
palloncino che si sgonfi in una pozzanghera, e capii che era sistemato.
Proseguii per un tratto, ma poi mi fermai. Se avessero trovato Naso Piatto in corridoio, e in
quelle condizioni, avrebbero capito che ero tornato e, forse, avrebbero anche indovinato il perch del
mio ritorno. Si sarebbero potuti mettere a cercare una microspia. Dovevo riportarlo nella stanza sul
fondo, dove la sua morte sarebbe stata attribuita al colpo del tavolo.
Le sue gambe erano rivolte nella direzione giusta. Lo afferrai all'altezza delle ginocchia, ma era
pi pesante di quel che avrei detto. Mi sporsi in avanti e cominciai a trascinarlo, come un cavallo
costretto a trainare un carro dalle ruote quadrate. Sentivo delle fitte atroci alla schiena.
Ancora Harry, dall'auricolare: Che cosa stai facendo? Stanno entrando dal portone. Hai una
decina di secondi per sgom-brare il corridoio.
Scaricai Naso Piatto nello stanzino sul fondo e rifeci il corridoio di corsa, diretto verso l'uscita
laterale.
Raggiunsi l'accesso delle scale laterali e sentii aprirsi le porte dall'altra parte del corridoio. Presi
la porta e mi gettai al di l di essa, richiudendomela di colpo alle spalle, ma controllando il movimento
in modo da lasciare una fessura aperta.
Mi accucciai sul pianerottolo, cercando di dominare il terri-ficante bisogno di ossigeno, e vidi
avanzare per il corridoio i tre uomini di Yamaoto. Uno di loro era piegato in due: era il tizio che avevo
colpito con la lattina di caff. Entrarono nella sede del partito e scomparvero alla mia vista.
Subito, sentii la voce di Harry: Sono rientrati negli uffici.
Davanti all'edificio non c' pi nessuno. Prendi l'uscita laterale e dirigiti a est, attraverso il
parco, verso la Sakurada-dori.
Scesi le scale senza far rumore, ma velocemente. Diedi una prudente occhiata all'esterno, da
entrambe le parti. Nessuno. Mi infilai in una stradina che collega la Hibiya-dori e la Chuo-dori e
attraversai il parco. Fu bellissimo sentire in faccia il tepore del sole.
PARTE TERZA
... decisero allora di fare ritorno al loro paese; perch gli anni sono vuoti quando ne
trascorriamo troppi in terra straniera. Ma... se ritorniamo, scopriamo che l'aria nativa ha perso il suo
potere rinvigorente, e che la realt della vita appartiene ora al luogo dove pensavamo di risiedere solo
temporaneamente.
E cos, di due paesi non ce ne resta nessuno...
Nathaniel Hawthorne, Il fauno di marmo
19
Tu sei un pazzo, un aspirante suicida... Non lavorer mai pi con te, mi disse Harry quando
arrivai a casa sua.
Neanch'io lavorer mai pi con me, dissi io. Hai sentito qualcosa di interessante attraverso
la microspia?
S, tutto quello che  successo mentre eri l anche tu e una breve riunione che  appena
terminata.  memorizzata sul disco fisso.
Hanno detto qualcosa del tizio in cui mi sono imbattuto mentre uscivo?
In che senso?
Ho avuto un breve incontro con uno degli uomini di Yamaoto, subito dopo aver piazzato la
cimice. Devono aver pensato che fosse successo tutto in precedenza, altrimenti ne avrebbero parlato.
Ah, quello! S, sono convinti che quel tizio sia rimasto cos conciato al momento della tua fuga
dalla stanza dell'interroga-torio. Non avevano capito che eri tornato. Quel tizio  morto, lo sai?
S, non aveva un bell'aspetto quando l'ho lasciato.
Mi stava osservando da vicino, ma io non riuscii a capire che cosa gli stesse passando per la
mente.  successo tutto con una rapidit incredibile. Riesci a essere cos veloce usando solo le mani?
Ricambiando il suo sguardo, risposi, non senza una certa faccia di bronzo: No, ho dovuto usare
anche i piedi. Dov' Midori?
 uscita a comprare una tastiera elettronica. Abbiamo deciso di provare a suonare la musica
codificata sul dischetto:  l'unico modo per capire qual  il modello del reticolo.
Io mi rabbuiai. Non dovrebbe uscire, se non  proprio indispensabile.
Era indispensabile. Qualcuno doveva tenere d'occhio i dati inviati dal laser e dal dispositivo a
infrarossi che sono serviti a salvarti il culo poco fa, e lei non ha molta pratica con questo genere di
strumenti. Non avevamo alternative.
Capisco.
Sa di dover essere prudente. Si  leggermente camuffata.
Non credo che ci saranno problemi.
Okay. Ascoltiamo quel che dicono nell'ufficio di Yamaoto.
Aspetta un secondo: non dirmi che hai lasciato l il furgone!
Perch? Ti aspettavi forse che tornassi indietro a prenderlo?
Sono pazzo, ma non fino a questo punto!
Aveva l'espressione di un bambino a cui abbiano appena detto che il suo cane  morto. Hai
idea di quanto costano quelle apparecchiature?
Soffocai un sorriso e gli diedi una pacca sulla spalla. Be', io valgo almeno altrettanto, gli
dissi, ed era vero. Mi sedetti davanti al monitor di un computer e mi sistemai in testa delle cuffie.
Schiaccia "play".
Un paio di click di mouse pi tardi stavo ascoltando la lavata di capo che Yamaoto stava
impartendo ai suoi uomini. Dovevano avergli telefonato per comunicare che li avevo seminati.
Un uomo solo! Disarmato! E voi ve lo siete lasciato sfuggire!
Siete degli idioti, degli incapaci!
Non si capiva da quante e quali persone fosse composto l'u-ditorio, perch nessuno, a parte il
capo, fiatava. Ci fu un lungo silenzio, durante il quale immaginai che Yamaoto stesse cercando di
ricomporsi, dopo di che disse: Non importa. Potrebbe non sapere dove si trova il disco, e anche in
caso contrario voi non sareste riusciti a farglielo confessare. Evidentemente,  molto pi tosto di voi.
Dopo un'ulteriore, lungo silenzio, qualcuno dei presenti si azzard a parlare. Che cosa vuole
che facciamo, tostiti?
Ecco, appunto..., fece Yamaoto, con la voce roca a furia di gridare. Concentratevi sulla
ragazza:  lei la traccia pi consi-stente che ci rimane.
Sembra sia scomparsa, disse lo stesso interlocutore.
S, ma non  abituata alla vita da clandestina, rispose Yamaoto. Si  dileguata troppo in
fretta, lasciando probabilmente in sospeso troppe questioni nella sua vita normale. Possiamo contare sul
fatto che torner presto a galla. Piazzate gente in tutti i punti cruciali della sua vita quotidiana: a casa
sua, nei posti dove lavora, sotto casa di amici e familiari. Fatevi aiutare da Holtzer, se  necessario. Lui
ha tutti i mezzi tecnici per operazioni di questo genere.
Holtzer?! Lavora con Yamaoto?
E per quel che riguarda quell'uomo?
Dopo un lungo silenzio, Yamaoto disse: Per lui, il discorso  diverso. Quell'uomo vive
nell'ombra come un pesce nell'acqua. A meno di un incredibile colpo di fortuna, temo che l'ab-biate
perso.
Non ebbi difficolt a immaginare una fila di teste chinarsi in segno di vergogna, alla maniera
giapponese. Dopo un po', uno dei presenti disse: Forse lo troveremo insieme alla ragazza.
S,  possibile: la sta evidentemente proteggendo. Sappiamo che l'ha salvata dagli uomini di
Ishikura che erano andati a prenderla. E quando gli ho domandato dove fosse nascosta la ragazza, ha
risposto alzando la guardia. Potrebbe avere un debole per lei.
Lo sentii sghignazzare. Strani presupposti per una storia d'amore.
"Ishikura?", pensai.
In ogni caso, il fatto di aver perso le tracce di Rain non  fondamentale, prosegu Yamaoto.
La ragazza rappresenta un pericolo molto pi serio: ora Ishikura Tatsuhiko la star cercando, e ha le
nostre stesse probabilit di trovarla, forse persino qualcuna in pi, a giudicare dalla rapidit che gli ha
consentito di precederci a casa sua. E Ishikura sa di certo che cosa fare del disco, se lo trova.
"Tatsu? Anche Tatsu  a caccia di quel maledetto disco? Li aveva mandati lui, quegli uomini, a
casa di Midori?"
Non possiamo pi correre rischi. Dobbiamo sistemare la faccenda: non appena la ragazza
ricompare, eliminatela.
Hai, rispose un coro di voci.
Purtroppo, se non recupereremo il disco o non avremo la certezza che sia stato distrutto,
l'eliminazione della ragazza non sarebbe comunque sufficiente a garantirci la sicurezza assoluta.
Dobbiamo eliminare dal gioco anche Ishikura Tatsuhiko.
Ma, toshu, azzard una voce, Ishikura  un capo-dipartimento del Keisatsucho. Non  facile
eliminarlo senza causare effetti collaterali. E poi...
E poi la sua morte lo trasformerebbe in un martire, in certi ambienti, fornendo loro un'elegante
conferma alle sue teorie del complotto.  vero, ma non abbiamo scelta: sarebbe pi grave se
scoprissero che cosa c' su quel disco, che  una prova vera e propria. Fate del vostro meglio affinch la
fine di Ishikura sia attribuibile a cause naturali.  una disdetta che, proprio nel momento in cui ne
avremmo pi bisogno, l'uomo migliore in questo campo non sia a disposizione... Be', prendete esempio
da lui. La seduta  tolta.
Mi tolsi le cuffie e guardai Harry. Sta ancora trasmetten-do?
Andr avanti finch non si scaricher la batteria, fra tre settimane pi o meno. Potr continuare
a curare la situazione.
Annuii, rendendomi conto che Harry avrebbe quasi certamente intercettato discorsi che
avrebbero potuto fargli scoprire alcune cose sul mio conto. Alcune delle ultime allusioni di Yamaoto,
anzi, sarebbero gi bastate a una persona intelligente che fosse al corrente di alcuni elementi di
contorno: ad esempio, l'osservazione sugli strani presupposti del mio attacca-mento nei confronti di
Midori o quella sullo specialista in omicidi per cause naturali che non era disponibile.
Non credo che Midori dovrebbe sentire le registrazioni, dissi. Sa gi troppe cose. Non
vorrei... comprometterla ulteriormente.
Harry chin la testa e disse: Comprendo perfettamente.
All'improvviso, capii che Harry sapeva tutto.
 bello sapere di poter contare sulla tua lealt, dissi. Grazie.
Harry scosse la testa. Kochira koso, disse. E viceversa.
Squill il citofono, e quando Harry and a rispondere, si ud la voce di Midori. Sono io.
Harry premette il pulsante per aprire, e ognuno di noi si rimise in posizione, questa volta a ruoli
invertiti: io alla porta, Harry alla finestra. Un minuto dopo vidi Midori venirmi incontro nel corridoio
con una scatola rettangolare tra le braccia.
Quando mi vide, si apri in un sorriso e acceler il passo, fece il suo ingresso nel genkan e mi
diede un rapido abbraccio.
Ogni volta che ti vedo sei conciato sempre peggio, mi disse, arretrando di un passo e posando
la scatola a terra. Era vero: avevo la faccia ancora sporca dalla caduta sui binari del metr e sapevo di
avere un'aria sfinita.
E io mi sento sempre peggio, dissi. Al contempo, per, sorrisi, per comunicarle che la sua
presenza mi faceva stare be-ne.
Che cosa  successo?
Ti spiegher tutto pi tardi. Mi ha detto Harry che, prima, suonerai per noi.
Esatto, conferm Midori, chinandosi per togliere il nastro adesivo che teneva chiusa la
scatola e, dopo averla aperta, estrasse la tastiera elettronica. Andr bene? disse, mostrando-la a
Harry.
Harry prese in consegna lo strumento e ne esamin lo spinot-to. Credo di avere un adattatore,
qui, da qualche parte. Scusate un attimo. Si avvicin alla scrivania, da cui sfil un cassetto pieno di
componenti elettronici e materiale vario, e prov due o tre adattatori prima di trovare quello giusto.
Pos la tastiera sul tavolo, la colleg al computer e fece comparire sul monitor le immagini delle note
da suonare.
Il problema  che io non so suonare e Midori non sa usare il computer. La soluzione, perci,
credo sia quella di far s che il computer confronti i modelli sonori con la rappresentazione delle note
sulla pagina. Non appena disporr di una quantit di dati sufficienti su cui lavorare, il computer
interpreter le note musicali come coordinate del reticolo, per poi utilizzare l'analisi frattale fino a
individuare l'elemento minimo a partire dal quale il modello si riproduce. Alla fine, metteremo in
relazione il modello cos scoperto e la lingua giapponese standard per mezzo di un algoritmo di
decrittazione e a quel punto  fatta.
Giusto, concordai io. Proprio quello che stavo per dire.
Dopo avermi guardato in un modo tutto suo, come se avesse a che fare con uno scimmione,
Harry si rivolse a Midori. Prova a suonare lo spartito che hai sul monitor e vediamo quello che riesce
a fare il computer con i dati cos ottenuti.
Midori si sedette e sollev le dita sulla tastiera. Aspetta, disse Harry. Devi suonarlo alla
perfezione. Se aggiungi o togli una nota, o se scambi di posto due note, produrrai un modello diverso, e
il computer potrebbe confondersi. Credi di potercela fare?
Potrei farlo se si trattasse di un brano normale, ma questa composizione  insolita. Dovr
prima provarla un paio di volte.
Puoi disconnettermi dal computer?
Certo. Spost il mouse e clicc. Comincia pure. Dimmi quando sei pronta.
Midori osserv lo schermo per alcuni istanti, con la testa di-ritta e immobile, le dita quasi
impercettibilmente frementi nell'aria a riflettere i suoni che sentiva nella sua mente. Poi, po-s con
delicatezza le mani sulla tastiera, e per la prima volta udimmo l'inquietante melodia delle informazioni
che erano co-state la vita a Kawamura.
Ascoltai a disagio. Dopo qualche minuto, Midori disse a Harry: Okay, sono pronta: puoi
riconnettermi.
Harry clicc nuovamente con il mouse. Sei collegata: suo-nala un po' alla macchina.
Ancora una volta le dita di Midori si librarono al di sopra della tastiera, e la stanza fu pervasa da
uno strano requiem.
Giunta al termine dell'esecuzione, Midori si ferm e guard Harry, con le sopracciglia alzate in
un'espressione interrogati-va.
Il computer ha immagazzinato i dati, disse Harry. Ora vediamo che cosa combina.
Fissammo i nostri sguardi sul monitor, in silenziosa attesa dei risultati.
Dopo circa mezzo minuto, dagli altoparlanti del computer usc una strana e incorporea serie di
note, come un'ombra della musica appena suonata da Midori.
Sta elaborando i suoni, disse Harry. Sta cercando l'unit elementare del modello.
Aspettammo in silenzio per un altro po' e poi Harry disse:
Non mi sembra che stia facendo progressi: forse non dispongo di sufficiente potenza di
calcolo.
Dove possiamo procurarcela? domand Midori.
Harry alz le spalle. Potrei cercare di introdurmi nel sistema del Livermore Laboratory per
utilizzare il loro supercomputer. I loro sistemi di sicurezza sono migliorati, per potrebbe volerci un po'
di tempo.
Un supercomputer risolverebbe il problema? chiesi.
Potrebbe, rispose lui. Di fatto, con qualunque potenza di calcolo ci si potrebbe riuscire, ma 
una questione di tempo: quanto pi il computer  potente, tanto meno ci metter a elaborare i dati.
Un supercomputer, dunque, servirebbe ad accelerare le operazioni, disse Midori, ma non
sappiamo fino a che punto.
Harry annu. Esatto.
Restammo per un attimo in silenzio, senza sapere che fare.
Alla fine fu Harry a parlare. Riflettiamoci un attimo. Abbiamo davvero bisogno di decrittare
questo disco?
Sapevo dove voleva arrivare: allo stesso invitante pensiero che mi aveva sfiorato nella sede
dello Shinnento, quando Yamaoto mi aveva chiesto di consegnargli il disco.
Che cosa vuoi dire? domand Midori.
Insomma, quali sono i nostri obiettivi, in questa faccenda?
Il disco  come dinamite: noi dobbiamo evitare che ci esploda tra le mani. Chiunque l'abbia
prodotto sa che non pu essere copiato n trasmesso per via elettronica. Per risolvere il problema -
voglio dire - potremmo restituirlo.
No! protest Midori, alzandosi in piedi e voltandosi verso Harry. Mio padre ha messo in
gioco la sua vita per quel disco, e io voglio che arrivi nelle mani in cui lui voleva che finisse!
Harry alz le mani in segno di resa. Okay, okay... era solo un'ipotesi. Cercavo solo di rendermi
utile.
 un'idea logica, Harry, dissi io, ma Midori ha ragione.
Non solo perch suo padre ha rischiato la vita per procurarsi quel disco. Noi sappiamo, adesso,
che sono in molti a volerne entrare in possesso: non solo Yamaoto, ma anche la CIA e il Keisatsucho.
Forse, anche altri. Se consegnassimo il dischetto a una delle parti in causa, continueremmo ad avere
problemi con tutti gli altri.
Hai ragione, ammise Harry.
La tua analogia con la dinamite, per,  convincente. Come si fa a mettere in sicurezza la
dinamite?
La si fa esplodere in un posto sicuro, disse Midori, senza distogliere lo sguardo da Harry.
Esatto, dissi io.
Bulfinch! esclam Midori. Se Bulfinch divulga il contenuto del disco, tutto sar finito. Ed
era proprio quello che anche mio padre voleva.
Gli consegniamo il disco senza sapere con certezza che co-sa contiene? domand Harry.
Ne sappiamo fin troppo, replicai io. Anche solo limitan-doci a quello che ha detto Bulfinch,
e che Holtzer ha confermato. Non vedo alternative.
Harry aveva un'aria preoccupata. Non sappiamo neanche se dispone delle risorse necessarie
per decrittarlo.
Trattenni a fatica un sorriso quando notai il suo lieve accen-no di risentimento: gli stavano
togliendo di mano il suo giocat-tolo, e forse qualcuno avrebbe risolto il suo tecno-puzzle senza di lui.
Immagino che "Forbes" abbia tutte le risorse che servono.
Sappiamo quanto siano interessati a quelle informazioni.
Comunque, mi piacerebbe poter tentare di decrittarlo, prima.
Piacerebbe anche a me, ma non possiamo prevedere quanto ci vorr. Intanto, abbiamo contro
una quantit di forze ostili, e non possiamo sperare di farla franca all'infinito. Non appena Bulfinch
avr pubblicato quelle maledette informazioni, potremo ricominciare a respirare.
Gli telefono io, disse Midori, per non rischiare che cam-biassimo idea.
20
Avevo dato appuntamento a Bulfinch ad Akasaka Mitsuke, un quartiere dei divertimenti di
Tokyo secondo solo a Ginza quanto a profusione di club con ragazze disponibili. La zona  percorsa da
una miriade di viuzze, alcune delle quali cos strette da poterle percorrere solo camminando di lato, e
offre, perci, diverse possibilit di accesso e di fuga.
Pioveva e faceva freddo quando terminai le mie procedure di controsorveglianza e sbucai dalla
stazione del metr di Akasaka Mitsuke, di fronte al grande magazzino Belle Vie. Sul lato opposto della
strada, stranamente rosa nel grigio della pioggia e del cielo, si stagliava l'enorme sagoma simile a
quella di una nave da guerra dell'Akasaka Tokyu Hotel.
Mi fermai per aprire il mio ombrello nero e poi svoltai a destra verso la Sotobori-dori. Imboccai
una stradina sulla mia destra, presso la Citibank locale, e sbucai sull'irregolare pavimen-tazione in
mattoni rossi dell'Esplanade Akasaka-dori.
Ero in anticipo di oltre un'ora e decisi di concedermi un veloce pranzetto nel vicino ristorante
Tenkaichi specializzato in tagliatelle ramen. Bench Tenkaichi, Il Primo sotto il Cielo, sia il nome di
una catena di ristoranti, quello dell'Esplanade Akasaka-dori  particolare. I proprietari accettano valuta
straniera e sul rivestimento in legno del locale sono affisse banconote e monete di decine di paesi
diversi. Inoltre, in sottofondo si sente sempre e soltanto jazz, fatta eccezione per qualche occasionale
intermezzo di musica pop americana. E infine, dai suoi morbidi sgabelli, alcuni dei quali sistemati in
angoli di-screti, si gode di una bella vista sulla via antistante.
Ordinai del chukadon - verdure cinesi con riso - e mangiai tenendo d'occhio la strada. C'erano
due sarariman, nel locale, che stavano consumando, solitari e silenziosi, un pranzo tardi-vo.
Avevo detto a Bulfinch di cominciare a girare in senso antiorario intorno all'isolato 19-3 di
Akasaka Mitsuke alle due del pomeriggio. Quell'isolato era raggiungibile da decine di viuzze, a loro
volta fittamente ramificate, in modo che lui non potesse conoscere il luogo dell'appuntamento finch
non fossi stato io a farmi vivo. Anche se fosse arrivato in anticipo non sarebbe cambiato nulla: avrebbe
solo dovuto continuare a girare intorno all'isolato sotto la pioggia. In ogni caso, non sapeva dov'ero.
Finii di pranzare all'una e cinquanta, pagai il conto e uscii.
Tenendo l'ombrello abbassato sulla testa, attraversai l'Esplanade diretto verso la Misuji-dori, mi
infilai in una stradina di fronte al ristorante Buon Appetito, dell'isolato 19-3, e attesi sotto
un'arrugginita tettoia di lamiera ondulata. Grazie all'orario e alle condizioni atmosferiche c'era poca
gente in giro. Aspettai con lo sguardo fisso sulle tristi gocce d'acqua che dalla tettoia ricadevano
ritmiche e lente su sgangherati bidoni per la spazza-tura.
Dopo dieci minuti circa udii alle mie spalle un rumore di passi sul terreno bagnato e un istante
dopo vidi comparire Bulfinch. Indossava un impermeabile verde militare e procedeva ingobbito sotto
un ampio ombrello nero. Non poteva vedermi l dove mi trovavo, perci aspettai che fosse passato
prima di chiamarlo.
Bulfinch. Da questa parte, dissi a bassa voce.
Merda! fece lui, girandosi verso di me. Non lo faccia mai pi, capito? Mi ha spaventato.
 venuto da solo?
Certo che sono venuto da solo. E lei ha portato il disco?
Uscii dal mio riparo e osservai la strada in entrambe le direzioni. Non c'era nessuno.  qui
vicino. Mi dica che cosa ha intenzione di farne.
Sa bene quali sono le mie intenzioni. Sono un giornalista.
Scriver una serie di articoli sulla base delle prove contenute nel disco.
Quanto ci vorr?
Quanto? Diavolo, gli articoli li ho gi scritti! Ho solo bisogno delle prove.
Riflettei. Lasci che le dica un paio di cosette sul disco, gli dissi, e gli parlai del sistema con
cui era stato criptato.
Non  un problema, replic lui, quando ebbi finito. "Forbes"  in buoni rapporti con il
Lawrence Livermore. Ci aiute-ranno loro. Non appena riusciremo a decrittare il disco, pubbli-cheremo
gli articoli.
Lei sa che, fino a quando quella roba non sar di pubblico dominio, la vita di Midori  in
pericolo?
 per questo che lo consegna a me? C' gente che avrebbe pagato parecchi soldi per quel
disco. Lo sa, vero?
Voglio che sia chiara una cosa, dissi. Se lei non dovesse riuscire a pubblicare il contenuto
del disco, Midori potrebbe rimetterci la vita. E se ci dovesse succedere, io verrei al giornale e gliela
farei pagare.
Non ne dubito.
Rimasi a fissarlo per un altro istante, quindi infilai la mano nel taschino esterno della giacca ed
estrassi il disco. Glielo consegnai e tornai alla stazione del metr.
Feci un giro largo di controsorveglianza, prendendo un treno per Shinbashi, e durante il tragitto
pensai a Tatsu. Sapevo che fino alla pubblicazione del contenuto del dischetto a essere in pericolo non
era solo Midori, ma anche Tatsu. E, pur non essendo un bersaglio facile, non  che fosse a prova di
proiettile.
Erano tanti anni che non lo vedevo, ma un tempo ci eravamo guardati le spalle a vicenda. Avrei
dovuto metterlo in guardia, come minimo.
Chiamai il Keisatsucho da un telefono pubblico della stazione del metr di Shinbashi. Sai chi
sono? domandai in inglese quando me lo ebbero passato.
Ci fu una lunga pausa. Ei, hisashiburi desu ne. S,  passato un bel po' di tempo. Poi pass
all'inglese: buon segno, perch significava che non voleva essere capito dalla gente che lo circondava.
Sai che il Keisatsucho ha trovato due cadaveri a Sengoku? Uno aveva un bastone. Ci hanno trovato
sopra le tue impronte. Mi  capitato di chiedermi se per caso tu non fossi a Tokyo.
"Accidenti", pensai. "A un certo punto devo aver afferrato il bastone senza rendermene conto."
Le mie impronte erano in archivio sin da quando ero tornato in Giappone dopo la guerra: tecnicamente
ero uno straniero, e in Giappone a tutti gli stranieri vengono prese le impronte digitali.
Abbiamo cercato di rintracciarti, prosegu, ma sembravi svanito nel nulla. Quindi credo di
capire la ragione della tua chiamata, ma non posso fare nulla per te. La cosa migliore che puoi fare 
venire al Keisatsucho. In tal caso, sai che far tutto il possibile per aiutarti. Se scappi, darai
l'impressione di essere colpevole.
Per questo ti ho chiamato, Tatsu. Ho delle informazioni da darti su questa faccenda.
In cambio di cosa?
Tu, in cambio, dovrai utilizzarle. Ascoltami, Tatsu. Non  per me. Se ti servirai di queste
informazioni, poi io mi far vi-vo. Non ho nulla da temere.
Dove e quando? domand.
Siamo soli in linea? domandai.
Vorresti insinuare che questa linea  controllata? domand lui, e nel tono della sua voce
riconobbi il suo antico sarcasmo sovversivo. Mi stava dicendo di far conto che lo fosse.
Okay, allora, dissi. Atrio dell'Hotel Okura, il prossimo sabato, a mezzogiorno in punto.
L'Okura era un luogo esage-ratamente frequentato per incontrarsi, e Tatsu sapeva che non l'avrei mai
proposto seriamente.
Ah, un buon posto, rispose, facendomi intendere che aveva capito. Allora, ci vediamo l.
Sai, Tatsu, sembrer assurdo, ma a volte ho nostalgia del Vietnam. Di quelle inutili riunioni
settimanali a cui dovevamo partecipare per forza. Ti ricordi?
Il tizio della CIA che comandava la task force e organizzava quelle riunioni ci convocava
invariabilmente per le 16.30, per poter avere, poi, tutto il tempo di andarsene a caccia di prosti-tute a
Saigon. Tatsu, giustamente, lo considerava un coglione e non si faceva problemi a dichiararlo
pubblicamente.
S, me ne ricordo, disse.
Chiss perch, ne ho una nostalgia pazzesca, dissi, prepa-randomi a fornirgli il giorno, oltre
all'orario.
Mi piacerebbe poterci andare proprio domani. Non  strano? Con la vecchiaia sto diventando
sentimentale.
Sono cose che capitano.
Eh, s.  passato molto tempo. Mi spiace che abbiamo perso i contatti in questo modo. Tokyo
 cambiata molto da quando sono venuto la prima volta. Ce la siamo spassata mica male a quei tempi,
eh? Mi piaceva tanto quel locale... Hai presente quello dove marna-san serviva le bevande in bicchieri
di ceramica fatti da lei? Te lo ricordi? Forse non esiste nemmeno pi.
Il locale si trovava a Ebisu. Non c' pi, disse, dandomi a intendere che aveva capito.
Be', shoganai, ne? Cos  la vita. Era un bel posto. Mi capita di ripensarci, a volte.
Ti consiglio vivamente di venire da noi. In tal caso, promet-to di fare tutto il possibile per
aiutarti.
Ci penser su. Grazie per il consiglio. Riagganciai, indu-giando con la mano sulla cornetta,
nella speranza che avesse colto il mio messaggio criptico. Non sapevo che cosa avrei fatto in caso
contrario.
21
Il posto di Ebisu a cui avevo fatto riferimento era un classico izakaya giapponese che mi aveva
fatto conoscere Tatsu quando ero tornato in Giappone dopo la guerra. Gli izakaya sono piccoli bar
situati in edifici di legno - solitamente gestiti da persone vecchissime, sole o in coppia, che abitano
sopra il locale - e contraddistinti da una semplice lanterna rossa accanto all'entrata a segnalare la loro
esistenza. Offrendo rifugio da un capo troppo esigente o da un matrimonio noioso, dal tumulto del
metr e dal rumore delle strade, gli izakaya servono birra e sa-k fino a tarda notte, con un incessante
via vai di clienti che si siedono al bancone, bevono e se ne vanno, subito rimpiazzati da altri, bisognosi
di un po' di calore.
Tatsu e io avevamo trascorso molto tempo in quel locale, ma io avevo smesso di andarci non
appena ci eravamo persi di vista. Continuavo a ripromettermi di passarci, una volta o l'altra, per
salutare marna-san, ma i mesi erano diventati anni e, per qualche ragione, avevo finito per non andarci.
E ora, stando a Tatsu, quel posto non esisteva neanche pi. Forse era stato de-molito. Non c' posto per
una cosa tanto minuscola nella mo-derna e sfavillante Tokyo.
Ricordavo, per, dove si trovava e sarei andato l ad aspettare Tatsu.
Raggiunsi Ebisu con un certo anticipo per poter dare un'occhiata in giro. La zona era davvero
cambiata. Le case di legno erano perlopi scomparse. Accanto alla stazione, dove un tempo c'era una
risaia, sorgeva un nuovo centro commerciale. Non fu facile raccapezzarmi.
Dalla stazione mi mossi verso est. Era una giornata umida, e il vento faceva volare la pioggia
sottile che cadeva dal cielo coperto.
Trovai il punto in cui, un tempo, c'era l'izakaya. La malconcia ma caratteristica costruzione in
legno non esisteva pi, so-stituita da un discount dall'aspetto asettico. Ci passai davanti lentamente: era
vuoto, a parte un singolo commesso dall'aria annoiata seduto a leggere una rivista sotto la luce al neon.
Di Tatsu non c'era traccia, ma all'appuntamento mancava ancora un'ora.
Non ci sarei tornato, se avessi saputo per certo che il bar non esisteva pi. Anzi, tutto il vecchio
quartiere era scomparso.
Pensai a quando, cinque anni prima, ero stato per l'ultima volta in America. Ero andato nel
posto pi simile a una casa che avessi, a Dryden, dove non tornavo da quasi vent'anni, perch c'era
qualcosa dentro di me che voleva ristabilire un contatto.
Era a quattro ore d'automobile da New York, in direzione nord, e quando ci ero arrivato avevo
scoperto che l'unica cosa identica a prima era il tracciato delle strade. Avevo percorso in auto la via
principale e, invece dei posti che ricordavo, avevo visto un'insegna di McDonald's e una di Benetton,
un Kinko's Copies e una panineria Subway. Avevo riconosciuto un paio di angoli, simili a rovine di una
civilt perduta semisepolte da una fitta e rigogliosa giungla.
Feci due passi, strabiliato per come i ricordi di cose piacevoli riescano immancabilmente a
diventare dolorosi con un'alchimia che non sono mai stato in grado di comprendere.
Imboccai una traversa. C'era un piccolo giardino incuneato tra due edifici privi di contrassegno.
Un paio di madri si erano fermate, in piedi accanto a una delle panchine, passeggino alla mano, a
chiacchierare.
Aggirai il nuovo centro commerciale, per poi tornare indietro, entrandovi da un grande ingresso
luccicante di vetro e metallo. Una bella struttura, dovetti ammettere. Alcuni giovani studenti mi
passarono accanto ridacchiando. Sembravano a loro agio, come a casa loro.
Vidi la sagoma di un uomo: indossava un vecchio trench grigio e mi veniva incontro sulla
piazza. Sebbene non riuscissi a vederlo in volto, riconobbi la sua andatura. Era Tatsu, intento a
succhiare un po' di calore dalla sua sigaretta.
Appena mi vide, agit un braccio e gett via la sigaretta.
Quando ebbi modo di guardarlo in faccia, lo trovai pi segnato di come me lo ricordavo e notai
in lui una sorta di stanchezza appena sotto la superficie.
Honto ni, shibaraku buri da na, dissi, facendogli un inchino. Da quanto tempo... Mi tese la
mano, e io gliela strinsi.
Mi osserv da vicino, notando senza dubbio sul mio volto i segni che io avevo notato sul suo, se
non di peggio. Era la prima volta che Tatsu mi vedeva dopo la plastica facciale. Rest strabiliato,
probabilmente, nel notare come il passare del tempo avesse praticamente cancellato i miei tratti
caucasici. Mi sarebbe piaciuto sapere se sospettava l'intervento di qualcos'altro, oltre al passare del
tempo, nel cambiamento del mio aspetto.
Rain-san, ittai, che cosa hai combinato, questa volta? mi domand, senza distogliere lo
sguardo. Sai quanti guai, se scopriranno che ti ho incontrato senza arrestarti? Sei sospettato di duplice
omicidio, e una delle due vittime era ben ammanica-ta con il partito liberal-democratico. Stanno
facendo una certa pressione affinch io risolva questo caso, lo sai?
Tatsu, non mi dici neanche se ti fa piacere vedermi, dopo tutto questo tempo? Sono una
persona sensibile, lo sai.
Fece il suo tipico sorriso malinconico. Lo sai benissimo che mi fa piacere vederti, ma avrei
preferito incontrarti in circostanze diverse.
Come stanno le tue figlie?
Il suo sorriso si allarg, e Tatsu cominci ad annuire orgoglioso. Molto bene. Una  medico.
L'altra avvocato. Per fortuna, hanno preso l'intelligenza della madre, ne?
Sono sposate?
La maggiore  fidanzata.
Congratulazioni. A quanto pare, sarai presto nonno.
Non tanto presto, disse lui, e il suo sorriso svan. "Non vorrei mai trovarmi nei panni del
ragazzo beccato da Tatsu a fare il cretino con una delle sue figlie", pensai.
Ci avviammo verso l'interno del centro commerciale, oltrepassando una perfetta riproduzione di
un castello francese.
Esauriti i convenevoli, andai al sodo. Yamaoto Toshi, il ca-po dello Shinnento, ha messo una
taglia sulla tua testa, gli dissi.
Tatsu si ferm a guardarmi. Come fai a saperlo?
Spiacente, ma non posso dirtelo.
Annu. La tua fonte dev'essere affidabile, altrimenti non me l'avresti detto.
Gi.
Riprendemmo a camminare. Ci sono molte persone, Rainsan, che vorrebbero vedermi morto.
A volte mi domando come ho fatto a continuare a respirare fino a ora.
Forse, hai un angelo custode.
Tatsu rise. Mi piacerebbe. In realt, la spiegazione  pi semplice. La morte mi
santificherebbe. Da vivo, invece, possono farmi passare per matto, per uno che insegue i fantasmi.
Ho paura che la situazione sia cambiata.
Tatsu si ferm di nuovo e mi guard da vicino. Non sapevo che avessi a che fare con
Yamaoto.
Infatti, non ho niente a che fare con lui.
Riflett su quest'ultimo elemento, aggiungendolo al profilo del suo misterioso assassino.
Riprese a camminare. Hai detto che la situazione  cambiata...
C' un disco. Da quel che ho capito, contiene informazioni compromettenti per numerosi
uomini politici corrotti. E Yamaoto sta cercando di entrarne in possesso.
Era gi al corrente del disco - dato che Yamaoto aveva detto che erano uomini suoi quei due che
si erano introdotti in casa di Midori - ma non disse nulla.
Ne sai qualcosa, Tatsu? domandai.
Si strinse nelle spalle. Sono un poliziotto. So un po' di tutto.
Yamaoto  convinto che tu ne sappia molto. Sostiene che anche tu stia cercando quel disco e,
siccome ha difficolt a trovarlo, ha deciso di eliminare tutti quelli che possono ostacolar-lo.
Perch ha difficolt a trovare il disco?
Non sa dov'.
E tu lo sai?
Io non ce l'ho.
Non ti ho domandato se ce l'hai tu.
Tatsu, non sono qui per parlare del disco, bens per avver-tirti che sei in pericolo.
Ma se io sono in pericolo  proprio perch quel disco non si trova, o no? domand lui,
fingendo un'aria perplessa e innocente che sarebbe certamente riuscita a ingannare chiunque non lo
conoscesse. Trovato il disco, cessato il pericolo.
Lascia perdere la solfa dell'inakamono, gli dissi, facendogli capire di non fare il finto tonto.
Ti dir una cosa: la persona che ha in mano il disco  in condizioni di pubblicarne il contenuto.
Questo dovrebbe bastare a mettere fine al pericolo.
Tatsu si ferm e mi afferr per un braccio. Masaka, non vorrai dirmi che hai dato quel cazzo di
disco a Bulfinch, vero?
Nella mia testa cominciarono a risuonare campanelli d'allarme.
Perch me lo domandi?
Perch Franklin Bulfinch  stato ucciso ieri ad Akasaka Mitsuke, davanti all'Akasaka Tokyu
Hotel.
Oh, cazzo! dissi, abbassando per un attimo la guardia.
Komatta, imprec nuovamente Tatsu. Gliel'hai dato tu?
S.
Maledizione! Lo aveva con s, quando  stato ucciso?
Davanti all'Akasaka Tokyu... A un centinaio di metri dal punto in cui gliel'avevo consegnato.
A che ora  successo?
domandai.
Nel primo pomeriggio. Intorno alle due, credo. Lo aveva con s?
Quasi sicuramente, ammisi.
Gli caddero le braccia, e io capii che non stava recitando.
Maledizione, Tatsu! Come fai a sapere dell'esistenza di quel disco?
Tacque a lungo, prima di rispondere. Perch Kawamura doveva consegnarlo a me.
Spalancai gli occhi, sorpreso.
S, disse. Stavo lavorandomi Kawamura da un bel po' di tempo. Lo avevo incoraggiato in
mille modi a fornirmi le informazioni contenute su quel disco. A quanto pare, per, la gente tende a
fidarsi pi dei giornalisti che dei poliziotti, e alla fine Kawamura ha deciso di consegnare il disco a
Bulfinch.
Come fai a saperlo?
Kawamura mi ha telefonato la mattina in cui  morto.
Che cosa ti ha detto?
Guard la mia faccia di bronzo. "Affanculo! Ho deciso di consegnare il disco ai media
occidentali." In realt,  stata colpa mia. Nell'ansia di entrare in possesso delle informazioni, devo
avergli fatto un po' troppa pressione. Dev'essersi innervo-sito.
Come fai a sapere che si trattava di Bulfinch?
Se uno vuole consegnare informazioni del genere ai "media occidentali", a chi potrebbe
rivolgersi se non a Bulfinch? 
piuttosto famoso per le sue inchieste sulla corruzione, ma ho cominciato a esserne certo solo
stamattina, quando ho letto che  stato assassinato, e ora tu me ne hai data la conferma.
Allora,  per questo che sorvegliavi Midori.
Ovvio. Tatsu ha un suo modo molto secco di dire ovvio, che sembra sempre sottintendere
lo scarso acume del suo interlocutore. Kawamura  morto poco dopo avermi telefonato, il che,
probabilmente, significa che non  riuscito a consegnarlo, come sperava, ai "media occidentali". Sua
figlia aveva le cose del padre. Era un obiettivo logico.
Ecco perch stavate indagando sull'irruzione a casa di suo padre.
Tatsu mi guard come chi abbia sentito dire una cosa sbagliata. Sono stati i miei uomini a fare
irruzione nell'appartamento. Cercavamo il disco.
Be', cos avete avuto due opportunit per cercarlo: durante l'irruzione e poi durante le
indagini, dissi io, ammirando la sua efficienza. Molto intelligente.
Non abbastanza, dato che non siamo riusciti a trovarlo. 
per questo che, poi, abbiamo rivolto la nostra attenzione alla figlia.
Tu e tutti gli altri.
Vuoi sapere una cosa, Rain-san? mi disse. Le avevo messo alle calcagna un uomo, a
Omotesando, che ha avuto un improbabile incidente nel bagno di un bar della zona. Aveva il collo
spezzato.
Cristo, era un uomo di Tatsu. Forse, allora, Benny aveva detto la verit quando mi aveva
concesso quarantotto ore per accettare l'incarico di uccidere Midori, anche se questo, ormai, non aveva
pi alcuna importanza. Eh, s, dissi io.
La stessa sera avevo mandato due uomini ad aspettare la ragazza a casa sua. Nonostante
fossero armati, sono stati assali-ti e sopraffatti da un solo uomo.
Imbarazzante, dissi io, in attesa di altre informazioni.
Tatsu prese una sigaretta, la esamin per un attimo per poi sistemarsela tra le labbra e
accendersela. Comunque,  pura accademia, disse, esalando una nuvola di fumo grigio.  tutto
finito: ormai la CIA si  impadronita del dischetto.
Come fai a dirlo? E Yamaoto?
So per certo che Yamaoto sta ancora cercando il disco e, a parte Yamaoto e me, c' un solo
altro attore, in questa comme-dia. E dev'essere riuscito a sottrarre il disco a Bulfinch.
Se ti riferisci a Holtzer, lui lavora con Yamaoto.
Tatsu fece un sorriso triste. Holtzer non lavora affatto con Yamaoto:  lo schiavo di Yamaoto,
e come la maggior parte degli schiavi, sta cercando un modo per fuggire.
Non ti seguo.
Yamaoto tiene Holtzer in pugno con il ricatto, come fa con tutti i suoi burattini. Holtzer, per,
sta facendo il doppio gioco: spera di poter usare quel disco per abbattere Yamaoto e tagliare i fili
manovrati dal burattinaio.
Holtzer, dunque, non ha detto a Yamaoto che la CIA ha trovato il disco.
Tatsu si strinse nelle spalle. Come ti ho detto, Yamaoto lo sta ancora cercando.
Tatsu, domandai a bassa voce, che cosa c' su quel disco?
Aspir stancamente dalla sigaretta e poi sput il fumo verso l'alto. Video di rapporti sessuali
extra-coniugali, registrazioni di episodi di corruzione e di pagamenti illegali, numeri di conti correnti
segreti, documenti relativi a transazioni immobiliari illegali e al riciclaggio di denaro sporco.
Vicende in cui  implicato Yamaoto?
Mi guard con l'aria di chi non capiva come potessi essere cos lento di comprendonio.
Rain-san, come soldato eri grandioso, ma come sbirro faresti davvero schifo. Sono implicati tutti
tranne Yamaoto.
Tacqui per un momento cercando di unire i puntini. Yamaoto usa queste informazioni per
ricattare?
Ovvio, replic con il suo abituale tono secco. Perch, altrimenti, avremmo avuto tutte queste
crisi di governo, una dopo l'altra? Undici primi ministri in altrettanti anni, e si  sempre trattato o di un
galoppino del partito liberal-democratico o di un riformatore che  stato immediatamente cooptato e
neutralizzato. Questo lo dobbiamo a Yamaoto, che tira le fila del governo da dietro le quinte.
Ma Yamaoto non  neanche del partito liberal-democratico.
E non vuole neanche diventarlo: riesce a governare molto pi efficacemente dalla posizione
che occupa ora. Se un politico gli d un dispiacere, vengono rilasciate informazioni compromettenti e i
media vengono opportunamente invitati a ingi-gantirle, finch il politico in questione non cade in
disgrazia. In questo modo, lo scandalo colpisce solo il partito liberal-democratico e non lo Shinnento.
Come fa a procurarsi tutte queste informazioni?
Con un esteso sistema di intercettazioni audio, di sorveglianza video e di complicit. Ogni
volta che riesce a incastrare qualcuno, la nuova vittima diventa complice e lo aiuta ad am-pliare la sua
rete di ricatti.
E perch mai dovrebbero aiutarlo?
 la storia della carota e del bastone. Yamaoto, naturalmen-te, ha sul suo libro paga un certo
numero di giovani donne abbastanza belle da riuscire a far dimenticare ogni senso di responsabilit, sia
pur temporaneamente, anche al politico pi fedele. Poniamo che lui sia riuscito a filmare un
parlamentare impegnato in un imbarazzante rapporto sessuale con una di queste donne. Al politico in
questione si fa quindi vedere il filmato e si dice che rester segreto in cambio del suo voto su alcune
particolari misure legislative - solitamente relative a spese nel settore dei lavori pubblici - e della sua
collaborazione per incastrare i colleghi. Se l'uomo politico ha un minimo di coscienza, sar restio a
votare a favore di questi ridicoli progetti pubblici, ma il suo timore di essere smascherato rappresenta
uno stimolo ben pi potente di quanto lo sia mai stata la sua coscienza. Quanto a far cadere in trappola i
suoi colleghi, entra in gioco un aspetto psicologico molto importante: infangando gli altri, si finisce per
sentirsi un po' meno sporchi. E poich in Giappone le elezioni non si decidono sulla base delle
posizioni assunte dai vari uomini politici, bens in virt della loro dispo-nibilit di denaro, Yamaoto
offre enormi tangenti che i politici possono utilizzare per finanziare la successiva campagna elet-torale.
Yamaoto  molto generoso: una volta che un politico entra a far parte della sua rete,  suo interesse
vederlo rieletto e aiutarlo a fare carriera. L'influenza di Yamaoto  cos profonda che, se non fai parte
del suo apparato, non puoi ottenere nulla e, comunque, verrai sconfitto alle elezioni successive,
sopraffatto dall'enorme capacit di spesa di qualcuno dei suoi burattini.
Con tutto il potere di cui dispone, come mai non avevo mai sentito parlare di lui?
Yamaoto non svela mai qual  la fonte della pressione esercitata. Le sue vittime sanno di
essere ricattate, ma non cono-scono il ricattatore. La maggior parte di queste persone crede sia opera di
una o dell'altra fazione del partito liberal-democratico. Perch no, del resto? Ogni volta che Yamaoto
decide di far scoppiare uno scandalo, l'attenzione del paese si concentra sui liberal-democratici. Buffo,
vero? Yamaoto gestisce le cose in un modo tale che lo stesso partito liberal-democratico  convinto di
detenere il potere, ma alle sue spalle c' un altro potere.
Pensai ai rapporti che avevo consultato e alle teorie del complotto proposte da Tatsu. Anche
tu, per, ti sei concentrato sulla corruzione nel partito liberal-democratico.
Si accigli. E tu come fai a saperlo?
Io sorrisi. Il fatto che ci siamo persi di vista non significa che io abbia smesso di interessarmi
di te.
Fece un altro tiro di sigaretta. S, mi occupo della corruzione nel partito liberal-democratico,
disse, espellendo il fumo dalle narici. Yamaoto  divertito, per questo.  convinto che serva ai suoi
fini, e gli servirebbe se qualcuno dei miei rapporti venisse preso sul serio, ma  Yamaoto l'unico che
decide se e quando la corruzione dev'essere perseguita. La sua bocca si torse in una smorfia di
amarezza nel pronunciare queste parole.
Non potei fare a meno di sorridergli: era lo stesso scaltro bastardo che avevo conosciuto in
Vietnam. Tu per hai continuato a lavorare sottotraccia, perch il tuo vero obiettivo  Yamaoto.
Tatsu alz le spalle.
Ora capisco perch volevi quel disco, dissi.
Tu sapevi del mio coinvolgimento, Rain-san. Perch non ti sei messo in contatto con me?
C'era una ragione precisa.
Ah, s? E quale?
Midori, risposi io. Se avessi consegnato il dischetto a te, Yamaoto lo avrebbe creduto ancora
in giro, e avrebbe continuato a cercare Midori. La divulgazione di quelle informazioni era l'unico modo
per metterla al sicuro.
E questa  l'unica ragione per cui hai deciso di non contat-tarmi?
Lo guardai con un'espressione cauta. Non me ne vengono in mente altre. E a te?
Si limit a rispondermi con un sorriso triste.
Proseguimmo per un po' in silenzio, dopo di che gli domandai: Come ha fatto Yamaoto a
mettere Holtzer sotto scacco?
Offrendogli quello che tutti gli uomini desiderano.
E cio?
Potere,  ovvio. Come credi che abbia fatto Holtzer a scala-re cos rapidamente la gerarchia
fino a diventare capo della se-de di Tokyo?
Con l'aiuto delle informazioni fornitegli da Yamaoto?
Ovvio. A quanto ho capito Holtzer ha avuto un certo successo nel coltivare rapporti con fonti
affidabili in Giappone.
Come capo della sede di Tokyo, inoltre, ha firmato alcuni rapporti contenenti informazioni di
vitale importanza, soprattutto riguardo alla corruzione del governo giapponese, materia su cui,
ovviamente, Yamaoto  un esperto.
Cristo, Tatsu, le cose che mi stai dicendo sono quasi spa-ventose.
La cosa spaventosa  quanto siano state inutili, finora, queste informazioni.
Holtzer sa di essere in trappola?
Tatsu scroll le spalle. All'inizio credeva di aver trovato in Yamaoto una pedina importante.
Quando si  reso conto che era vero il contrario, quali possibilit aveva? Poteva forse dire alla CIA che
i contatti da lui sviluppati erano uomini di Yamaoto e che i rapporti erano tutti costruiti ad arte?
Avrebbe significato la fine della sua carriera. L'alternativa era di gran lunga pi piacevole: lavorare per
Yamaoto, che avrebbe continuato a fornirgli le "informazioni" che fanno di lui una star. E Yamaoto,
cos, ha la sua talpa all'interno della CIA.
"Holtzer  una talpa", pensai, disgustato. "Avrei dovuto immaginarlo."
Holtzer mi ha detto che la CIA stava coltivando i rapporti con Kawamura, e che questi stava
per consegnargli il disco, quando  morto.
Tatsu si strinse nelle spalle. Se Kawamura ha fregato me, pu aver fregato anche la CIA.
Impossibile dirlo, e irrilevante, per giunta.
E Bulfinch? domandai. Come ha fatto Holtzer ad arrivare a lui?
Facendolo pedinare finch tu non gli hai consegnato il disco, ovvio. Bulfinch era un bersaglio
facile, Rainsan. Colsi una lieve nota di rimprovero nella sua voce: mi stava dicendo che era stata una
sciocchezza consegnare il disco a un civile.
Proseguimmo in silenzio per qualche minuto. Poi, Tatsu disse: Rain-san, che cosa hai fatto in
Giappone tutto questo tempo, dall'ultima volta che ci siamo visti?
Con Tatsu era un errore credere di potersela cavare con le chiacchiere. Un piccolo campanello
d'allarme cominci a suonare da qualche parte nella mia coscienza.
Niente di particolarmente nuovo, risposi io. Lo stesso lavoro di consulenza che facevo
prima.
E di cos' che si trattava, precisamente?
Be', sai, aiuto alcune aziende americane a importare i loro prodotti in Giappone, ad aggirare gli
ostacoli e a trovare i par-tner commerciali giusti. Cose di questo genere.
Ah, interessante... E di che prodotti ti occupi?
Tatsu sapeva che non sarebbero bastate poche semplici domande ad aprire un varco nella mia
copertura.
Perch non ti fai un giro sul mio sito web? gli domandai.
C' una sezione con gli elenchi dei clienti.
Fece un gesto liquidatorio. Voglio dire: che cosa ci fai ancora in Giappone? Perch sei ancora
qui?
Che importanza ha, Tatsu?
Non riesco a spiegarmelo, e sarei curioso di saperlo.
Che cosa potevo dirgli? Dovevo rimanere in guerra. Anche lo squalo, se smette di nuotare,
muore.
C'era dell'altro, per: dovevo ammetterlo. A volte odio questo posto: nonostante siano passati
venticinque anni, continuo a essere un pesce fuor d'acqua e ne soffro. E non  soltanto la mia
professione a favorire una vita nell'ombra, bens anche il fatto che, nonostante i miei tratti orientali e la
mia perfetta pa-dronanza della lingua, alla fine, dentro di me, io sono un mezzo gaijin. Quando ero
piccolo, una maestra cattiva una volta mi aveva detto: Che cosa ottieni quando mescoli acqua pulita e
acqua sporca? Acqua sporca. C'erano voluti molti altri anni di disprezzo ed emarginazione perch
capissi quello che intendeva dire, e cio che io mi porto addosso una macchia indelebile che le ombre
possono nascondere, ma mai lavare.
Sei qui da pi di vent'anni, ormai, disse Tatsu con gentilezza. Forse  arrivata l'ora di
tornartene a casa.
"Sa tutto", pensai. "O, quanto meno, sta per scoprire tutto."
Magari sapessi dov' casa mia, ribattei.
Tatsu parl lentamente. Se tu rimani, rischiamo di scoprire che i nostri interessi sono in
contrasto.
Non scopriamolo, allora.
Vidi nuovamente il suo triste sorriso. Possiamo provarci.
Continuammo la nostra camminata sotto un cielo che cominciava a incupirsi.
All'improvviso, ebbi un'idea. Mi fermai e lo guardai. Forse, non  ancora finita, dissi.
A che cosa ti riferisci?
Al disco... Forse riusciamo a recuperarlo.
Come?
Non pu essere copiato n trasmesso per via elettronica ed  criptato. Holtzer avr bisogno di
consulenti esperti per decrittarlo. Di conseguenza, dovr consegnare il disco agli esperti o dovr farli
arrivare da lui.
Un secondo dopo, Tatsu prese dalla tasca il suo cellulare.
Digit un numero, si port il telefono all'orecchio e attese.
Mi serve l'elenco di tutti i funzionari governativi americani che verranno in visita nel nostro
paese, disse al telefono in un giapponese sbrigativo. In particolare, quelli legati alla NSA e alla CIA,
soprattutto nei primi giorni della prossima settimana.
Subito. S, aspetto in linea.
I governi degli Stati Uniti e del Giappone, sulla base di un trattato di sicurezza e di un rapporto
di cooperazione generale a livello di servizi segreti, hanno l'abitudine di informarsi a vicenda sull'invio
dei rispettivi agenti e funzionari. Era un obiettivo difficile, ma era pur sempre qualcosa.
In pi, io conoscevo Holtzer. Era un fanfarone. Nell'ambiente, avrebbe pubblicizzato
l'acquisizione di quel disco come il colpo d'intelligence del secolo. Si sarebbe occupato personalmente
della consegna agli esperti, in modo da assicurarsi tutto il merito dell'operazione.
Aspettammo in silenzio per alcuni minuti, dopo di che Tatsu disse: S... S... S... Ho capito.
Aspetta un attimo.
Coprendo il microfono con il petto, mi spieg: Al governo giapponese  stato annunciato
l'arrivo di un crittanalista della NSA esperto di software e del direttore della CIA per gli affari
dell'Estremo Oriente. Sono entrambi attesi stasera a Narita, in arrivo da Washington. Non credo sia una
coincidenza. Holtzer deve averli chiamati non appena ha potuto disporre del disco.
Dove andranno? All'ambasciata?
Aspetta. Riaccost il telefonino all'orecchio. Scoprite se hanno chiesto una scorta
diplomatica e, in caso affermativo, dove risiederanno. Resto in linea.
Rimise l'apparecchio contro il petto. Si rivolgono spesso al Keisatsucho per ottenere una scorta
per i funzionari del governo americano, disse. I funzionari del governo non possono permettersi la
berlina con autista e utilizzano, perci, il pretesto della sicurezza diplomatica. Credo sia la prima volta
che non penso a questo lavoro come a una seccatura.
Torn a posare il telefono all'orecchio, e aspettammo. Qualche minuto dopo, Tatsu disse:
Bene, bene... Aspetta. Copr nuovamente il telefono. Andranno alla base navale americana di
Yokosuka. Gioved mattina, direttamente dall'Hilton dell'aeroporto di Narita.
Non ci sfuggir, allora.
Tatsu aveva un'aria torva. Come faremo, esattamente?
Be', fermiamo l'auto di Holtzer, gli prendiamo il disco e poi, per quel che mi interessa,
possiamo anche dichiararlo "persona non gradita".
E su quali basi? I giudici vorranno saperlo.
Be', non saprei. Digli che t' arrivata una soffiata da una fonte anonima.
Tu non capisci: una soffiata anonima non  una prova. 
una semplice voce.
Cristo, Tatsu! sbottai, esasperato. Sei davvero diventato un tale burocrate del cazzo?
Non  una questione di burocrazia, replic secco, e io mi pentii di essermi lasciato prendere
la mano.  una questione di utilizzo di mezzi adeguati al fine. Quello che proponi tu non servirebbe a
niente.
Arrossii. Per qualche ragione, Tatsu riusciva sempre a farmi sentire uno stupido gaijin. Se non
possiamo utilizzare questi canali, tu che cosa proponi?
Io posso recuperare il disco e proteggere Midori, ma tu dovrai continuare a fare la tua parte.
Qual  il tuo piano?
Far in modo di fermare l'auto di Holtzer fuori dalla base navale americana, con la scusa di
controllare che non ci siano ordigni esplosivi attaccati sotto il pianale. Mi guard severo.
Potrebbe arrivare, ad esempio, una telefonata anonima per segnalare questo rischio.
Tatsu alz le spalle e recit un numero di telefono, che mi annotai sul palmo della mano,
invertendo l'ordine degli ultimi quattro numeri e sottraendo due a ognuno. Quando ebbi terminato,
aggiunse: Un agente dovr chiedere all'autista di abbassare il finestrino per spiegare la ragione della
sosta.
Io annuii, prefigurandomi la conclusione. Questo  il numero del mio teledrin, dissi, e glielo
diedi. Usalo per contattar-mi quando avrai ottenuto le informazioni sugli spostamenti di Holtzer.
Digita un numero di telefono seguito da tre cifre: cinque-cinque-cinque, e io capir che sei tu. Mi
servir anche un flashbang. I flashbang sono un tipo di granata di cui il nome dice tutto: niente
shrapnel, soltanto un rumore pazzesco e un bagliore accecante, che servono a disorientare
temporaneamente le vittime, invece di ucciderle facendole a brandelli. Le unit speciali anti-terrorismo
li utilizzano per stordire le persone as-serragliate in un posto chiuso prima di abbattere la porta e
am-mazzarle.
Non ci fu bisogno di spiegargli che cosa volessi farne. Co-me faccio a recapitartelo? mi
domand.
Nella fontana del parco Hibiya, risposi io, improvvisando.
Lascialo sul lato rivolto verso la Hibiya-dori. Proprio contro il bordo, all'interno. Tracciai un
rapido disegno sulla mia mano, per accertarmi che avesse capito. Fammi uno squillo quando l'hai
depositato, in modo che non resti l troppo a lungo.
D'accordo.
Un'ultima cosa, dissi.
Che cosa?
Avverti i tuoi uomini. Non vorrei che a qualcuno partisse un colpo per errore.
Far del mio meglio.
Cerca di fare meglio del tuo meglio. C' di mezzo il mio cu-lo.
C' di mezzo il culo di entrambi, disse Tatsu, in tono neutro. Se tu fallisci, stai pur certo che
indagheranno per scoprire chi ha ordinato di fermare quell'auto e con quale motivazione.
Se va bene, in circostanze del genere, sar semplicemente costretto ad andarmene in pensione.
Se va male, finisco in galera.
Aveva ragione, anche se non credo che avrebbe barattato i suoi rischi per i miei. N, d'altronde,
aveva senso discuterne.
Tu pensa a fermare l'auto, gli dissi. Del resto mi occuper io.
Tatsu annu e si inchin con una formalit che mi mise addosso una certa agitazione.
Buona fortuna, Rain-san, disse, prima di allontanarsi nelle prime ombre della sera.
22
Tokyo, di notte,  affascinante. Sono le luci, pi ancora dell'architettura, dei suoni e dei
profumi, a conferire alla citt il suo spirito notturno. C' sfolgorio nelle vie illuminate dai neon, con le
frenetiche costellazioni intermittenti delle sale per il pa-chinko, delle insegne e delle vetrine dei negozi
e i fari di migliaia di auto di passaggio, che inondano tutto di luce, come i riflettori allo stadio durante
le partite in notturna. E c' anche buio: vicoli illuminati appena dal fioco bagliore di un distribu-tore
automatico - lasciato l contro il muro di mattoni consunti come un vecchio rassegnato che voglia solo
prendere fiato - e vie in cui l'unica fonte di luce  data da lampioni giallastri cos lontani tra loro che
l'ombra dei passanti si confonde e svanisce nella penombra tra due coni di luce.
Dopo che Tatsu se ne fu andato, mi avviai per le tetre viuzze di Ebisu diretto all'Imperiai Hotel,
a Hibiya, dove sarei rimasto finch le acque non si fossero calmate. L'impresa che mi accin-gevo a
compiere poteva tranquillamente competere con le missioni che avevo svolto ai tempi del SOG e, come
mercenario, in vari conflitti. Mi domandai se l'inchino di Tatsu non fosse una specie di epitaffio.
"Be', altre volte sono sopravvissuto a missioni che dovevano essere le mie ultime", pensai,
lasciando la memoria libera di vagare.
Dopo il massacro di Cu Lai, le cose avevano cominciato a mettersi male per la mia unit. Fino a
quel punto, il fatto di uccidere era stato un che di impersonale, per cos dire. Ci si trovava sotto tiro e si
rispondeva al fuoco, puntando le armi verso le fiammate delle armi nemiche: il pi delle volte non si
riusciva nemmeno a vedere chi erano, quelli che ti sparavano addosso. Dopo, magari, trovavi del
sangue, dei cervelli spappolati, qualche cadavere, o magari sentivamo scattare qualche trappola
esplosiva da noi sistemata nei dintorni e capivamo di aver beccato qualcuno. Quello che avevamo fatto
a Cu Lai, per, era stato completamente diverso. E ci aveva segnati.
Sapevo che avevamo sbagliato, ma avevo cercato di farmene una ragione pensando che, in
fondo, si era in guerra, e in guerra di cose sbagliate ne succedono tante. Alcuni dei miei compagni si
incupirono, e il senso di colpa li rese restii a usare le armi.
Crazy Jake prese la strada opposta, lasciandosi andare sempre di pi all'abbraccio della guerra.
Crazy Jake era leale fino al fanatismo con i suoi montagnards, la gente del luogo che
combatteva al suo fianco, e questi facevano altrettanto con lui. Se uno di loro moriva in uno scontro a
fuoco, lui si occupava personalmente di andare a portare la notizia al capo del villaggio. Disdegnava gli
accampa-menti militari e preferiva dormire insieme ai montagnards. Aveva imparato la loro lingua e i
loro usi, partecipava alle ceri-monie e ai rituali locali. I montagnards, inoltre, credevano nella magia -
ogni villaggio aveva i suoi stregoni - e il curriculum di morti che Crazy Jake poteva vantare gli
conferiva un'aura di potere non indifferente.
La cosa non piacque ai superiori, che si rendevano conto di non avere il pieno controllo sui
montagnards. Il problema si aggrav quando fummo incaricati di andare ad aiutare le piccole comunit
fortificate di Bu Dop, sul confine cambogiano, perch Crazy Jake entr in contatto con molti altri
indigeni.
Snervato dalle regole di ingaggio imposte dal Military Assistance Command, e dall'incapacit
dello stesso MACV di smascherare la talpa che comprometteva tutte le operazioni del SOG, Jake
cominci a usare Bu Dop come base per missioni indipendenti contro i vietcong rifugiati in Cambogia.
I montagnards odiavano i vietnamiti, dato che questi li avevano sempre trattati da cani, ed erano ben
felici di seguire Crazy Jake nelle sue scorribande mortali. Ma il SOG si stava sbandando, e la parola
d'ordine, in quella fase, era vietnamizzazione, che fu il tentativo americano di tirarsi fuori dalla
guerra lasciando a combattere le opposte fazioni vietnamite. Il comando americano in Vietnam gli disse
di mettere fine alle operazioni in Cambogia, ma Jake disobbed, dicendo che rientravano nella strategia
di difesa dei villaggi di confine.
Il comando americano, allora, lo richiam a Saigon. Jake ignor il richiamo. Mandarono una
squadra a prelevarlo, ma nessuno fece ritorno. Se li avessero ritrovati morti, con la testa mozza infilata
in una lancia, sarebbe stato forse meno inquietante. Si erano forse messi con Jake? O Jake aveva
davvero il potere magico di farli svanire nel nulla?
Il comando americano tagli i rifornimenti. Niente pi armi n altro materiale. Jake, per, non
si arrese. Al comando americano cominciarono a sospettare che vendesse oppio per finan-ziarsi. Jake
era sprofondato in un universo auto-referenziale e disponeva di un esercito privato fedele fino al
fanatismo ed estremamente efficace.
Il comando americano sapeva del rapporto che c'era tra Jimmy e me: avevano tutte le
informazioni personali del caso su ognuno di noi. Un giorno mi convocarono: Devi andare a
prenderlo, mi dissero. Si  messo a vendere droga, adesso, e compie missioni non autorizzate in
Cambogia:  completamente fuori controllo. Se si venisse a sapere, sarebbe un disastro, a livello di
pubbliche relazioni.
Non credo di potercela fare a riportarlo indietro. Non ascolta nessuno, dissi.
Non ti stiamo chiedendo di "riportarlo indietro". Abbiamo detto che devi andare a
"prenderlo", precisarono.
Erano in tre. Due del comando americano in Vietnam e un agente della CIA. Io scuotevo la
testa, e a quel punto fu l'uomo della CIA a prendere la parola.
Se farai quello che ti abbiamo chiesto, potrai tornartene a casa subito dopo.
A casa ci torner quando ci torner, risposi io, ma non potevo fare a meno di essere curioso.
L'agente CIA si strinse nelle spalle. Abbiamo due possibilit: la prima consiste nel bombardare
a tappeto tutti i villaggi intorno a Bu Dop. Si tratta di un migliaio di vietnamiti alleati, oltre a Calhoun.
Li disintegriamo. Non  un problema. La seconda  che tu vada a fare quello che devi e salvi tutta
quella gente. Il giorno dopo sarai su un aereo diretto in America. A me, personalmente, non frega un
cazzo. Gir i tacchi e se ne and.
Accettai l'incarico. L'avrebbero eliminato comunque. E se anche non l'avessero fatto, io avevo
visto quello che era diventato. Avevo visto molta gente fare la stessa fine, anche se Jimmy era di certo
il peggiore: gente che era arrivata in Vietnam e aveva scoperto che ammazzare era la cosa che sapeva
fare meglio. Puoi andare a raccontarlo alla gente? Puoi mettere, nel tuo curriculum, cose tipo: "Novanta
omicidi documentati.
Ampia collezione di orecchi umani. Esperienza nella gestione di eserciti privati"? Impossibile
riadattarsi alla vita normale: si resta segnati per sempre. Non si pu pi tornare indietro.
Partii e ai montagnards spiegai che volevo vedere Crazy Ja-ke. Mi conoscevano, per via delle
missioni che avevano svolto insieme, e mi portarono da lui. Ero disarmato: non ci fu problema.
Ehi, Jimmy, gli dissi quando lo vidi.  un po' che non ci si vede.
John John! esclamo lui. Mi aveva sempre chiamato cos.
Sei venuto fin qui per unirti a me? Era ora. Siamo l'unico gruppo armato, in questa cazzo di
guerra, di cui i vietcong abbiano davvero paura. Non dobbiamo combattere con un braccio legato dietro
la schiena per colpa di una massa di politici senza palle.
Ci mettemmo un po' prima di venire al sodo. Quando gli dissi che avevano intenzione di
bombardarlo era gi buio.
Immaginavo che si sarebbero decisi, prima o poi, disse.
Be' non posso fare niente per difendermi. Sapevo che l'avrebbero fatto.
Come hai intenzione di regolarti?
Non lo so. Di certo non posso prendere i miei montagnards come ostaggi, e se anche lo facessi,
quegli stronzi mi bombar-derebbero ugualmente.
Perch non vieni via?
Mi lanci un'occhiata scaltra. Non mi piace l'idea di finire in gabbia, dopo aver fatto la bella
vita qui sugli altipiani centrali.
Be', sei con le spalle al muro. Non so che altro dirti.
Jimmy annu e disse: Sei venuto qui per uccidermi, amico?
S, ammisi.
E allora fallo.
Io tacqui.
Non ho via di scampo. Se non lo fai, verranno a polverizza-re la mia gente. Ne sono certo. E
preferisco che sia tu a farmi la pelle piuttosto che uno sconosciuto che mi sgancia una bomba da quasi
quattrocento chili da diecimila metri di altezza. Tu sei il mio fratello di sangue.
Io continuai a tacere.
Voglio bene a questa gente, disse Jimmy. Ci tengo veramente, a loro. Sai quanti ne sono
morti, per me? Be', l'hanno fatto convinti che io avrei fatto lo stesso per loro.
Non erano solo parole.  difficile per un civile comprendere fino in fondo la profondit della
fiducia e del sentimento che pu nascere tra gente che combatte fianco a fianco.
I miei montagnards non saranno molto contenti di quello che farai. Mi vogliono bene anche
loro, quei pazzi scatenati.
Credono che io abbia poteri magici. Tu, per, sei abbastanza svelto: riuscirai a scappare.
Io voglio solo tornarmene a casa, dissi.
Jimmy scoppi a ridere. Non potremo mai pi sentirci a ca-sa, John, dopo quello che abbiamo
fatto.  impossibile. Mi porse il braccio. Non ti preoccupare per me, disse. Salva i miei uomini.
Pensai al reclutatore che ci aveva dato i venti dollari con cui avevamo pagato le due donne che
ci avevano fatto arruolare nell'esercito spacciandosi per le nostre madri.
Salva i miei uomini, ripet Jimmy.
Ripensai a Deirdre, che mi aveva detto: Stai attento a Jimmy, mi raccomando.
Prese un CAR-15 - versione tipo mitragliatore dell'ubiquo M-16, con il calcio pieghevole e la
canna corta - e vi innest un caricatore. Tolse la sicura in modo che io potessi vederlo chiaramente.
Dai, John John. Non ho intenzione di chiedertelo gentilmente.
Mi ricordai di quando lui, dopo che io, lottando, lo avevo immobilizzato, mi aveva porto la
mano dicendo: Sei in gamba. Come ti chiami?
Mi chiamo John Rain, faccia di cazzo, gli avevo risposto, e avevamo ripreso a picchiarci.
Il CAR-15 oscillava verso di me.
Pensai al laghetto in cui andavamo a nuotare a Dryden, a come ci si dovesse semplicemente
lanciare dimenticandosi di tutto il resto.
Ultima possibilit, stava dicendo Jimmy. Ultima possibilit.
Se farai quel che ti abbiamo chiesto, potrai tornartene a ca-sa subito dopo.
Non potremo mai pi sentirci a casa, John, dopo quello che abbiamo fatto.
Rapido e sciolto, sollevai l'arma all'altezza del suo petto, premendo due volte il grilletto con un
unico movimento. Due proiettili gli bucarono il torace proiettandolo all'indietro.
Jimmy era gi morto prima ancora di cadere a terra. Due montagnards irruppero nella capanna
di Jimmy, ma io avevo gi il mitra puntato. Li falciai e fuggii.
Le loro sentinelle voltavano le spalle al villaggio. Non erano preparate a fermare qualcuno che
volesse uscirne. Ed erano scioccati, demoralizzati, per la perdita di Jimmy.
Fui investito da alcuni shrapnel prodotti dall'esplosione di una mina. Riportai ferite di poco
conto, ma quando rientrai alla base, mi dissero: Okay, soldato, questa  la tua ferita da un milione di
dollari. Adesso te ne torni a casa. Mi misero su un aereo, e settantadue ore dopo ero a Dryden.
Il cadavere arriv due giorni dopo. Ci fu un funerale. I genitori di Jimmy piangevano, e anche
Deirdre piangeva. Oddio, John, lo sapevo. Sapevo che non ce l'avrebbe fatta a ritornare, diceva.
Tutti volevano sapere come fosse morto e io spiegai che era successo in uno scontro a fuoco.
Vicino al confine con la Cambogia. Non sapevo altro.
Me ne andai da Dryden il giorno dopo, senza salutare nessuno. Jimmy aveva ragione: non
avevo pi una casa, dopo quello che avevamo fatto. Dopo aver conosciuto certe cose, quale perdono 
possibile? deve aver detto un poeta.
Io me lo spiego con il karma, con le grandi ruote dell'Universo che continuano a girare. In
un'altra vita ho ucciso il fratello della mia ragazza e ora ho eliminato un uomo della cui figlia mi sono
innamorato subito dopo. Se fosse successo a qualcun altro, l'avrei trovato divertente.
Prima dell'incontro con Tatsu avevo chiamato l'Hotel Imperiai per prenotare una stanza. Tengo
sempre alcune cose in quell'hotel per qualsiasi evenienza: un paio di vestiti, documenti di identit,
soldi, armi nascoste. Il personale dell'albergo crede che io sia un emigrato giapponese che torna spesso
in patria, e li pago per custodire le mie cose in modo da non doverle portare avanti e indietro a ogni
viaggio. A volte, per certi periodi, vado persino ad abitarci, per rendere credibile la copertura.
L'Imperiai si trova al centro di Tokyo ed  dotato di un bar grandioso. Inoltre  abbastanza
grande da risultare anonimo quanto un albergo dell'amore, se si sa come comportarsi.
Il metr su cui viaggiavo era appena entrato nella stazione di Hibiya quando sentii vibrare il
mio teledrin. Lo staccai dalla mia cintura e vidi un numero che non riconobbi, seguito - per
- dai tre 5 che costituivano il segnale di Tatsu.
Trovai un telefono pubblico e digitai il numero. All'altro ca-po risposero al primo squillo. Sei
su una linea sicura? domand Tatsu.
Abbastanza.
I due ospiti lasceranno Narita alle nove in punto domani mattina. Ci metteranno novanta
minuti ad arrivare a destinazione. Il nostro uomo, per, potrebbe precederli, perci dovrai appostarti per
tempo, appena fuori dalla base.
Okay. E il pacco?
Lo stanno sistemando proprio adesso. Potrai andare a prelevarlo tra un'ora.
Bene.
Silenzio, e poi: Buona fortuna.
Comunicazione interrotta.
Reinserii la scheda telefonica e telefonai al numero che Tatsu mi aveva dato a Ebisu.
Bisbigliando per camuffare la voce, avvertii la persona all'altro capo del filo che ci sarebbe stata una
bomba sotto il pianale di una delle auto diplomatiche che sarebbero arrivate il mattino dopo alla base
navale di Yokosuka. Questo sarebbe servito a rallentare le procedure al momento dell'accesso alla base.
Prima di incontrare Tatsu mi ero fatto una doccia da Harry, ma ero ancora piuttosto malconcio
quando mi registrai alla reception dell'albergo. Nessuno parve accorgersi della mia manica bagnata per
aver pescato il pacco di Tatsu dalla fontana del parco. D'altra parte, ero appena arrivato in aereo dalla
costa orientale degli Stati Uniti, e durante un lungo viaggio tutto pu succedere. L'impiegato alla
reception rise quando gli dissi che stavo diventando troppo vecchio per questa vita.
Nella stanza trovai le mie cose ad attendermi: le camicie sti-rate e i vestiti appesi in perfetto
ordine. Chiusi a chiave la porta e, sedutomi sul letto, controllai il doppiofondo di una valigia che mi
avevano portato nella stanza, scorgendo l'opaco lucci-chio della Glock. Presi l'astuccio per articoli da
bagno e prelevai i proiettili da un finto stick di deodorante. Caricai l'arma e la infilai tra il materasso e
la rete del letto.
Alle nove suon il telefono. Sollevai la cornetta, riconobbi la voce di Midori e le comunicai il
numero della mia stanza.
Un minuto dopo sentii bussare piano alla porta. Mi alzai e guardai attraverso lo spioncino. La
luce nella stanza era spenta, e chiunque ci fosse dall'altra parte della porta, non si sarebbe accorto che
lo stavo osservando. Se si lascia la luce accesa, si diventa un ottimo bersaglio per un colpo d'arma da
fuoco.
Come previsto, per, era Midori. La feci entrare e richiusi la porta a chiave. Quando mi voltai
verso di lei, vidi che stava osservando la stanza. Ehi, era ora che venissimo a stare in un posto come
questo, disse. Quegli alberghi dell'amore, a volte, sono proprio un po' vecchiotti.
Per, hanno i loro vantaggi, dissi io prendendola tra le braccia.
Ordinammo una cena in camera a base di sashimi e sak caldo e, mentre aspettavamo che ce la
servissero, raccontai a Midori del mio incontro con Tatsu e della brutta fine che aveva fatto Bulfinch.
Ci portarono la cena e quando il cameriere se ne fu andato, Midori disse: Devo chiederti una
cosa un po'... sciocca. Va bene?
La guardai e mi sentii torcere le budella per la sincerit che vidi nei suoi occhi. Certo.
Ho pensato molto a questa gente. Hanno ucciso Bulfinch.
Hanno cercato di uccidere te e me. Forse, volevano anche la morte di mio padre. Insomma,
credi che... abbia davvero avuto un attacco di cuore?
Versai il sak dalla brocca di ceramica nelle due piccole taz-zine, osservando le volute di
vapore che si levavano dalla sua superficie. La mia mano era perfettamente salda. La tua domanda
non  per niente sciocca. Ci sono modi di uccidere le persone che possono sembrare semplici incidenti
o l'effetto di cause naturali. Inoltre, hai perfettamente ragione a credere che quella gente, avendo
scoperto quello che stava facendo tuo padre, lo volesse morto.
Lui aveva paura che stessero per ucciderlo. Me ne parl apertamente.
Gi...
Tamburellava nervosamente con le dita sul tavolo, come se stesse suonando un brano
travolgente su un piano immaginario.
Nei suoi occhi sembrava bruciare un fuoco gelido. Io credo che l'abbiano ucciso, disse
scrollando il capo.
Non potremo mai pi sentirci a casa, John, dopo quello che abbiamo fatto. Probabilmente,
hai ragione, dissi io, piano.
Sapeva tutto? O la sua mente si rifiutava, forse, di andare dove l'istinto voleva portarla? Non
avrei saputo dirlo.
Quel che pi importa, per,  che tuo padre sia stato un uomo coraggioso, dissi io, con la
voce leggermente incerta.
E comunque sia successo, la sua morte non dovr essere inutile. Per questo devo recuperare
quel disco: voglio portare a termine quello che tuo padre aveva cominciato. Io... non sapevo quel che
stavo per dire. Io lo voglio fare. Ho bisogno di farlo.
Emozioni contrastanti le attraversarono il viso come ombre di nuvole in rapido movimento.
Non voglio, disse.  troppo pericoloso.
 meno pericoloso di quello che sembra. Il mio amico far in modo che i poliziotti presenti
siano informati di quello che succeder, per evitare che mi sparino. Quanto meno, lo speravo.
E quelli della CIA? Come fai a controllarli?
Ci riflettei. Tatsu, probabilmente, aveva gi programmato, nel caso fossi rimasto ucciso, di far
scendere tutti dall'auto, per cercare eventuali armi e trovare, cos, il disco. Era un uomo estremamente
pratico.
Nessuno mi sparer. Per come ho organizzato l'agguato, si renderanno conto di quello che
succede quando sar ormai troppo tardi.
Credevo che in guerra nulla andasse mai secondo i piani.
Scoppiai a ridere.  vero. Io sono sopravvissuto fino a questo punto grazie alle mie doti di
improvvisatore.
Bevvi un sorso di sak e poi, godendomi la sensazione del liquido caldo che si diffondeva nel
mio addome, aggiunsi: In ogni caso, abbiamo esaurito le alternative. Yamaoto non sa che Holtzer ha il
disco e continuer a cercarti, se noi non lo recupe-riamo. E continuer a cercare anche me.
Mangiammo per alcuni minuti in silenzio. A un certo punto, Midori alz gli occhi e disse: 
ragionevole, ma  comunque terribile. La sua voce era piena di amarezza.
Volevo dirle che alla fine ci si abitua alle cose terribili e ra-gionevoli, ma decisi di lasciar
perdere.
Midori si alz in piedi e si avvicin alla finestra. Mi volgeva le spalle, e la luce che entrava
dalla finestra ne disegnava la silhouette. Restai a guardarla per un momento, ma poi mi alzai e la
raggiunsi, sentendomi pi leggero grazie al sostegno del tappeto sotto i miei piedi. Mi fermai
abbastanza vicino a lei da sentire il profumo dei suoi capelli, e un altro profumo, pi esotico;
lentamente sollevai le mani e con le dita le sfiorai le spalle e le braccia.
Poi, seguendo il suo profilo scesi con le mani fino ai fianchi, e lei si adagi all'indietro. Con le
sue mani cerc le mie, e insieme si posarono sulla sua pancia, cos intrecciate da non poter dire chi
fosse l'artefice di quel movimento.
Mentre ero l con Midori, a guardare Tokyo dalla finestra, fui poco a poco sopraffatto dal peso
di quello che avrei dovuto affrontare l'indomani mattina. Mi resi conto, sorridendone tra me e me, che
non c'era un solo posto, su tutto il pianeta, in cui avrei voluto essere, se non l. La citt, intorno a noi,
sembrava un essere vivente: i milioni di puntini di luce erano i suoi occhi; le risate degli amanti la sua
voce; i treni e le fabbriche i suoi muscoli e i nervi. E io ero l, nel suo cuore pulsante.
Ancora un poco, solo un poco, pensai, baciandola sul collo e sull'orecchio. Ancora un po' di
tempo in quell'anonimo hotel dove potevamo fluttuare slegati dal passato, liberi da tutto ci che - ne
ero certo - avrebbe reciso il mio fragile legame con quella donna.
Divenni sempre pi conscio del suo respiro, del sapore della sua pelle, e la mia languida
percezione della citt e del nostro posto in essa sbiad. Midori si volt e mi baci, prima piano e poi pi
forte, accarezzandomi il viso e poi infilando le mani sotto la mia camicia, diffondendo il suo calore sul
mio petto come cerchi concentrici nell'acqua.
Ci gettammo sul letto, spogliandoci a vicenda e spargendo i vestiti alla rinfusa sul pavimento.
Midori inarc la schiena e io le baciai il seno, la pancia, ma lei disse: No, subito... Ti voglio subito, e
io, rialzandomi, con le sue gambe intorno a me, le entrai dentro. Da lei eman un suono simile a quello
del vento che si alza, e noi cominciammo a muoverci l'uno contro l'altra, l'uno con l'altra, prima piano,
poi con sempre maggior traspor-to. Eravamo fusi insieme e respiravamo l'uno il respiro dell'altra; le
sensazioni si propagavano dalla testa all'inguine e di l fino alla punta dei piedi per poi risalire di nuovo
finch non fui pi in grado di dire dove finisse il mio corpo e dove cominciasse il suo. Sentii nascere
tra noi e in noi come un rombo di tuono e, quando venni, fu come una tempesta di esplosioni nel suo
corpo e nel mio e in tutti i punti in cui essi erano congiunti.
Restammo l sdraiati, ancora avvinghiati, esausti come se avessimo combattuto senza riuscire a
sconfiggerci l'un l'altro nonostante avessimo usato i nostri colpi pi segreti e poderosi.
Sugoi, disse lei. Che cosa hanno messo in quel sak?
Le sorrisi. Vuoi che ne ordiniamo un'altra bottiglia?
Tante bottiglie, disse lei intorpidita. E quelle furono le ultime parole di cui mi ricordo, perch
poi sprofondai in un sonno che fu miracolosamente risparmiato dai ricordi e solo vagamente offuscato
dalla paura per quello che ancora doveva venire.
23
Mi alzai appena prima dell'alba e, avvicinatomi alla finestra, osservai i primi bagliori del giorno
levarsi su Tokyo che emer-geva lentamente dal suo sonno, stiracchiandosi sognante. Midori stava
ancora dormendo.
Feci una doccia e misi uno dei vestiti che tenevo all'Imperiai Hotel, un completo grigio di
flanella di Paul Stuart, una camicia bianca di cotone Sea Island e un'austera cravatta blu. Le scarpe
erano fatte a mano, mentre la stagionata valigetta diplomatica proveniva da un certo W.H. Gidden,
produttore bri-tannico di pelletteria morto tragicamente. Ero vestito meglio di chi in genere esce per
fare quello che dovevo fare io. Anche in questo caso, per, sono i dettagli che fanno il travestimento o
ti tradiscono. "E poi, chiss?" pensai. "Se le cose dovessero andare male, potrebbero seppellirmi con
questo vestito, e ci farei un figurone." Quando uscii dal bagno dopo la doccia, vidi che Midori si era
alzata. Indossava un accappatoio bianco di spugna dell'hotel e rest seduta in silenzio sul letto, mentre
io mi vestii.
Mi piaci vestito cos, disse lei quando ebbi finito. Stai proprio bene.
Il classico sarariman che va al lavoro, dissi io, cercando di sdrammatizzare.
Infilai la Glock in una fondina personalizzata sistemata dietro la schiena, in basso, dove sarebbe
risultata invisibile grazie al morbido drappeggio della flanella. Quindi, infilai il flashbang sotto
un'ascella sopra la manica del vestito, dove la naturale pressione esercitata dal mio braccio l'avrebbe
tenuto fermo. Alzai il braccio di qualche centimetro e lo scossi con forza, al che l'ordigno scivol gi
nella mia mano che lo atten-deva. Soddisfatto, lo risistemai in posizione.
Ruotai con vigore la testa e sentii scrocchiare le giunture del collo. Okay, devo andare.
Torner stasera, non so bene a che ora. Mi aspetti?
Midori annu, con espressione tesa. Io sar qui. Tu pensa a tornare.
Lo far. Presi la valigetta e uscii.
L'atrio dell'hotel era perlopi sgombro degli uomini d'affari stranieri che si sarebbero presto
svegliati per consumare le loro costosissime e sostanziose colazioni. Uscii dall'ingresso principale e
scossi la testa quando il portiere si offr di chiamarmi un taxi: preferii raggiungere la stazione di Tokyo
a piedi, seguendo un percorso tortuoso che mi avrebbe permesso di accertarmi che nessuno mi
seguisse. Alla stazione avrei preso il treno per Shinbashi, e di l sarei arrivato alla stazione di
Yokosuka. Avrei potuto arrivare a destinazione direttamente dalla stazione di Tokyo, ma decisi di
seguire una via pi lunga per le consue-te ragioni.
Era una fresca e limpida mattinata: un clima che, nonostante a Tokyo sia raro,  sempre stato il
mio preferito. Attraversando il parco Hibiya, vidi un piccolo asagao, una specie di convol-volo, che era
stranamente sbocciato sotto i gelidi spruzzi di una delle fontane. Era un fiore estivo, e mi sembr triste,
quasi sapesse di dover morire presto, al primo freddo autunnale.
Alla stazione di Tokyo acquistai un biglietto per Shinbashi, dove cambiai e presi la coincidenza
per Yokosuka, sempre guardandomi attentamente le spalle. Comprai un biglietto di andata e ritorno,
anche se un biglietto di sola andata sarebbe stato, per certi versi, pi indicato. Tutti i soldati sono
supersti-ziosi, come amava ripetere Crazy Jake, e le vecchie abitudini sono dure a morire.
Alle 7 in punto salii sul treno che part quattro minuti pi tardi, in perfetto orario.
Settantaquattro minuti dopo entrammo alla stazione di Yokosuka, di fronte alla base navale, sul lato
opposto del porto. Scesi dal treno con la valigetta da diplomatico in mano e, mentre tutti gli altri
passeggeri del treno abban-donavano il marciapiede, raggiunsi un telefono pubblico e feci una
telefonata senza far nulla per nascondermi.
Uscito dalla stazione attraversai l'ampio lungomare che de-limita il porto di Yokosuka.
Dall'acqua soffiava un vento gelido
- vagamente odoroso di petrolio - che mi tagliava la faccia. Il cielo era scuro, contrariamente al
cielo di Tokyo. "Troppo bello per durare", pensai.
Lo specchio d'acqua del porto era grigio e minaccioso come il cielo. Mi fermai su una passerella
di legno affacciata sull'acqua, dove galleggiavano all'ancora le torreggianti navi da guerra americane,
sullo sfondo di colline che apparivano di un verde sorprendente nel grigiore che le circondava. I detriti
della presenza militare sbattevano ritmicamente contro il sottostante sbarramento artificiale: bottiglie
vuote, pacchetti di sigarette, sacchetti di plastica simili a strane specie marine in agonia, ferite nel
profondo degli abissi e venute a morire in superficie.
La vista del porto mi fece venire in mente Yokohama, e le mattine domenicali di tanto tempo
prima, quando mia madre mi ci portava. A Yokohama c'era la chiesa che lei frequentava, e lei aveva
intenzione di crescermi secondo i valori del cattoli-cesimo. A quei tempi si partiva dalla stazione di
Shibuya, e il viaggio richiedeva pi di un'ora, non i venti minuti che ci vogliono adesso per coprire la
stessa distanza.
Ricordo i lunghi tragitti in treno, con mia madre che mi teneva la mano, per sottrarmi al
dispiacere di mio padre perch al suo giovane e impressionabile figlio era imposta la partecipa-zione a
quel primitivo culto occidentale. La chiesa era un'esperienza sensoriale delle pi insidiose: gli odori
sedimentati di legno vecchio e di carta e dei cuscini sui banchi diritti e i sedili dall'alto schienale simili
a sarcofaghi; i luccichii sui putti raffi-gurati nelle vetrate; gli echi misteriosi della liturgia; il cieco
sapore dell'Eucaristia. Il tutto mescolato alla sensazione che tutto avvenisse fuori da una finestra che
mio padre - l'altra met del mio patrimonio culturale - avrebbe preferito tener chiusa.
La gente ama ripetere che la civilt occidentale  fondata sul senso di colpa, mentre quella
giapponese si baserebbe sul senso della vergogna, dove il primo sarebbe un sentimento interioriz-zato,
mentre il secondo implicherebbe l'esistenza di un gruppo.
Come un Tiresia di questi due mondi, per, posso dire tranquillamente che la distinzione 
meno marcata di quanto in genere si creda. Il senso di colpa si manifesta quando non c' un gruppo di
fronte a cui provare vergogna. Rimpianto, orrore, atrocit: se il gruppo non  sensibile, ci inventiamo
semplicemente un Dio che lo sia e che possa essere indotto al perdono da successive buone azioni
compiute dal peccatore.
Sentii un rumore di pneumatici sulla ghiaia e mi voltai verso il parcheggio appena in tempo per
vedere, alle mie spalle, la prima di tre berline nere frenare a pochi metri dal punto in cui mi trovavo. Le
portiere posteriori si spalancarono e da ognuna di esse usc un uomo. Tutti bianchi. "Holtzer", pensai.
Le auto del seguito si fermarono ai lati dell'auto di testa; alle spalle avevo il mare. Ero in
trappola. Altri due uomini scesero da ognuna delle auto del seguito. Impugnavano tutti una Beretta.
Sali in macchina, ringhi l'uomo pi vicino a me, facendo un cenno di accompagnamento con
la mano armata.
Non credo, risposi io, senza alterarmi. Se dovevano uccidermi, li avrei costretti a farlo sul
posto.
Erano in sei, disposti intorno a me a semicerchio. Se si fossero avvicinati ancora un po' avrei
potuto cercare di sfondare lanciandomi contro l'uomo a un'estremit della fila, dato che quello
all'estremit opposta avrebbe esitato a sparare, per non colpire il collega.
Purtroppo, si rivelarono ben disciplinati e resistettero all'impulso di saltarmi addosso.
Probabilmente, li avevano istruiti sul pericolo di stringere la preda troppo da vicino.
Uno di loro infil una mano all'interno della giacca e ne estrasse un taser: un'arma che spara
freccette elettriche in grado di stordire, ma non di uccidere.
Volevano prendermi vivo, non eliminarmi. Provai a caricare contro l'uomo pi vicino, ma era
troppo tardi. Sentii lo scop-piettio del taser, e le due freccette mi si conficcarono in una coscia,
diffondendo la scarica elettrica in tutto il mio corpo. Mi accasciai, scosso da convulsioni, incapace di
reagire, cercando di estrarre le freccette dalla coscia, ma inutilmente dato che non riuscivo a controllare
le mie membra in preda agli spasmi.
Lasciarono fluire la corrente pi a lungo di quanto sia normale, restando in piedi intorno a me
che mi contorcevo come un pesce sul ponte di una nave. Alla fine, la scossa si interruppe, ma
continuavo a essere privo del controllo delle mie membra e non riuscivo a respirare. Sentii che mi
perquisivano: caviglie, cosce, fondo schiena. Una mano si infil sotto la giacca, e la Glock mi fu sfilata
dalla fondina. Aspettai che riprendesse-ro la perquisizione, ma non lo fecero: sembravano soddisfatti di
quello che avevano trovato, e non cercarono altre armi: un errore da dilettanti che mi risparmi il
sequestro del flashbang.
Qualcuno mi punt un ginocchio sul collo e mi ammanett dietro la schiena. Un altro mi infil
un cappuccio in testa. Sentii avvicinarsi qualcuno, e all'improvviso fui sollevato da terra e sbattuto
come un sacco di patate ai piedi del sedile posteriore di una delle auto. Le ginocchia dei miei compagni
di viaggio mi premevano sulla schiena. Le portiere si richiusero, e le auto ripartirono bruscamente.
Procedemmo per meno di cinque minuti. Dalla velocit e dalla mancanza di curve dedussi che
ci trovavamo ancora sulla statale 16 e che avevamo superato la base. Lungo il tragitto ve-rificai la
sensibilit delle mie dita, delle mani e dei piedi. Stavo piano piano recuperandola, ma il mio sistema
nervoso era ancora scombussolato dalla scossa elettrica ricevuta, e avevo la nausea.
Sentii l'auto rallentare e svoltare a destra, e la ghiaia scric-chiolare sotto le ruote. Ci fermammo.
Le portiere si aprirono, e un paio di mani mi afferrarono per le caviglie, trascinandomi fuori dall'auto.
Sbattei la testa contro il bordo della portiera e vidi le stelle.
Mi rimisero in piedi e mi spinsero avanti. Udivo rumore di passi tutt'intorno e capii di essere
ancora circondato, dopo di che fui sospinto su per una rampa di scale. Sentii una porta aprirsi e
richiudersi con un rimbombante suono metallico. Fui spinto su una sedia, e solo a quel punto mi tolsero
il cappuccio dalla testa.
Ero dentro una roulotte, all'interno di un cantiere edile.
Dall'unica finestrella scorrevole filtrava una debole luce. Una sagoma si sedette rivolgendovi le
spalle.
Ciao, John! Che piacere vederti! Era Holtzer, ovviamente.
Vaffanculo, risposi io, cercando di assumere un'aria di sfida e provocazione. Non fu tanto
difficile, date le circostanze.
Come hai fatto ad arrivare a me?
Immaginavo che avresti saputo di Bulfinch e che avresti tentato un'ultima mossa per entrare in
possesso del disco. So che hai informatori affidabili e che saresti in grado di mettere insieme
abbastanza tasselli da fregarmi. A mo' di precauzione, abbiamo piazzato dei posti di blocco intorno alle
possibili aree nevralgiche vicino alla base, e tu ci sei finito dentro.
Vaffanculo, ripetei, e dicevo sul serio.
Oh, non hai niente da rimproverarti. A momenti ce la facevi, ma dovevi prevedere che alla fine
avresti fallito, John. Finisce sempre cos quando ti metti contro di me.
Gi, dissi, cercando una via d'uscita da quella situazione.
Senza le manette, sarei probabilmente riuscito a eludere la sorveglianza di Holtzer e dei due
uomini che erano l in piedi sulla porta, anche se non sapevo chi altro ci fosse all'esterno. Con le
manette, per, non sarei andato da nessuna parte.
Tu non hai neanche capito l'allusione, vero? prosegu Holtzer. Cristo, sei sempre stato cos
cieco.
A che cosa alludevi?
Le sue labbra carnose si torsero in un sorriso disgustoso, e cominci a pronunciare senza voce
quattro parole. All'inizio io non capii, ma lui and avanti finch non mi fu tutto chiaro.
Ero io la talpa. Ero io la talpa...
Chinai la testa e faticai per mantenere il controllo. Vaffanculo, Holtzer. Tu non avevi l'accesso
a quelle informazioni. La talpa era uno dell'esercito sudvietnamita.
Ne sei davvero convinto? disse lui, con la faccia vicinis-sima alla mia e la voce bassa e
oscenamente confidenziale, in modo che i suoi uomini non potessero sentirlo.
Ti ricordi di Cu Lai?
Il villaggio cambogiano... Mi sentii pervadere da una sensazione di malessere che non aveva
nulla a che fare con i postumi della scossa elettrica a cui mi avevano sottoposto.
Che cosa, in particolare? chiesi.
"Disfatevene!" Ricordi? "Ti assicuro, ragazzo, che se ti dicessi il mio nome e il mio grado, te
la faresti nei pantaloni"? 
stata dura, John! Ho dovuto usare tre voci diverse per convin-certi.
"Mantieni la calma, John. Concentrati sul problema. Come uscire da questa situazione?"
Perch? domandai.
Avevo un informatore, uno che poteva fare molto per me.
Io dovevo mostrargli quello che ero in grado di fare per lui.
Uno degli abitanti di quel villaggio gli aveva prestato un mucchio di soldi e, per questo, stava
creandogli un mucchio di problemi. Io volevo mostrargli quello che potevo fare per eliminare quel
genere di problemi.
E allora hai massacrato un intero villaggio per colpire una sola persona?
Sono stato costretto. Voialtri sembrate tutti uguali. Rise per la sua battuta.
Stronzate. Perch, pi semplicemente, non hai dato al tuo informatore i soldi per ripagare il
debito?
Holtzer rovesci la testa all'indietro e scoppi a ridere.
Suvvia, Rain! Chi gestiva il denaro faceva pi caso ai soldi che venivano spesi che non alle
pallottole. Qualche indigeno morto in pi poteva essere tranquillamente aggiunto al conto dei vietcong
uccisi.  stato pi facile cos che non chiedendo soldi attraverso i canali ufficiali.
Per la prima volta da quando avevo smesso di avere certi incubi legati alla guerra, sentii la
disperazione penetrarmi a forza, poco a poco, nella mente. Cominciai a rendermi conto fin nelle ossa
che nel giro di qualche minuto sarei morto e che Holtzer l'avrebbe avuta vinta, come sempre. E bench
il pensiero della mia morte non esercitasse pi alcun fascino particolare su di me, fui sopraffatto dalla
consapevolezza di non essere riuscito a fermarlo, proprio nel momento in cui riuscivo finalmente a
capire che era stato lui il responsabile delle mie azioni di tanto tempo prima.
Non ti credo, dissi, cercando di guadagnare tempo. Che cosa poteva darti quell'informatore
di cos prezioso da giustificare quel massacro? Non si trattava certamente di soldi: a trentacinque anni
di distanza sei ancora un funzionario del governo con un vestito da quattro soldi.
Mi rivolse un'espressione forzata di simpatia. Sei cos inge-nuo, Rain. Cos va il mondo, e tu
non lo capisci. Si scambiano informazioni con altre informazioni:  questo il gioco. Io avevo un
informatore che mi passava notizie sui movimenti dell'esercito nordvietnamita: informazioni
fondamentali per i raid con cui cercavamo di spezzare la catena dei rifornimenti lungo il sentiero di Ho
Chi Minh. E sebbene le missioni del SOG non riuscissero a causare veri danni alle strutture operative, i
nordvietnamiti ce l'avevano a morte con voi perch eravate la di-mostrazione della loro incapacit di
controllare il loro cortile di casa. Di conseguenza, chiedevano informazioni sul SOG e da parte loro
erano pronti a contraccambiare con altrettante informazioni. Io, insomma, barattavo merda di maiale in
cambio di oro.
Sapevo che quella era la verit. Ero senza parole. Ah, voglio dirti un'ultima cosa, prima che
questi uomini ti portino fuori, ti sparino alla nuca e gettino il tuo cadavere nelle acque del porto,
aggiunse Holtzer. Io so tutto di Crazy Jake. Sono stato io a proporre il tuo nome per la sua
eliminazione.
Mi si serr la gola. Non riuscivo a parlare. Era come subire uno stupro.
Certo,  stata una fortuna che il suo piccolo esercito di indigeni sia giunto alla mia attenzione,
ma io conoscevo la persona giusta per affrontare la situazione: il suo vecchio compagno di scuola, John
Rain. Nessun altro sarebbe riuscito ad arrivargli abbastanza vicino.
Era finita. Stavo per morire. La mia mente cominci a vagare, mentre una strana calma mi
pervase.
In seguito, ho sparso la voce. Le mie rivelazioni erano sempre fatte in confidenza, ma mi
assicurai che la gente venisse a saperlo. "Che resti tra noi, eh?"... Non  stupenda questa frase?
 come dire: "Mi raccomando, accertati che finisca sui giornali".  fantastica.
Mi ritrovai a pensare alla prima volta che avevo scalato il monte Fuji. Ero con mio padre, e
nessuno di noi era equipaggiato per il freddo. Facevamo a turno nel proporre di tornare indietro, ma
l'altro, immancabilmente, insisteva per proseguire, finch non arrivammo in cima. In seguito, ne
avevamo riso spesso, e lui amava raccontare quella storia.
Ti dir una cosa, John: queste mie rivelazioni avevano il potere di mettere la gente a disagio.
Che razza di uomo pu essere uno che va ad ammazzare il suo migliore amico? Che gli si avvicina di
soppiatto e lo uccide. Non una persona di cui poi ci si possa fidare - questo  certo - n uno che possa
essere pro-mosso o fare carriera in qualche modo. Mi sa che quel "resti tra noi" ti ha un po' rovinato la
carriera militare, non credi? Da allora in poi, nella migliore delle ipotesi, non sei stato altro che un
piccolo assassino prezzolato e mezzo sangue.
A mio padre era sempre piaciuto raccontare quella storia e di come era stato felice di quel
nostro convincerci a vicenda finch non eravamo arrivati in cima.
Cos'? Il gatto ti ha mangiato la lingua, Rain?
S, era un bel ricordo. Non era poi male andarsene in sua compagnia.
Holtzer si alz in piedi e si rivolse ai due uomini sulla porta.
Non uccidetelo qui:  troppo vicino alla base. Negli archivi militari ci sono ancora le
radiografie delle sue arcate dentali, e potrebbero riuscire a identificare il corpo. Dobbiamo
assolutamente evitare che qualcuno possa stabilire un collegamento tra lui e il governo degli Stati Uniti
o, a maggior ragione, con me.
Portatelo da qualche altra parte e, quando avete finito, liberate-vene.
Uno dei due uomini gli apr la porta, e Holtzer usc.
Sentii la portiera di un'auto aprirsi e poi richiudersi, e due macchine partire in uno scricchiolio
di ghiaia. Eravamo arrivati con tre auto. All'esterno, dunque, ne rimaneva una, ma non sapevo se ci
fossero altri uomini.
I due sulla porta rimasero l fermi, impassibili.
Queste manette cominciano a farmi male, dissi, alzandomi lentamente in piedi. Non potreste
aiutarmi?
Uno dei due scoppi a ridere. Non preoccuparti. Tra un pa-io di minuti ti passeranno tutti i
dolori.
Ma mi fanno male le braccia, dissi, facendo una faccia piagnucolosa e sollevando i gomiti a
creare uno spazio tra le mie braccia e il petto. Uno di loro fece una smorfia di disgusto.
Oh, Cristo! Mi si  fermata la circolazione, mi lamentai.
Feci movimenti circolari con le spalle finch il flashbang non fuoriusc dalla sua nicchia, dopo
di che sollevai i gomiti e cominciai ad agitare le braccia con violenza e sentii l'ordigno po-sizionarsi
nella parte superiore della manica.
Il flashbang non sarebbe scivolato gi altrettanto facilmente a causa dalla pressione esercitata
dalle mie braccia ammanetta-te contro i fianchi. Mi resi conto che avrei dovuto cercare di spingerlo
verso la schiena, da dove sarebbe scivolato con pi facilit, ma era troppo tardi.
Abbassai i polsi, raddrizzando le braccia, e cominciai a sal-tellare sulla punta dei piedi come se
dovessi andare in bagno.
Devo pisciare, dissi.
I due si guardarono in faccia, con un'espressione che lasciava intendere quanto mi trovassero
patetico.
Ogni saltello faceva scendere l'ordigno nella manica di un piccolo tratto. Quando riuscii a fargli
superare il gomito, per, lo sentii scivolare dolcemente lungo l'avambraccio nella mia mano in attesa.
Il flashbang aveva un timer di cinque secondi. Se l'avessi gettato troppo presto, quei due
sarebbero forse stati in grado di uscire prima che esplodesse. Se avessi aspettato troppo, avrei
probabilmente perso la mano, e questo non era esattamente il modo in cui speravo di liberarmi dalle
manette.
Tolsi la sicura e contai. Mille e uno...
L'uomo alla sinistra della porta infil una mano nella giacca e fece per estrarne la pistola.
Mille e due.
Ehi, un attimo... Aspettate un attimo, dissi, con la gola ser-rata. Mille e tre.
Si guardarono di nuovo disgustati. Di certo, stavano pensando: E questo sarebbe l'osso duro
che ci avevano detto che sarebbe stato tanto pericoloso?
Mille e quattro. Serrai le palpebre e mi girai, voltando loro le spalle e lanciando
contemporaneamente il flashbang con un movimento del polso. Lo sentii toccare terra e poi esplodere
con una violenza che scosse ogni fibra del mio corpo. Restai senza fiato e crollai a terra.
Mi rotolai verso sinistra e poi a destra, cercando di respirare, con la sensazione di muovermi
come fossi sott'acqua. Non riuscivo a sentire altro che un'enorme rimbombo dentro la testa.
Anche gli uomini di Holtzer si stavano rotolando sul pavimento, accecati e con la testa tra le
mani. Respirando a fatica e con dolore riuscii a rialzarmi in piedi, ma ricaddi su un lato, ormai privo di
equilibrio.
Uno dei due si sollev a quattro zampe e cominci a muoversi a tentoni per cercare di
recuperare la pistola.
Mi rimisi in ginocchio, cercando di concentrarmi sull'equilibrio. Uno dei due si muoveva
seguendo una spirale che presto lo avrebbe condotto a ritrovare la sua arma.
Puntai il piede sinistro e cercai di rialzarmi in piedi, ma ricaddi a terra. Per restare in equilibrio
avevo bisogno del sostegno delle braccia.
Le mani annaspanti del sicario si avvicinarono ulteriormente alla pistola.
Rotolai sulla schiena e protesi le mani verso il basso con tutta la forza che avevo, spingendo i
polsi ammanettati sotto la curva dei fianchi e del bacino fino alla parte posteriore delle cosce.
Cominciai a dimenarmi freneticamente da una parte all'altra, facendo scivolare i polsi lungo la parte
posteriore delle gambe e liberando prima un piede e poi l'altro per poter avere, quantomeno, le mani
davanti.
Mi rigirai e mi misi carponi. Vidi le dita del sicario che af-ferravano la canna della pistola.
Riuscii in qualche modo a rimettermi in piedi. Colmai la distanza che ci separava proprio
mentre lui stava per raccogliere l'arma, e gli sferrai un calcio di punizione in faccia. La forza con cui
l'avevo colpito lo fece rotolare via e mi fece cadere all'indietro.
Mi rialzai a fatica proprio mentre il secondo sicario stava a sua volta recuperando la posizione
eretta. Era ancora abbaglia-to dal lampo, ma mi vide arrivare. Infil una mano nella tasca della giacca
alla ricerca di un'arma.
Gli fui addosso proprio mentre lui stava estraendo una pistola, e prima che potesse puntarla
contro di me, gli conficcai le dita nella gola, mettendogli fuori uso i nervi frenico e laringeo.
A quel punto gli passai le mani dietro la nuca e utilizzai il breve tratto di catena che univa le
manette per abbassargli ripetu-tamente con violenza la testa contro il mio ginocchio alzato.
Quando perse conoscenza lo lasciai cadere a terra.
Mi voltai verso la porta e vidi che l'altro uomo si era rialzato in piedi. Aveva una mano protesa
e, con una rapida occhiata, vidi che impugnava un coltello. Prima che potessi reagire mettendo un
ostacolo tra noi, quello si lanci alla carica.
Se si fosse fermato e ricomposto, avrebbe avuto maggiori probabilit di riuscita, e invece aveva
deciso di rinunciare all'equilibrio a favore della velocit. Si slanci in avanti con il coltello, ma senza
lucidit. Io avevo gi fatto mezzo passo verso destra, ma lui non riusc ad aggiustare la mira. Mi manc
completamente, e io, ruotando in senso antiorario, riuscii a bloccar-gli il polso della mano armata con
entrambe le mani. Cercai di atterrarlo secondo le regole dell'alludo, ma lui fu rapidissimo a recuperare
l'equilibrio. Restai l a lottare con lui per un secondo ed ebbi la sgradevole sensazione di essere sul
punto di mollare la presa.
Gli torsi il polso all'indietro e gli sferrai una gomitata al na-so, dopo di che, ruotando
velocemente verso di lui, in modo improvvisato, senza preparazione, gli cinsi la testa con il braccio
destro e afferrando il bavero della mia giacca da sotto il suo mento come se fosse un judoki. La mano
con il coltello smise di opporre resistenza e io ribaltai il mio avversario facendo leva sulla presa al
collo, rafforzata dall'intervento della mano sinistra sulla nuca nel momento in cui il suo corpo stava
ormai vol-teggiando sopra di me. Quando il suo tronco raggiunse il punto estremo della circonferenza,
io gli flettei con violenza il collo nella direzione opposta al movimento. Sentii il riverbero della frattura
lungo le braccia a partire dal punto in cui il mio avambraccio era premuto contro il suo collo. Il coltello
cadde a terra e io mollai la presa.
Crollai in ginocchio confuso e mi sforzai di pensare. Chi dei due aveva le chiavi delle
manette? Perquisii rapidamente il primo dei due aggressori e trovai le chiavi di un'automobile, ma non
quelle delle manette. Con l'altro tizio, per, mi and meglio. Trovai quello che cercavo e, un attimo
dopo, fui libero.
Una rapida ricerca sul pavimento e mi ritrovai in pugno una delle loro Beretta.
Uscii dalla porta e sbucai nello spiazzo. Come previsto, c'era ancora un'auto. Salii, infilai la
chiave nel quadro, accesi il mo-tore e partii.
Sapevo dov'ero: appena fuori dalla strada statale, a cinque o sei chilometri dall'ingresso della
base navale. La procedura o-perativa standard, in questo caso, sarebbe consistita nel blocca-re la
berlina di Holtzer prima che potesse entrarvi: era partito meno di cinque minuti prima. Considerando il
traffico e la quantit di semafori su quel tratto di strada fino alla base, forse ero ancora in tempo.
Sapevo che le probabilit erano scarsissime, ma io avevo un vantaggio importante: non me ne
fregava un cazzo di sopravvivere o morire. Volevo soltanto che prima di me fosse Holtzer a crepare.
Svoltai a sinistra sulla statale 16, lavorando di abbaglianti e di clacson per invitare gli altri
automobilisti a togliersi di mezzo. Mi imbattei in tre semafori rossi, ma li attraversai ugualmente,
costringendo le auto in arrivo a inchiodare per non in-vestirmi. Di fronte alla sede locale della NTT vidi
che un semaforo rosso, poco pi avanti, aveva creato un varco sulla corsia opposta, e io ne approfittai,
pigiando come un pazzo sull'acce-leratore e suonando il clacson a tutto spiano, per poi rientrare nella
corsia giusta proprio nel momento in cui il semaforo diventava verde, cosicch potei proseguire a tutta
velocit, lasciandomi alle spalle le auto che mi avevano preceduto. Mentre guidavo, riuscii ad
allacciarmi la cintura di sicurezza e notai con una sorta di tetra soddisfazione che l'auto su cui
viaggiavo era dotata di airbag. In origine avevo pensato di gettare il flashbang nell'auto di Holtzer per
aprirmi la strada. Come avevo detto a Midori, avrei dovuto improvvisare.
Ero a dieci metri dal cancello principale quando vidi la berlina di Holtzer svoltare a destra lungo
la strada d'accesso alla ba-se. Un marine di guardia in tuta mimetica si avvicin alla loro auto, alzando
le mani, mentre l'autista abbassava il finestrino.
Notai un gran numero di soldati, che cominciavano a controllare diversi metri prima del
cancello vero e proprio, per via della telefonata anonima che aveva annunciato la presenza di una
bomba.
C'erano troppe auto davanti a me. Non potevo farcela.
Il finestrino dell'autista era abbassato.
Suonai insistentemente il clacson, ma nessuno si mosse.
Una guardia alz gli occhi per vedere da dove venisse quel trambusto.
Io premetti un bottone e il finestrino accanto a me cominci ad abbassarsi automaticamente.
La guardia stava ancora guardandosi intorno.
Salii sul marciapiede, abbattendo bidoni dell'immondizia e distruggendo biciclette parcheggiate.
Un pedone fece appena in tempo a togliersi di mezzo. A pochi metri dalla strada d'accesso alla base,
sterzai bruscamente a destra e accelerai diagonalmente in direzione della fila di auto, passando sopra le
aiuole e puntando diritto sull'auto di Holtzer. La guardia si volt, mi vi-de piombare a tutta velocit
nella sua direzione e solo grazie a un balzo tempestivo riusc a salvarsi. Io mi fiondai a tutta forza
contro la portiera posteriore dal lato dell'autista. Ero preparato all'impatto, e la cintura e l'airbag, che si
dispieg e poi si sgonfi in un nanosecondo, come diceva la pubblicit, contribuiro-no alla mia
incolumit.
Sganciai la cintura di sicurezza e cercai di aprire la portiera, ma era bloccata. Mi girai sulla
schiena e slanciai i piedi fuori dal finestrino aperto, aggrappandomi alla maniglia sopra la porta.
Due soli passi mi separavano dalla berlina di Holtzer. Afferrai il volante attraverso il finestrino
aperto e mi proiettai all'interno, sbattendo, nel frattempo, le ginocchia contro la portiera.
Mi lanciai al di sopra delle ginocchia dell'autista e dopo essermi rimesso diritto, mi tuffai sul
sedile posteriore. Holtzer era seduto sul lato sinistro, chinato in avanti, chiaramente disorientato per via
dell'urto. Accanto a Holtzer era seduto un tizio dall'aria giovane, che immaginai fosse un suo assistente,
e tra loro si trovava una valigetta diplomatica di metallo Hallibur-ton.
Afferrai Holtzer per il collo con il braccio sinistro, premen-dogli la canna della Beretta contro la
tempia con la destra. Vidi uno dei marine di guardia accanto al finestrino del guidatore che, con il
fucile spianato, cercava un varco. Io avvicinai la testa di Holtzer al finestrino.
Allontanati, o questa testa di cazzo gliela faccio saltare!
gli urlai.
Il marine aveva l'aria indecisa, ma non abbass il fucile. Uscite tutti dall'auto! ordinai.
Svelti!
Allungai il pi possibile il braccio che avevo messo intorno al collo di Holtzer e afferrai con la
mano il bavero della mia giacca. Eravamo guancia a guancia, e il marine con il fucile puntato avrebbe
dovuto avere una fiducia pazzesca nella propria mira per azzardarsi a sparare.
Fuori! Scendete! ripetei. Alla svelta! E tu, berciai all'indirizzo dell'autista, tira su quel
cazzo di finestrino! Sbrigati!
L'autista premette un pulsante, e il finestrino si alz. Gli ripetei furioso di togliersi di mezzo e di
richiudere la portiera. Lui obbed annaspando e, una volta fuori, sbatt la portiera. Tu!
strillai rivolto all'aiutante di Holtzer. Sparisci! E richiudi la portiera!
Holtzer cominci a protestare, ma io gli serrai la presa intorno al collo, strozzandogli le parole
in gola. L'assistente guard Holtzer e, poi, si mise a trafficare con la portiera.
 bloccata, disse, chiaramente stordito e incapace di rac-capezzarsi.
Scavalca ed esci dal davanti! gridai. Muoviti!
Fece come gli avevo detto, portandosi dietro la valigetta da diplomatico.
Okay, stronzo! Adesso usciamo anche noi, dissi a Holtzer, allentando la presa sul suo collo,
ma prima devi darmi il disco.
Okay, okay. Calmati, disse lui.  nella tasca anteriore sinistra della mia giacca.
Prendilo. Lentamente.
Allung la mano destra e tolse con cautela il disco dal taschino.
Posalo sulle mie ginocchia, gli ordinai, e lui esegu. Ora intreccia le dita, voltati verso il
finestrino e metti le mani dietro la testa. Volevo evitare che cercasse di prendere la pistola mentre io
mi occupavo del disco.
Lo presi e me lo infilai in una tasca della giacca. Ora usciremo, ma lentamente, altrimenti ti
spiaccico la testa sui sedili.
Si volt verso di me e con sguardo truce mi disse: Rain, tu non sai quello che fai. Metti gi
quella pistola prima che le guardie, qua fuori, ti spazzino via.
Se non ti sbrighi a scendere da quest'auto, nei prossimi tre secondi, ringhiai, abbassando la
Beretta, ti sparo nei coglioni.
C'era qualcosa, per, che non mi quadrava, nel modo in cui mi aveva consegnato il dischetto:
troppo di buon grado.
A quel punto mi resi conto: era una fregatura. Quel dischetto era uno specchietto per le allodole.
Non me l'avrebbe mai consegnato cos prontamente se si fosse trattato del vero dischetto.
"La valigetta da diplomatico", pensai.
Sbrigati! gli urlai, e lui allung la mano verso la levetta di apertura della portiera. Gli
premetti la canna della pistola sulla faccia.
Scendemmo dall'auto e fummo immediatamente circondati da una falange di sei marine, tutti
con le armi spianate e le facce mortalmente serie. State lontani o gli faccio saltare la testa! strillai,
conficcandogli la canna della pistola sotto la mascella. Localizzai l'assistente con la valigetta alle spalle
dei marine. Ehi tu, laggi! Apri quella valigetta! Mi guard senza dar segno di aver compreso. S,
proprio tu! Apri quella valigetta immediatamente!
Aveva un'aria spaurita. Non posso.  chiusa a chiave.
Dagli la chiave, ringhiai, rivolto a Holtzer.
Lui sogghign. Col cazzo.
Sei soldati mi tenevano sotto tiro. Io spostai Holtzer verso sinistra, in modo da costringerli a
prendere nuovamente la mira e per guadagnare una frazione di secondo utile a colpire Holtzer alla
tempia con il calcio della mia pistola. Lui cadde in ginocchio, stordito, e io mi abbassai con lui,
mettendomi, per quanto possibile, al riparo del suo corpo. Gli tastai la tasca sinistra dei pantaloni e udii
un tintinnio. Ci infilai la mano e ne estrassi alcune chiavi.
Porta qui la valigetta! ingiunsi all'assistente. Portala qui o lo ammazzo!
L'assistente esit per un secondo, dopo di che prelev la valigetta e si avvicin, per posarla poi
davanti a noi.
Gli gettai le chiavi. E adesso aprila.
Non ascoltarlo! strill Holtzer, rimettendosi in piedi a fatica. Non aprirla!
Aprila! ripetei io. Altrimenti, gli spappolo il cervello!
Ti ordino di non aprire quella valigetta! url Holtzer.
Contiene inviolabili documenti diplomatici degli Stati Uniti!
L'assistente era pietrificato e non sapeva che cosa fare. Maledizione, devi ascoltarmi!
Quest'uomo sta bluffando!
Taci! urlai io, conficcandogli la canna della pistola sotto il mento. Stammi a sentire. Credi
che lui voglia rischiare di morire per difendere dei documenti diplomatici? Che cosa pu esserci, l
dentro, di cos importante? Aprila!
Sparategli! url improvvisamente Holtzer alle guardie.
Sparategli!
Apri quella valigetta o vi annaffio con il suo cervello di merda!
L'assistente guard prima la valigetta e poi Holtzer, ripetu-tamente. Sembravano tutti
mummificati.
La situazione si risolse all'improvviso. L'assistente si inginocchi e si mise a trafficare con la
chiave. Holtzer fece per protestare, e io lo colpii di nuovo alla testa con il calcio della pistola, facendolo
accasciare.
La valigetta si apr.
All'interno, chiaramente visibile tra due strati protettivi di polistirolo, c'era il disco di
Kawamura.
Dopo un lungo istante, per, sentii una voce familiare alle mie spalle.
Arrestate quest'uomo.
Mi voltai e vidi Tatsu che mi veniva incontro, seguito da tre poliziotti giapponesi.
I tre agenti puntarono su di me, e uno di loro sganci un paio di manette dalla sua cintura.
Uno dei marine prov a protestare.
Siamo all'esterno della base, spieg Tatsu in ottimo inglese. Siamo fuori dalla vostra
giurisdizione. Questo  un affare interno giapponese.
Mi misero le braccia dietro la schiena, e io sentii le manette richiudersi intorno ai miei polsi.
Tatsu mi fiss negli occhi abbastanza a lungo da consentirmi di cogliere la tristezza del suo sguardo,
dopo di che si volt e se ne and.
24
Mi fecero salire su una volante e mi portarono al quartier generale del Keisatsucho. Mi
scattarono le foto segnaletiche, mi presero le impronte digitali e mi sbatterono in una cella di cemento.
Nessuno fece parola delle accuse che mi venivano rivolte o mi propose di telefonare a un avvocato. E
comunque non  che io ne conosca poi tanti, di avvocati.
La cella non era male. Non aveva finestre, e io tenni il conto del tempo sulla base dei pasti che
mi portavano. Tre volte al giorno una guardia silenziosa mi lasciava un vassoio di riso e pesce all'aceto
con un po' di verdura e prelevava il vassoio del pasto precedente. Il cibo era passabile. Dopo il terzo
pasto avevo il permesso di farmi la doccia.
Stavo aspettando il mio diciassettesimo pasto, cercando di non pensare a Midori, quando si
presentarono due guardie che mi dissero di seguirle. Mi condussero in una stanzetta arredata con un
tavolo e due sedie. Sopra il tavolo, dal soffitto, pendeva una lampadina nuda. "A quanto pare,  l'ora
dell'interrogato-rio", pensai.
Restai in piedi con la schiena appoggiata al muro. Dopo alcuni minuti, la porta si apr, e Tatsu
entr nella stanzetta, da so-lo. Aveva una faccia serissima, ma dopo cinque giorni di iso-lamento era
bello vedere un volto conosciuto.
Konnichi wa, dissi.
Tatsu annu. Ciao, Rain-san, rispose in giapponese. Sono contento di vederti. Sono molto
stanco. Sediamoci.
Ci accomodammo al tavolo, uno di fronte all'altro. Tatsu re-st a lungo in silenzio, e io attesi
paziente. Non trovavo particolarmente incoraggiante la sua reticenza.
Spero perdonerai la detenzione di questi giorni, che dev'es-serti giunta inaspettata.
Una pacca sulle spalle mi avrebbe fatto pi piacere, dopo che mi sono lanciato a tutta velocit
contro quella macchina.
Vidi il suo tipico sorriso malinconico, e questo, almeno in parte, mi rincuor. Era
indispensabile salvare le apparenze, prima di poter sistemare le cose, spieg.
Ce ne hai messo, di tempo.
Gi, ma ho agito con la massima rapidit. Sai, prima di poter ottenere il tuo rilascio, ho dovuto
decrittare il disco di Kawamura, fare alcune telefonate, organizzare delle riunioni e muovere le leve
giuste. C'erano tantissime prove della tua esistenza, negli archivi del Keisatsucho, che dovevano essere
eliminate. Ci vuole tempo per fare tutte queste cose.
Sei riuscito a decrittare il disco? gli domandai.
S.
E quello che hai trovato ha soddisfatto le tue aspettative?
 andato al di l delle mie aspettative.
Mi stava nascondendo qualcosa. Lo avevo capito dal suo comportamento. Aspettai che mi
spiegasse.
William Holtzer  stato dichiarato persona non gradita e rispedito a Washington, disse. Il
vostro ambasciatore ci ha assicurato che dar le dimissioni dalla CIA.
Semplici dimissioni? Non  accusato di nessun reato? Ha fatto la talpa per conto di Yamaoto,
fornendo informazioni false al governo degli Stati Uniti. E il disco, poi, non lo tira in ballo?
Tatsu chin la testa e sospir. Le informazioni contenute in quel dischetto non sono il genere
di prova che possa essere utilizzato in un tribunale, ed entrambe le parti preferiscono evitare ogni
clamore.
E Yamaoto? domandai.
La questione di Yamaoto Toshi ... complicata, rispose Tatsu.
"Complicata" non mi sembra la parola giusta.
Yamaoto  un nemico potente, e va combattuto per vie tra-verse, in incognito, nel lungo
periodo.
Non capisco. Non era il disco la chiave di volta del suo potere?
Lo  ancora.
Restai di sasso. Vuoi dire che il contenuto non verr divul-gato?
Proprio cos.
Restai in silenzio a lungo, per riflettere su quello che ci avrebbe comportato. Yamaoto, allora,
 convinto che il disco sia ancora in giro, osservai. E tu hai firmato la condanna a morte di Midori.
A Yamaoto abbiamo fatto credere che il disco  stato distrutto da alcuni elementi corrotti del
Keisatsucho. Il suo interesse per Kawamura Midori, perci,  notevolmente diminuito.
Negli Stati Uniti, dove il potere di Yamaoto non arriva, la ragazza sar al sicuro.
Che cosa? Non puoi condannarla all'esilio in America, Tatsu. Lei ha la sua vita, qui.
 gi partita.
Faticavo a capacitarmene.
Potresti avere la tentazione di contattarla, aggiunse, ma te lo sconsiglio. Ti crede morto.
E perch mai?
Perch gliel'ho detto io.
Tatsu, dissi io, con un tono di voce minacciosamente neutro, spiegati!
Anche lui mantenne un tono normalissimo. Sapevo che la proteggevi, ma quando le ho detto
che eri morto non ero al corrente di quello che c'era stato tra voi, disse. Solo allora l'ho capito: dalla
sua reazione.
Tacque a lungo e poi mi fiss con aria rassegnata. Sono profondamente dispiaciuto per il
dolore che provi, ma sono sempre pi convinto di aver fatto la cosa giusta. La tua situazione era
insostenibile.  molto meglio che lei non sappia del tuo coinvolgimento nella morte di suo padre. Pensa
a quello che avrebbe significato, dopo quello che c' stato tra voi.
Non ero per nulla sorpreso dal fatto che Tatsu fosse riuscito a mettere insieme tutti i pezzi del
rompicapo. Non era detto che dovesse venire a saperlo, mi sentii dire.
A un certo livello, credo che lei gi lo intuisse. La tua presenza non avrebbe fatto altro che
confermare i suoi sospetti.
Cos, invece,  partita con il ricordo della morte dell'eroe nell'atto di portare a compimento le
ultime volont di suo padre.
Compresi - bench non fino in fondo - che Midori faceva ormai parte del mio passato. Come
per magia: prima c', poi non c' pi; prima  reale, poi semplice ricordo.
Se posso permettermi, disse, la sua storia con te  stata breve. Non c' motivo di credere che
il suo lutto per la tua morte si prolunghi oltremisura.
Grazie, Tatsu, riuscii a dire. Questo s che mi rincuora.
Chin la testa. Sarebbe stato strano se lui avesse dato voce ai suoi sentimenti contrastanti, e
comunque avrebbe fatto quello che doveva. Giri e ninjo. Dovere e sentimento. In Giappone, il dovere
viene sempre per primo.
Continuo a non capire, dissi dopo un po'. Credevo che anche tu volessi la divulgazione del
contenuto del disco. Sarebbe la rivincita di tutte le tue teorie sul complotto e sulla corruzione.
Impedire i complotti e la corruzione  pi importante che vedere confermate le mie teorie in
materia.
E le due cose non coincidono, forse? Bulfinch diceva che se il contenuto di quel disco fosse
stato pubblicato, i media giapponesi sarebbero stati costretti a darne notizia, e Yamaoto avrebbe visto
svanire il suo potere.
Tatsu annu lentamente. C' una parte di verit in quello che dici. Divulgare quelle
informazioni, per,  come lanciare una testata nucleare. Puoi farlo una sola volta, e il suo effetto  la
distruzione totale.
E allora? Lanciamolo, questo missile. Distruggiamo la corruzione, e la societ torner a
respirare.
Sospir, e fu forse la comprensione per il trauma da me appena vissuto a temperare
l'impazienza che provava per dovermi spiegare tutto ogni volta. In Giappone, la corruzione e la
societ sono la stessa cosa. La ruggine  penetrata cos a fondo da pervadere l'intera sovrastruttura. Non
puoi rimuoverla senza causare il crollo della societ che su di essa si basa.
Stronzate, obiettai io. Se  cos corrotta, che crolli! Va' e distruggi.
Rain-san, fece lui, lievemente spazientito, hai pensato a quello che emergerebbe dalle
rovine?
Che cosa vuoi dire?
Mettiti nei panni di Yamaoto. Il suo piano A consisteva nell'utilizzare il disco per controllare il
partito liberaldemocra-tico da dietro le quinte. Il piano B  certamente quello di far esplodere la bomba
- divulgare le informazioni contenute sul disco - per distruggere il partito liberal-democratico e portare
lo Shinnento al potere.
Perch il disco colpisce solo i liberal-democratici..., dissi io, cominciando a capire.
Ovvio. Lo Shinnento  un modello di onest, al confronto.
Yamaoto si troverebbe a dover scendere in campo, ma avrebbe finalmente a disposizione una
base da cui guidare il paese verso destra. Anzi, credo che in fondo sia questa la sua speranza pi
recondita.
Che cosa te lo fa pensare?
Ci sono dei segnali. Alcune personalit pubbliche hanno e-logiato alcuni degli editti imperiali
d'anteguerra sull'istruzione, sul concetto di "popolo divino" e cose del genere. Uomini politici di primo
piano si recano ormai apertamente in visita a Yasukuni, sacrario dove sono sepolti i caduti della
seconda mondiale, nonostante il prezzo politico da pagare all'estero per questo genere di iniziative.
Credo che ci sia Yamaoto, dietro tutti questi fenomeni.
Non sapevo che fossi cos liberal, su certe questioni, commentai.
Sono un pragmatico. Mi importa poco di come si orienta il paese, purch il suo movimento
non sia determinato dal controllo di Yamaoto.
Ci pensai su. Dopo quello che  successo a Bulfinch e a Holtzer, Yamaoto capir che il disco
non  andato distrutto e che sei tu ad averlo. Aveva gi intenzione di eliminarti, e adesso le cose, per te,
andranno ancora peggio.
Non  tanto facile togliermi di mezzo, come tu ben sai.
Stai correndo dei rischi.
Per vincere la posta in palio bisogna rischiare qualcosa.
Immagino che tu sappia quello che stai facendo, dissi, deciso a lasciar perdere.
Tatsu mi fiss, impassibile. C' un'altra ragione per cui  meglio che io faccia attenzione con il
contenuto del disco: tu ci sei dentro fino al collo.
Non potei evitare di sorridere. Davvero? dissi, imitando la sua aria da finto tonto.
Era da molto tempo che cercavo l'assassino, Rainsan... C'erano state troppe morti per cause
naturali, e tutte di una puntua-lit sospetta. Sapevo che da qualche parte doveva esserci qualcuno, anche
se tutti mi davano del matto che si mette a inseguire i fantasmi. E ora che l'ho trovato, scopro che sei
tu.
Che cos'hai intenzione di fare?
Sta a te deciderlo.
In che senso?
Te l'ho detto: ho cancellato tutte le prove delle tue attivit, e persino della tua esistenza, dagli
archivi del Keisatsucho.
S, ma c' pur sempre il disco. Mi stai forse dicendo che hai intenzione di ricattarmi?
Scosse la testa, e io mi resi conto di averlo momentaneamente deluso con la mia tipica ottusit
americana. Non mi interessa questo genere di cose. Io, gli amici, non li ricatto. Inoltre, conoscendo il
tuo carattere e le tue capacit, un esercizio di questo genere con te sarebbe inutile e potenzialmente
pericoloso.
Buffo. Quell'uomo mi aveva appena sbattuto in galera, non aveva mantenuto la promessa di
pubblicare il contenuto di quel disco, aveva spedito Midori in America dicendole che ero morto, e io
provavo vergogna per averlo offeso.
Perci sei libero di tornare alla tua vita nell'ombra, prosegu. Ma vorrei proprio domandarti,
Rain-san, se  davvero questa la vita che vuoi fare.
Non risposi.
Se posso permettermi, non ti ho mai pi visto cos... completo come ai tempi del Vietnam, e
credo anche di sapere il perch: perch tu, nel profondo del cuore, sei un samurai. In Vietnam credevi
di aver trovato un signore, una causa pi grande di te.
Quelle parole toccarono un nervo scoperto.
Non eri pi lo stesso quando ti incontrai per la prima volta in Giappone dopo la guerra. Il tuo
signore doveva averti deluso terribilmente per spingerti a diventare un ronin. Ronin, letteralmente, 
chi fluttua tra le onde, una persona alla deriva. Un samurai senza signore.
Aspett una mia risposta, che non venne. Allora, mi domand: Sto dicendo sciocchezze?
No, risposi io, pensando a Crazy Jake.
Tu sei un samurai, Rain-san, ma un samurai non pu veramente essere tale senza un signore.
Un signore sta al samurai come lo yin sta allo yang: l'uno non pu esistere senza l'altro.
Che cosa stai cercando di dirmi, Tatsu?
Sto parlando della mia battaglia contro i mali che affliggo-no il Giappone. L'acquisizione del
disco  un'arma importante in questa battaglia, ma non  sufficiente. Avrei bisogno del tuo aiuto.
Tu non capisci, Tatsu. Non si va in cerca di un secondo signore, dopo essere rimasti scottati
con il primo. Le ferite sono troppo profonde.
Qual  l'alternativa?
L'alternativa  di essere il signore di me stesso. Come ho fatto finora.
Con la mano fece un gesto come per liquidare una scemenza.
Questo non  possibile per un essere umano: non pi di quanto sia possibile riprodursi con la
masturbazione.
La sua insolita crudezza mi sorprese, e scoppiai in una risata.
Non so, Tatsu. Non so se posso fidarmi di te. Tu sei un bastardo capace di manipolare le
persone. Pensa a tutto quello che hai fatto mentre ero in prigione...
Le mie manipolazioni e la tua fiducia nei miei confronti so-no due questioni distinte, disse
lui, abile e svelto - in quanto giapponese - a scindere i due aspetti.
Ci penser, risposi.
Non chiedo di meglio.
Ora fammi uscire di qui.
Con un cenno della mano indic la porta. Eri libero di an-dartene sin da quando sono entrato.
Abbozzai un sorriso. Avresti potuto dirlo subito. Avrei preferito fare questa chiacchierata
davanti a un caff.
25
Me la presi con comodo prima di ripresentarmi da Tatsu.
C'erano alcune cose che dovevo sistemare, prima.
Harry, innanzi tutto. Si era introdotto elettronicamente negli archivi del Keisatsucho lo stesso
giorno del mio agguato a Holtzer, a Yokosuka, e sapeva, perci, che ero stato arrestato e trattenuto in
carcere. Alcuni giorni dopo - mi disse - tutti i dati che mi riguardavano erano stati cancellati.
Quando ho visto che quei file erano stati cancellati, disse,
ho pensato che ti avevano fatto sparire. Ti ho creduto morto.
 proprio l'effetto sperato, dissi.
Perch?
Vogliono il mio aiuto per certe questioni.
 per questo che ti hanno lasciato andare?
Nessuno d nulla per nulla, Harry. Lo sai. Gli raccontai di Midori.
Forse,  meglio cos, disse.
Ormai aveva capito praticamente tutto. Ma quale utilit avrebbe avuto, per noi, quella nostra
consapevolezza?
Che cosa hai intenzione di fare, ora? mi domand.
Non ci ho ancora pensato.
Se dovesse capitarti di avere bisogno di un bravo hacker, sai dove trovarmi.
Mah, non so, Harry... Hai avuto tutte quelle difficolt con quella specie di codice... Come l'hai
chiamato? Reticolo musicale? Al Keisatsucho l'hanno decifrato senza problemi.
Ehi, loro hanno a disposizione i supercomputer delle universit giapponesi! sbott, per poi
accorgersi del mio sorriso.
Molto spiritoso, aggiunse.
Mi far vivo, gli dissi. Prima, per, andr a farmi una piccola vacanza.
Presi l'aereo per Washington, D.C., dove - secondo le indicazioni di Tatsu - avrei dovuto trovare
Holtzer. Ci avrei messo alcuni giorni, magari addirittura settimane, ad architettare un piano per la sua
eliminazione, e nel frattempo lui si sarebbe trasferito nei dintorni di Langley.
Pensai di localizzarlo telefonando a tutti gli alberghi che compaiono sulle pagine gialle della
Virginia, seguendo, da Langley, uno schema a cerchi concentrici, ma il nome di William Holtzer non
risultava da nessuna parte. Probabilmente si era registrato sotto falso nome, utilizzando contanti e non
carte di credito, per timore che io potessi mettermi a cercarlo.
E se avesse noleggiato un'auto? Telefonai a tutte le principali compagnie di autonoleggio.
Dicevo di chiamarmi William Holtzer e di voler prolungare il contratto. L'impiegato dell'Avis disse di
non avere in archivio il nome di William Holtzer. La Hertz per ce l'aveva. L'addetto fu tanto gentile da
fornirmi il numero di targa dell'auto, visto che - come gli spiegai - mi occorreva per ottenere
un'assicurazione aggiuntiva attraverso la compagnia della mia carta di credito. Mi aspettavo che mi
do-mandasse perch non potessi trascriverlo dal portachiavi dell'auto o dall'auto stessa, ma non lo fece.
A quel punto non mi rest che consultare il database della motorizzazione per apprendere che Holtzer
guidava un furgone Ford Taurus bianco.
Ripartii con il mio schema a cerchi concentrici. Quella notte setacciai i parcheggi di tutti i
principali alberghi nelle vicinanze di Langley, rallentando per leggere la targa di ogni Ford Taurus
bianco che vedevo.
Erano circa le due di notte quando trovai il furgone di Holtzer nel parcheggio sotterraneo del
Ritz Carlton, a Tyson's Corner. Dopo aver verificato il numero di targa, mi spostai nel parcheggio del
vicino Mariott dove smontai le targhe di un'auto in sosta. Al margine del desolato parcheggio della
Tyson's Corner Galleria, sistemai le targhe rubate sopra quelle del mio furgone.
Le nuove targhe e il leggero travestimento che avevo adottato sarebbero bastati a ingannare
eventuali testimoni nascosti e te-lecamere di sicurezza.
Tornai al Ritz. I posti adiacenti al Taurus erano occupati, ma c'era uno spazio vuoto dietro di
esso, leggermente spostato rispetto al suo asse. Era comunque meglio non parcheggiare proprio accanto
a lui: se si sa come vanno le cose nel mio ambiente o se si  appena sensibili da capire dove e come 
possibile essere aggrediti,  inevitabile innervosirsi vedendo un furgone parcheggiato vicino al proprio,
tanto pi se si tratta di uno di quelli con i finestrini posteriori oscurati, come in quel caso. Mi infilai
nello spazio per parcheggiare con la punta in avanti, in modo che la portiera scorrevole del furgone si
trovasse rivolta verso il furgone di Holtzer.
Controllai il mio equipaggiamento: un Thunder Blaster da duecentocinquantamila volt,
capace di provocare disorienta-mento al solo contatto e svenimento in meno di cinque secondi.
Una Super Ball di gomma rosa di medie dimensioni, reperi-bile al prezzo di 89 cent in
qualunque drugstore. Un defibrilla-tore portatile simile a quelli che certe compagnie aeree hanno
adottato sui loro velivoli, cos piccolo da poter stare in una normale valigetta e molto pi costoso della
Super Ball.
Rianimare una persona vittima di una fibrillazione ventrico-lare  un'operazione complessa.
Trecentosessanta joule sono una dose di elettricit piuttosto elevata. Se al culmine di un'on-da cardiaca
a T - ossia tra un battito e l'altro - si applica una scossa elettrica del genere, si produrr nella vittima
un'aritmia letale. I moderni defibrillatori, per, dispongono di sensori che individuano automaticamente
l'unico momento, nell'arco della pulsazione cardiaca, in cui  possibile applicare la scossa elettrica
senza rischi.
Ovviamente, lo stesso software progettato per evitare l'onda a T pu essere riconfigurato in
modo da fargliela individuare.
Reclinai un po' il sedile e mi rilassai. Era abbastanza probabile che Holtzer, a un certo punto
della mattinata, si dirigesse alla sede della CIA, cosicch mi preparai psicologicamente ad aspettare
solo per poche ore.
Alle sei e mezza, circa mezzora prima che facesse chiaro, mi incamminai verso il confine pi
lontano del garage e pisciai in alcuni vasi di piante. Mi sgranchii le gambe per alcuni minuti e poi
tornai nel mio furgone, dove feci colazione con il caff freddo e i Chicken McNuggets rimasti dalla
sera precedente. I piaceri gastronomici della sorveglianza.
Holtzer comparve un'ora pi tardi. Lo vidi sbucare dall'ascensore e dirigersi verso di me.
Indossava un completo grigio con camicia bianca e cravatta scura: una tenuta da burocrate della
capitale, il classico stile CIA.
Era distratto. Me ne resi contro dalla sua espressione, dal suo atteggiamento, da come manc di
verificare i punti critici del garage, soprattutto intorno alla sua auto. Peggio per lui: non si gira con
quella noncuranza in una zona potenzialmente a rischio criminale come un parcheggio sotterraneo.
Mi infilai un paio di guanti neri di cuoio. Con una semplice pressione sull'interruttore, il
Thunder Blaster produsse un nitido arco di scintille blu accompagnato da un crepitio elettrico.
Ero pronto.
Scrutai il parcheggio per accertarmi che fosse ancora deserto. Mi spostai nel retro del mio
furgone e osservai Holtzer che si avvicinava alla portiera del Taurus, dove si ferm per togliersi la
giacca. "Bravo", pensai. "Meglio non stropicciare il vestito del tuo funerale." Aspettai il momento in
cui la giacca cominci a scivolargli gi dalle spalle, dato che in quelle condizioni sarebbe stato meno
agevole per lui reagire con efficacia, e a quel punto aprii di scatto la portiera scorrevole del mio
furgone, muovendo verso di lui. Holtzer alz gli occhi, quando sent aprirsi la portiera, ma non pot far
altro che spalancare la bocca per la sorpresa. Gli fui addosso immediatamente: con la mano destra gli
affondai il Thunder Blaster nella pancia e con la sinistra lo afferrai alla gola, sollevandolo da terra,
mentre la scarica elettrica gli scuoteva il sistema nervoso centrale.
Impiegai meno di sei secondi per trascinare il suo corpo iner-te nel mio furgone e per entrare a
mia volta richiudendo la portiera alle nostre spalle. Lo sospinsi sull'ampio sedile posteriore e gli sparai
un'altra scarica con il Thunder Blaster, per assicurarmi che rimanesse privo di sensi abbastanza a lungo.
Mi muovevo seguendo routine sperimentate e non mi ci volle molto per finire. Lo agganciai con
la cintura di sicurezza.
L'operazione pi difficile fu quella di sbottonargli la camicia e di togliere di mezzo la cravatta
in modo da poter applicare gli elettrodi direttamente al suo petto, dove la gelatina conduttrice avrebbe
evitato qualsiasi traccia di ustioni. La cintura di sicurezza lo teneva fermo in posizione, consentendomi
di lavorare comodamente.
Quando gli applicai il secondo elettrodo, Holtzer apr lentamente gli occhi. Guard il proprio
petto denudato e poi me.
A...a....a, balbett.
Vuoi dire "aspetta"? domandai.
Holtzer grugn: a mo' di conferma, mi parve.
Spiacente, ma non posso, dissi io, applicando il secondo elettrodo con un cerotto.
Holtzer apr la bocca come per dire qualcos'altro, e io ne approfittai per infilarci la Super Ball.
Non volevo che si mordesse la lingua a causa della violenza della scossa: avrebbe potuto destare
qualche sospetto.
Mi spostai su un lato del furgone, per essere sicuro di non toccarlo nel momento
dell'applicazione della scarica, e lui mi guard con gli occhi sbarrati.
Premetti l'interruttore sull'apparecchio.
Il suo corpo cominci a contorcersi in avanti nei limiti con-sentiti dalla cintura di sicurezza,
mentre il collo gli si inarc all'indietro, andando a sbattere contro il poggiatesta. Le automobili sono
incredibilmente sicure, al giorno d'oggi.
Aspettai un minuto e poi controllai la sua pulsazione per essere certo che fosse morto.
Soddisfatto, gli tolsi la palla dalla bocca e gli elettrodi dal petto, lo ripulii dai residui di gelatina
conduttrice con una salviettina imbevuta di alcool e gli risistemai i vestiti. Guardai nei suoi occhi ormai
spenti e con mia grande sorpresa mi resi conto di non provare granch. Un po' di sollievo, forse. Non
molto di pi.
Aprii la portiera del Taurus con la sua chiave, che poi inserii nel quadro d'accensione. Diedi
un'altra occhiata in giro. Dall'ascensore usc una donna con un completo elegante, probabilmente diretta
a una riunione di lavoro. Aspettai che salisse sulla sua auto e se ne andasse.
Utilizzando una presa da pompiere modificata, raccolsi il cadavere, lo trascinai fino al suo
Taurus e lo adagiai sul sedile di guida. Richiusi la portiera e mi fermai per un istante a esamina-re il
lavoro fatto.
"Questo  per Jimmy", pensai. "E per la gente di Cu Lai. Ti stanno aspettando all'inferno."
E stavano aspettando anche me. Mi domandai se Holtzer sarebbe bastato a placarli. Salii sul
mio furgone e me ne andai.
26
Mi restava da fare un'ultima cosa. Al 178 della Seventh A-venue South di Manhattan. Al
Village Vanguard.
Avevo visitato il sito web del Vanguard e sapevo che il trio di Midori Kawamura avrebbe
suonato in quel locale dal primo marted di novembre fino alla domenica seguente. Telefonai e prenotai
un posto per lo spettacolo dell'una di notte di venerd.
Non ci fu bisogno di utilizzare la carta di credito, anche se sapevo che avrebbero dato ad altri il
mio posto se non mi fossi presentato almeno con un quarto d'ora di anticipo, e potei perci ricorrere
senza problemi a un falso nome - Watanabe - molto comune in Giappone.
Presi la Interstatale 95 e dal Maryland, passando per il De-laware, raggiunsi il New Jersey. Dal
casello avrei potuto prendere la Interstatale 80 e andare a Dryden, a circa trecento chilometri e una vita
(altrui) di distanza.
Superata la barriera, invece, imboccai l'Holland Tunnel, da cui entrai in citt, percorrendo poi
un altro mezzo chilometro fino al Soho Grand Hotel sulla West Broadway. Mr. Watanabe aveva
prenotato una suite per la notte di venerd. Arriv prima delle sei di sera, per accertarsi che l'hotel non
cancellasse la sua prenotazione, e pag in contanti, con quattordici banconote da cento dollari. Il
personale, con grande professionalit, non mostr la minima sorpresa, immaginando probabilmente che
quel riccone con la fissa dell'anonimato fosse l per un incontro con la sua amante.
L'arrivo anticipato mi consent di fare una doccia, di dormire per tre ore e di gustare un'ottima
cena in camera a base di filet-to di vitello e Mouton '82, fornito dal Canal House Restaurant annesso
all'hotel. Avendo a disposizione un'altra ora, prima di muovermi per andare al Vanguard, trovai rifugio
al Grand Bar, che all'ambiente spettacolare, con le sue alte volte, l'illuminazione soffusa e i tavoli neri
meravigliosamente simmetrici, univa una scarsa scelta di whisky e un'insopportabile sottofondo house.
Anche se un Macallan invecchiato venticinque anni mette a tacere ogni discussione.
Coprii a piedi il chilometro abbondante che separava l'hotel dal Vanguard. Faceva freddo, e mi
compiacqui dei pantaloni di gabardine antracite, del finto dolcevita nero di cashmere e del blazer blu
che avevo addosso. Anche il cappello floscio di feltro che mi ero calcato sulla fronte contribuiva a
riscaldarmi, oltre a nascondermi il viso.
Ritirai il mio biglietto a mezzanotte e trentacinque, dopo di che tornai a camminare fin quasi
all'una in punto. Non volevo correre il rischio che Midori o qualcun altro del trio mi sorprendesse alle
spalle entrando nella sala prima dell'inizio del concerto.
Passai sotto al caratteristico tendone rosso e all'insegna al neon, varcando la porta di mogano, e
presi posto a uno dei piccoli tavoli rotondi in fondo al locale. Midori era gi seduta al pianoforte, tutta
vestita di nero, come la prima volta che l'avevo vista. Fu piacevole, sul momento, poterla guardare
inosservato, separati da una tristezza che - ne ero certo - anche lei aveva provato. Era bellissima, da star male.
Le luci si abbassarono, il brusio delle conversazioni si smorz, e Midori port in vita il suo strumento con foga, percuotendone furiosa i tasti. Concentrai la mia attenzione su di lei, cercando di imprimermi nella memoria il movimento delle sue mani e del suo corpo, l'espressione del suo viso.
Sapevo che avrei ascoltato sempre la sua musica, ma quella era l'ultima volta che assistevo a un suo concerto.
Avevo sempre colto, nella sua musica, un senso di insoddisfazione, e mi piaceva il modo in cui, talvolta, vi subentrava una sorta di languida rassegnazione. Quella sera, per, non c'era alcuna rassegnazione nella musica di Midori. Era sporca, arrabbiata, a volte disperata, ma mai rassegnata.
Osservai e ascoltai, sentendo scivolar via le note e i minuti, cercando sollievo nel pensiero che, forse, quello che c'era stato tra noi era entrato a far parte della sua musica.
Pensai a Tatsu. Sapevo che aveva scelto per il meglio, dicendo a Midori che ero morto. Come aveva detto lui, Midori prima o poi avrebbe scoperto la verit, o la verit avrebbe trovato il modo di aprirsi un varco fino al livello della sua coscienza.
Aveva ragione anche riguardo al fatto che il lutto di Midori non sarebbe durato a lungo: era giovane e aveva l'opportunit di fare una brillante carriera. Quando si conosce qualcuno da poco, anche se il rapporto  intenso, la sua morte  s traumatica, ma il trauma non  particolarmente profondo o duraturo.
Dopo tutto, le due persone in questione non hanno avuto molto tempo per intrecciare irreversibilmente le loro vite.  stupefacente - e persino un po' deludente - vedere con quale rapidit si riesca a superare un trauma del genere, e come la memoria di quello che si  condiviso finisca per apparire distante e improbabile, quasi si trattasse di esperienze altrui.
Il concerto dur un'ora. Alla fine, mi alzai e mi avviai verso l'uscita, oltrepassando le porte di mogano e fermandomi per un attimo sotto il cielo senza luna. Chiusi gli occhi e inspirai l'odore dell'aria notturna di Manhattan, strana e, insieme, legata a quella mia esistenza di tanto tempo prima, ancora
inquietantemente familiare.
Mi scusi, disse una voce femminile alle mie spalle.
Mi voltai pensando: "Alidori..." Ma era solo la ragazza del guardaroba. Ha dimenticato questo, mi disse, porgendomi il cappello di feltro. L'avevo posato sulla sedia accanto a me quando le luci in sala si erano spente e non ci avevo pi pensato.
Presi il cappello senza dire una parola e mi allontanai nella notte.
Midori... A volte, quando ero con lei, riuscivo a dimenticarmi di quello che avevo fatto e che ero diventato, ma quei momenti non sarebbero potuti durare. Io sono il risultato delle cose che ho fatto, e so che finir sempre per tornare a questa conclusione, per quanto piacevoli possano essere le fantasticherie a cui, di volta in volta, posso abbandonarmi.
Non mi sarebbe servito negare quello che ero; avrei dovuto trovare, piuttosto, un modo per disciplinarmi, convogliando le mie energie - per la prima volta, forse - verso uno sbocco positivo.
Lavorando con Tatsu, magari. Avrei dovuto pensarci.
Midori... Continuo ad ascoltare la sua musica. Mi aggrappo con tutte le mie forze alle note, cercando di impedire che svaniscano nell'aria, ma mi sfuggono, sono inafferrabili, e muoiono tutte nel buio che mi circonda come proiettili traccianti dietro una fila di alberi.
A volte mi sorprendo a pronunciare il suo nome. Mi piace l'effetto che fa a fior di labbra: una sensazione delicata, ma tangibile, che serve a dar corpo ai miei ricordi. Lo pronuncio pi volte, lentamente, come un canto o una preghiera.
"Le capiter mai di pensare a me?" mi domando a volte.
"Probabilmente, no",  l'immancabile risposta.
Non importa.  bello sapere che esiste. Continuer ad ascoltare la sua musica nell'ombra. Come prima e come sempre sar, d'ora in poi.
...
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FINE.
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RINGRAZIAMENTI.
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Al mio agente Nat Sobel e a sua moglie Judith, per aver creduto in me sin dalla prima stesura
del libro. In alcuni casi, Nat ha addirittura dimostrato di conoscere John Rain meglio del sottoscritto
(lasciandomi un po' sconcertato): senza i suoi sug-gerimenti e le sue analisi psicologiche, il
protagonista di questo romanzo non sarebbe quello che .
A Walter LaFeber, della Cornell University, per essere stato prezioso amico e maestro e per
aver scritto The Clash: A Hi-story of U.S. - Japan Diplomatic Relations, uno studio esausti-vo delle
relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Giappone che mi ha fornito pi di un elemento storico utile nella
creazione del personaggio di John Rain.
Ai miei maestri, ufficiali e non, e ai miei compagni di randori del Kodokan di Tokyo - cuore
pulsante dello judo mondiale - per avermi insegnato alcune delle tecniche che costituiscono il mortifero arsenale di John Rain.
A Benjamin Fulford, capo della redazione di Forbes a Tokyo, per la sua coraggiosa e
instancabile denuncia della corruzione in Giappone, tema che fa da sfondo a questo romanzo e che
dovrebbe essere studiato con pi attenzione dalla gente che ne paga le conseguenze.
A Koichiro Fukasawa, diplomatico con l'animo dell'artista, la persona pi profondamente
biculturale che abbia mai conosciuto, per aver condiviso con me le sue illuminanti opinioni sulle mille
questioni riguardanti il Giappone e per avermi fatto conoscere tante delle meraviglie di Tokyo.
A Dave Lowry, per il suo sublime libro Autumn Lightning: The Education of an American
Samurai, che ha influenzato il mio approccio allo shibumi e alle arti marziali e che ha fornito, perci,
molto materiale per la creazione del background del protagonista.
A Carl, l'omnidirezionale, veterano delle guerre segrete, per avermi insegnato a colpire per
primo, alla svelta e spesso, e la cui semplice presenza mi ha aiutato a pensare nella maniera giusta.
E, soprattutto, a mia moglie Laura, per aver sopportato questa mia mania di scrivere e altre ossessioni, oltre che per tutto quello che ha fatto per appoggiarmi e incoraggiarmi nella realizzazione di questo libro. Partecipando a lunghe discussioni in occasione di innumerevoli passeggiate, viaggi in
macchina e serate davanti a un bicchiere di whisky, Laura mi ha aiutato come nessun altro a trovare la storia, i personaggi, le parole e la forza di volont.
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FINE.
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NOTA DELL'AUTORE.
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Con due sole eccezioni, in questo libro ho ritratto la citt di Tokyo com'. Gli abitanti della capitale giapponese che conoscono bene Shibuya sapranno di certo che il negozio di frutta Higashimura, da me collocato a met della Dogenzaka, non esiste. C', nella realt, un negozio di frutta, ma si trova in fondo alla via, pi vicino alla stazione. Infine, chi andr a cercare il Bar Satoh a Omotesando trover sicuramente un gran numero di ottimi whisky bar, ma non quello di Satoh-san, che si trova a Miyakojima-ku, Osaka.  il miglior whisky bar del Giappone, e vale la pena passarci.
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FINE.